Perché un blog

Perché un Blog? Perché, a un certo punto, si fa strada in me l’idea di aprire un blog? per piaggeria? forse narcisismo? addirittura saccenteria? o, perché in pensione, non ho nient’altro da fare? Vecchia questione questa: allorquando un vecchiaccio come me decide di far qualcosa di diverso c’è sempre qualcuno che apostrofa: «E che deve fare? Meglio ca’ sbarea. Cioè svaria, si svaga, si distrae, ma, letteralmente tradotto secondo il dizionario Napoletano-Italiano di Antonio Salzano, anche vaneggia, delira, folleggia. Ed io a Napoli sono nato, e ai piedi del Vesuvio vivo. E, allora sbareo, folleggio… ma lascio fuori piaggeria, narcisismo o saccenteria.

Il fatto è, che comunicare agli altri i propri pensieri e riceverne pareri e opinioni, perseguire il confronto utile a confermare o correggere le proprie convinzioni, stabilire un rapporto con persone, anche lontane, è un modo per meglio comprendere i fenomeni sociali e, perché no, sentirsi vivo tra vivi. E non scopro niente se affermo che la scrittura è la migliore forma di trasmissione del pensiero. Essa, infatti, oltre a consentire riflessione e approfondimento, stimola utili reazioni. Perché la parola scritta, quando è scritta con consapevolezza, non evapora, ma lascia sempre tracce indelebili. Per altro, in alcune circostanze, la parola scritta ha maggiore pregnanza rispetto a quella parlata. Scrivere induce a meglio ragionare e altrettanto concede a chi legge. Senza contare che ci sono concetti complessi, a volte complicati, che, per essere manifestati con chiarezza, hanno bisogno di carta, penna e calamaio. Un tempo si scriveva molto, anche perché era l’unico mezzo di avere un contatto con le persone che non si incontravano con facilità. C’era il telefono, è vero, ma era prerogativa di pochi. E poi costava molto. Aggiungiamo anche che parlare “da soli” a tanti non era gradito. Qualcuno, come mia nonna, per esempio, ne era addirittura spaventata. E pensare che oggi si parla per strada servendosi dell’auricolare del telefonino, esprimendosi e gesticolando come se l’interlocutore fosse di fronte. Invece, sempre tanto tempo fa, quando si scrivevano lunghe lettere si aveva l’impressione che quei momenti di concentrazione erano dedicati tutti al destinatario. E chi leggeva il nostro scritto era come se avvertisse accanto la persona che gli aveva dedicato quelle righe. E non è vero che per scrivere bisogna essere colti. I propri pensieri e, soprattutto, i sentimenti si possono esprimere con la proprietà di linguaggio di cui si dispone. E si può star ben certi che il destinatario comprenderà. Per rievocare un’immagine simpatica, mi viene in mente la famosa lettera di Totò e Peppino alla “malafemmina”. Un capolavoro di comicità, ma anche un testo d’intensità emotiva tale da ben rappresentare le ansie e le preoccupazioni per il futuro del nipote di due persone non certo istruite, ma capaci di comunicare con efficacia i loro timori. Sempre molti anni fa, in occasione di onomastici o compleanni, si faceva ricorso a cartoline con immagini di fiori. E si sceglievano tenendo conto del destinatario. Nessuno si sognava, infatti, di mandare a una conoscente la foto di rose rosse. Quelle erano per la propria fidanzata! E quando ci si allontanava da casa se ne inviava una ai parenti con l’immagine del luogo dove ci si era recati.

Per la verità, anche oggi si scrive molto… ma col telefonino e i network. Lo fanno in particolare i giovani che ricorrono alle moderne tecnologie per comunicare tra loro e per giungere a nuove conoscenze. Magari non si incontreranno mai, ma si scrivono. Il guaio è che, per pigrizia o fretta, ricorrono a parole contratte, tipo xkè o tvb e simboli che rappresentano emozioni o lo stato d’animo del momento, come, per esempio 🙂 per manifestare allegria oppure 😦 per comunicare tristezza. Per carità, lo facciano pure se lo trovano comodo, ma questo non può e non deve annullare la corretta scrittura epistolare. Tanto meno, esagerare. Ho trovato su Internet una frase che può dare un’idea di questa specie di deriva letterale:  nn sapevo nnt dv posso trovare qst libro???… e mi è venuto in mente il famoso romanzo di George Orwell, “1984”. In un mondo dominato dal Grande Fratello, allo scopo di mantenere il dominio sulle persone si cercava di ridurre al minimo il loro pensiero, e uno dei metodi era quello di contrarre concetti e parole. Si inventò, allora, la “Neolingua”, un sistema di dizionari e sintassi che, riducendo e contraendo il numero delle parole appropriate, limitava la possibilità di riflessione. E non si tratta solo di fantasia, perché è noto che in tutti i paesi a regime totalitario si è sempre fatto largo uso di acronimi o abbreviazioni. Restringendo le parole, infatti, si provocano suggestioni che allontanano il termine o il concetto dal reale significato. Per esempio, Internazionale Comunista richiama l’immagine di universale fratellanza umana; Comintern, invece, suggerisce l’idea di un’organizzazione fredda, asettica. Insomma, gli slogan al posto del ragionamento.

Qui, invece, noi vogliamo ragionare, discutere. Confrontare le nostre idee. Dire la nostra, ma anche ascoltare l’opinione degli altri. Valutare le critiche, le obiezioni. Indurre al dubbio, abbattere le certezze. Scambiare idee, ma anche le più diverse forme espressive. Insomma, una specie di “Speakers’ Corner”, dove chi ha qualcosa da dire, ma anche da ridire, lo possa fare con disinvoltura e semplicità. Insomma, questo blog vuole mettersi a disposizione di chiunque. Se mi mandate, quindi, i vostri pensieri, io sarò ben lieto di pubblicarli. Se commentate i miei o i pensieri degli altri, farò altrettanto. Se poi riusciamo a far diventare questa finestra un luogo di dibattito e confronto sui temi, ameni o seriosi che siano, tanto meglio. E per rafforzare questa idea, per la home-page ho pensato che “La Scuola di Atene” di Raffaello ne fosse l’immagine più pregante. Certo, la scelta di posporre alla mia foto questa grandiosa opera potrebbe espormi all’accusa di vanagloria, ma il fine è solo il desiderio di esaltare l’importanza del dialogo e la ricerca razionale.

Scrivetemi, quindi, e diffondete il blog.

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6 thoughts on “Perché un blog

  1. Caro Mimmo,
    la prima parola di commento è praticamente scontata : Finalmente.
    finalmente, perchè io sempre creduto in queste tue “farneticazioni” – che io non credo essere tali , e non lo dico solo per piaggeria o per lo sconfinato affetto che provo nei toui confronti.
    Attenzione a tutti !!! non è un Coming Out. Non sono sulla sponda Vendoliana ne’ per orientamento politico ne altro.
    Semplicemente – per i nuovi lettori – Mimmo è il mio fratello cugino e l’affetto che ho per lui deriva anche dalle opposte visioni politiche.
    Però Mimmo permettimi una breve considerazione.
    Pur dai due lati dell’agone politico ci accomuna qualcosa. E accomuna molti degli italiani in questa dura fase storica.
    La delusione . Non sono un Grillino ma mi sento tradito . Abbiamo combattuto tanto e adesso ci ritroviamo a guardare negli occhi, caduta la barricata fra noi , persone che hanno lo stesso sentimento di schifo e di delusione.
    Ecco Mimmo: il mio primo commento si questa Agorà mediatica si apre con filosifiche considerazioni sull’affetto fraterno che ci lega e sulla delusione che ci accomuna.
    Scriverò ancora. Ti perseguiterò ancora. Tanto fra poco (ehm, questo poco vale 10 anni….) sarò anche io pensionato che deve “sbariare”.
    Un abbraccio Luciano

  2. mi dispiace di non essere riuscito con il primo commento dove ti parlavo di un blog che frequentavo (non era quello di Grillo) e di come si instauravano dei rapporti amichevoli tra i “frequentatori”.
    Ora mi limito a ripeterti la chiusura del precedente:
    Formigoni (esponente della cattolicissima Comunione e Liberazione) la sta vedendo brutta, i Prelati vaticani hanno acchiappato un corvo ma ne cercano altri.
    Concludo: “Gesù è morto ed io non mi sento molto bene”
    Orsobianco

  3. Con piacere proverò a seguirti ed esprimere qualche mia riflessione ad “alta voce” per poi registrre che, in fondo, si ha ancora voglia di interrogarsi!!!!!!!!!!!! Saluti. Giorgio

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