Terre in moto

Ancora un disastro naturale in Italia, questa volta in Emilia. E ancora una volta le vittime appartengono alla gente comune, senza titoli e senza galloni: oggi operai, ieri studenti. È come in guerra: non muoiono mai i generali, sempre i soldati. E al prezzo delle vite umane bisogna aggiungere i costi che derivano dalle emergenze. È stato calcolato che negli ultimi quarant’anni, solo a causa dei terremoti, abbiamo avuto danni per oltre 150 miliardi di euro, mentre ne servirebbe solo un terzo per mettere in sicurezza il Paese dal rischio sismico. Giusto per dare una stima degli sprechi, uno degli ultimi, in Abruzzo la cosiddetta New Town è costata 2.700 euro a metro quadrato. In pratica, poco più che baracche.
Oggi vi propongo un racconto che ho scritto circa un anno fa: Terre in moto.

terremotoLo scuotimento del letto la fece svegliare di soprassalto e il pensiero andò subito al terremoto. Non sapeva spiegarsi perché. Lì, dove abitavano, non era una zona ad alto rischio sismico, ma il timore fu quello. Forse perché era nata in una regione dal sottosuolo vulcanico o forse perché alcuni giorni prima era stata colpita dalle immagini televisive di un terremoto che aveva devastato una città di un paese lontano. Sta di fatto, che Carolina urlò “Svegliati, Fausto, il terremoto!”. In un baleno saltarono giù dal letto e, tenendosi per mano, si precipitarono fuori di casa. La loro casa.
Si conoscevano da sempre. Nati nello stesso paese, avevano giocato insieme e frequentato la stessa scuola elementare. Ancora adolescenti, era nato tra loro un tenero sentimento, che, però, per pudore e timidezza avevano sempre tenuto nascosto.
Poi, la tragedia! Sia il papà di Fausto che di Carolina lavoravano in quella maledetta miniera di pirite, poco distante dal paese. L’impianto era il sostentamento di molte famiglie della zona, ma anche causa di lutti e incidenti gravi. La produzione era giunta alla fine e la società proprietaria aveva già deciso di cessare le attività di estrazione. Una mattina, verso le dieci, la sirena fece sentire il suo sibilo e non essendo l’ora del cambio turno, tutti pensarono a un sinistro richiamo. Corsero gli abitanti del paese e le squadre di soccorso. Corsero anche quelli del turno di riposo. Corsero uomini, donne, vecchi e bambini.
«Un cedimento! È franato tutto! Il pozzo 36 è ostruito. Ci sono più di venti persone là sotto!» urlava un operaio, coperto di polvere, appena uscito all’aria aperta.
«Sono giorni che abbiamo denunciato la precarietà del sistema di puntellamento, ma non ci ascoltano» disse un altro.
«Da quando hanno deciso di chiudere, non spendono più un soldo per la sicurezza» fece un altro ancora.
Le attrezzature per tirar fuori quei disgraziati erano in cattivo stato e non collaudate da tempo, e nessuno aveva provveduto a sostituire quelle non più funzionanti. Qualcuno avanzò il sospetto che un incidente avrebbe accelerato le pratiche per la chiusura della miniera e favorito i piani della direzione. Lì sotto mancava l’aria anche per l’ostruzione dei condotti di aerazione e, quando i soccorsi riuscirono ad aprirsi un varco, trovarono solo cadaveri. Tra questi, anche i genitori dei due ragazzi. Carolina, già orfana di madre, fu adottata da una zia. Fausto e suoi tre fratellini rimasero con la propria mamma, che di lì a qualche mese raggiunse il marito per l’aggravarsi una malattia cardiaca mal curata. Rimasti soli, i ragazzi, furono adottati da alcuni familiari. Ciascuno andò in una famiglia, e quella di Fausto, dopo qualche anno emigrò in Germania.
Ci fu un processo. Il Sindacato dichiarò di aver denunciato da tempo e con insistenza i pericoli di franamento e l’assoluta mancanza delle più elementari norme di sicurezza, nonché l’assenza di una corretta circolazione dell’aria. Il presidente della società mineraria rilasciò un intervista a un quotidiano, dove, tra l’altro, dichiarò che chi lega la propria esistenza a una miniera dovrebbe imparare a convivere anche con la morte. Quando si presentò in tribunale, mancò poco che lo linciassero.

l'interno di una miniera

L’interno di una miniera

Rimasta sola, Carolina, nei primi tempi soffrì non poco per l’assenza di Fausto, ma poi come spesso succede ai ragazzi della sua età, lo dimenticò. Lo rivide che aveva ventiquattro anni. La sua stessa età. Fausto era ritornato col proposito di stabilirsi in paese. In Germania, con i suoi genitori adottivi, era stato bene, ma gli mancavano i luoghi della sua infanzia e, forse senza saperlo, anche Carolina. Appena s’incontrarono scattò qualcosa dentro di loro. Si lanciarono l’uno verso l’altra e si abbracciarono felici. Occhi negli occhi, si baciarono proprio come due innamorati. Da quel momento non si lasciarono più. Fausto era un bravo elettricista e capace anche nel lavoro di idraulico. Dotato di buona volontà, non fece molta fatica ad acquisire un giro di clienti piuttosto redditizio. Carolina era riuscita a diplomarsi ragioniera e lavorava presso uno studio commerciale in una cittadina poco distante. Con i loro risparmi acquistarono un casolare diroccato ai margini del paese e lo ristrutturarono fino a farlo diventare la loro casa. Si sposarono e vi andarono ad abitare.
Quella notte, in pochi secondi, le loro prospettive mutarono. Edifici vecchi e nuovi furono ridotti in macerie. Anche l’ospedale, costruito di recente, crollò. Tra i morti, malati, infermieri e medici. Dalle macerie, polverosi serpentelli di ferro fuoriuscivano da enormi blocchi di calcestruzzo. Qualcuno aveva lesinato sui materiali e disarmato il cemento.
Dopo i primi momenti di panico, Fausto e Carolina si ripresero. Era buio e non si riusciva a veder bene. Decisero che sarebbe stato poco prudente rientrare in casa e passarono la notte in macchina. Ai primi chiarori si svegliarono. Si erano assopiti da poco, più per la stanchezza che per il sonno. A mano a mano che il sole illuminava la casa, si resero conto che era circondata da calcinacci. I muri mostravano crepe che sentivano come ferite del passato e del futuro. Si guardavano sconsolati. Muti. Stretti l’uno all’altra, si avviarono a piedi verso il Palazzo Comunale. In uno degli uffici ancora agibile, al piano terra, alcuni impiegati erano impegnati in un primo censimento degli edifici danneggiati. Comunicarono il loro indirizzo e ritornarono indietro in attesa dei tecnici che avrebbero valutato il grado di stabilità del fabbricato. Nel tardo pomeriggio, alcuni vigili del fuoco, dopo un sommario sopralluogo, puntellarono alcune parti della casa e la dichiararono pericolante.
«Mi spiace, ma sono necessari alcuni di lavori di consolidamento e, almeno per il momento, non potete rientrare. Recatevi in Comune che vi sarà assegnata una sistemazione provvisoria» riferì il capo squadra dei pompieri. «Se volete, vi accompagniamo dentro per recuperare alcune cose».
Non risposero. Sembrava che non avessero compreso. Guardavano inebetiti quei pali che sorreggevano la casa. Portar via un po’ di roba? E che cosa? Lì dentro non avevano soldi, né oggetti di valore, ma tutti i loro sogni e le loro speranze. Erano riusciti a trasformare quel rudere in un’abitazione con sacrificio, ed ora dovevano abbandonarla. L’uomo con l’elmetto in testa, gentile e discreto, diceva che avrebbe potuto accompagnarli dentro per pochi minuti e prendere alcune cose. Ma loro non volevano qualcosa! Volevano tutto! Volevano il letto dove dormivano e facevano l’amore, volevano il tavolo dove mangiavano, il divano dove si facevano le coccole, le foto del loro matrimonio, i regali degli amici, quelli che si erano scambiati a Natale e nei compleanni. Volevano ogni oggetto, ogni indumento, anche lo spazzolino da denti e quel curioso cappellino che entrambi avevano acquistato l’estate scorsa in una gita sulle Alpi Apuane. Volevano le pareti, le finestre, le porte, il tetto. Volevano il comignolo e il camino dove d’inverno si riscaldavano l’uno accanto all’altra rischiarati dalla sola vitalità del fuoco. Volevano la loro casa, l’aria che vi respiravano e l’atmosfera di serenità che racchiudeva.
«Allora?» insisté il vigile del fuoco «Volete entrare?»
Fausto si scosse.
«No, no, grazie. Lasciamo tutto così. Poi penseremo al da farsi. Grazie, grazie di tutto».
Anche quella notte dormirono in macchina e, sempre lì, passarono i giorni e le notti che seguirono. Poi furono chiamati in Comune per l’assegnazione di una camera in un albergo della cittadina vicina, quella dove lavorava Carolina. Ma non accettarono. Allontanarsi da lì era come disertare. Restare sul posto e pungolare l’Amministrazione locale affinché provvedesse al ripristino degli edifici danneggiati, era la cosa migliore da fare. Nulla può sostituire la nostra casa, si dissero. Dopo i morti, la tragedia era proprio la perdita delle proprie mura. Senza casa si è soli, nudi, indifesi, come una tartaruga privata della sua corazza. E in tanti, vecchi e giovani, rifiutarono di staccarsi da quei luoghi, anche se ridotti a un ammasso di macerie. Bisognava rimettere in piedi case e strade, proprio com’erano una volta. E loro erano pronti.

Fausto e Carolina, in attesa della ristrutturazione, acquistarono una tenda, che montarono fuori di casa. Dal Comune riferirono che i lavori sarebbero cominciati quanto prima. Ma non fu così. Il Consiglio Comunale deliberò la costruzione di un nuovo agglomerato urbano fatto di prefabbricati antisismici fuori dal paese. Una “New Town”, la chiamavano. Una città, da realizzare in tempi brevi e in grado di ospitare tutti i terremotati. Tempi da record ed… elettorali. Di lì a breve, infatti, si sarebbero svolte le elezioni e il sindaco intendeva ricandidarsi. Perciò, in molti, sospettarono che si trattasse di una trovata elettorale. In un’assemblea pubblica, egli spiegò ai suoi concittadini che sarebbe stata edificata una vera e propria città giardino, ben collegata con i centri vicini e dotata di ogni servizio utile a una moderna comunità. Fu allestito anche un plastico che mostrava la realizzazione finale del progetto. Nel giro di dieci mesi la “New Town” fu costruita. Numerose ruspe, lavorarono dall’alba al tramonto, domeniche comprese, e sbancarono un’intera collina per realizzare un’ampia spianata. A ridosso, un costone, sul quale, il sindaco fece costruire la nuova Casa Comunale. Un edifico orribile, che dava l’idea di un castello feudale. E, per far questo, furono sradicati anche molti alberi. Alla fine, i luoghi originari erano irriconoscibili e una profonda tristezza pervase tutti, giovani e vecchi. Gli appartamenti destinati ai terremotati erano all’interno di costruzioni di due piani composti di due o tre stanze con cucina e bagno, di superficie modesta, ma completamente arredati e dotati di ogni confort.

Una New Town

Una New Town

Le nuove case furono consegnate agli assegnatari con una solenne cerimonia ripresa da alcune reti televisive private, e fu trasmesso un servizio anche nei telegiornali nazionali.
Anche a Fausto e Carolina fu assegnato un alloggio, ma non intendevano andarci. La loro casa, per poter diventare nuovamente abitabile, necessitava di modesti interventi che il Comune aveva sempre negato. Ma loro intendevano insistere affinché questi fossero realizzati. La stessa cosa valeva per la stragrande maggioranza delle abitazioni del paese. Il Sindaco, invece, aveva preferito dirottare i fondi per la ricostruzione sulla “New Town”, ritenuta di maggior impatto propagandistico. Le famiglie, ricevute le chiavi dell’unità abitativa, vagavano per strade e viali, tra aiuole e alberi appositamente piantati, ricavandone una sgradevole sensazione. Tutto sembrava irreale. Tanto perfetto da sembrar finto. E più si guardavano intorno, più si rendevano conto di trovarsi in un luogo estraneo. Un luogo anonimo, dove la comunità non esisteva più. E anche gli animi più insensibili ora percepivano l’importanza dei posti abituali: una scalinata, uno slargo, un muretto. Cose semplici, ma fondamentali per la propria identità. Senza contare che il nuovo Municipio aveva l’aspetto di un fortilizio e rendeva il contesto ambientale, prima che avverso, alquanto disgustoso.
Nessuno prese possesso delle case, tanto che la “New Town” sembrava una necropoli. Il Sindaco era fuori di sé. Blandiva, minacciava, ricattava ogni singola famiglia, ma senza risultato. Si illuminò quando la Protezione Civile comunicò l’arrivo di una perturbazione atmosferica. Si prevedevano abbondanti precipitazioni e violenti rovesci. Furono affissi manifesti e una macchina, dotata di diffusione sonora, girò per tutto il circondario per annunciare l’arrivo del maltempo. Rimanere nelle tende era sconsigliato. Molto meglio riparare nelle nuove abitazioni, più calde e più sicure. Timori e dubbi pervasero l’intera comunità, ma poi tutti decisero di sfidare le intemperie e restare dov’erano. Un vero braccio di ferro, col sindaco e la natura.
Cominciò a piovere all’imbrunire di un venerdì. Il cielo divenne di un grigio spettrale, squarciato da lampi privi di tuoni. Col passare delle ore, vere e proprie saette illuminavano la notte, seguite da schiocchi assordanti. C’era di che temere, ma nessuno lasciò la tendopoli. La pioggia incessante, sempre più copiosa, allagava ogni luogo trasformandosi in fango. Solo all’alba, la sua intensità diminuì, fino a cessare del tutto. Il sole, tra il grigiore delle nubi, cercava di farsi largo per illuminare e asciugare ogni cosa. La sua carica di serotonina diffondeva buonumore tra la gente, fiduciosa che il peggio fosse passato. Purtroppo, non era così! Nel primo pomeriggio del sabato, un nuovo temporale, più violento del primo, si abbatté su tende e macerie. Alcuni dovettero lasciare il proprio riparo e rifugiarsi nelle auto. Non smise di piovere per molte ore. Nella mattinata della domenica, dopo una furiosa grandinata, la coperta di cupo grigiore fu lacerata da una luce celeste che fece sperare nella fine della bufera. Finalmente le intemperie si placarono e un caldo sole scolorì le nuvole fino a renderle bianche e leggere. Un rassicurante colore azzurro si estese su uomini e cose. Tutti uscirono dai loro gusci, provati ma orgogliosi di non aver ceduto alle lusinghe della “New Town”. E come se una forza magnetica li attirasse, tutti volsero lo sguardo verso quelle case collocate nel deserto della città giardino, sulla quale troneggiava la nuova Casa Comunale.
D’un tratto, un gran fragore ruppe la quiete. Il costone, a ridosso della spianata scivolò sui prefabbricati portando sulla piana quella specie di fortilizio voluto dal Sindaco. Un’enorme quantità di fango seppellì case, aiuole e alberi posticci. La nuova città non esisteva più.
In effetti, non era mai esistita.

Come molti di voi ben sanno, l’idea della New Town non è mia, altri l’hanno pensata e anche realizzata lasciando il cuore pulsante della città in una triste agonia. Oggi, vogliamo sperare che a nessuno, tecnico, capotecnico o sotto tecnico che sia, venga in mente di riproporla.

d.m.

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