Perché le fiabe?

(una farneticazione di Francesco ‘Stecca’ Barone)

Accade, è accaduto, e accadrà, semplicemente perché non ne comprendiamo le parole. Se a tutti fosse concesso il privilegio di scorgere una varco tra le lettere, metterci un piede dentro, poi il resto del corpo, magari scegliere un posto confortevole dove accomodarsi tra i caratteri, allora sarebbe tutto più semplice, più democratico. A quel punto, sarebbe responsabilità di ognuno di noi chiedere e ascoltare, incuriosirsi o lasciar perdere, in virtù del tempo e della voglia che si ha d’intendere. Ma tutto questo dopo. Dopo essere entrati, dopo essersi riappropriati di ciò che l’uomo ha creato e l’intellettuale ha reso complesso. Immaginate se al mondo tutti avessero energia a sufficienza per capire tutto, e non dico conoscere, ma capire. Sì, perché conoscere è un concetto oligarchico e serve a quei pochi che si sentono chiamati ad approfondire questioni note per migliorarle o correggerle, e magari renderle più fruibili e accessibili, anche se su quest’ultimo punto ci sarebbe da scommettere ben poco. Capire, invece, ha un sapore del tutto diverso già a partire dalla sua semplice pronuncia: tre sillabe immediate che hanno la forza di trasformare la mente in mani capaci di stringere, di catturare appunto. Capire. Perché quando capiamo, afferriamo tra le dita un senso, un significato, che tradotto vuol dire aver appreso un nuovo modo di spostarci nel tempo e nello spazio, montare nuove gambe per un percorso vecchio, accendere la luce per individuare con cognizione il posto dove andremo a poggiare le nostre chiavi di casa, cacciare la testa fuori dall’acqua e tornare a respirare. Capire ci rende immuni agli inganni, svela l’impostore, smaschera il raggiro, e ci mette in condizione di godere di quella fantastica quanto necessaria sensazione di sentirci nel giusto, e perché no, di puntare il dito contro il colpevole. Non c’è avvocato, guardia del corpo, forze dell’ordine in grado di difenderci più di quanto possa fare il verbo capire, perché è in questo vocabolo che coesistono lo scudo e la spada, la trincea e la controffensiva, la calma e la solerzia, l’idea e l’azione.
Eppure, perseveriamo nella nostra ignoranza, c’intestardiamo nel volere a tutti i costi conoscere dimenticando di comprendere, e per di più, ci concediamo persino l’arrogante prerogativa di sottovalutare le parole. Proprio così: accade, è accaduto e accadrà di vedere l’uomo schiavo di massimi e minimi sistemi, di leggi inique, di scelte politiche ed economiche sbagliate, semplicemente perché non capisce le parole. Prima che qualcosa avvenga, prima che si verifichino fatti, questi qualcosa e questi fatti sono innanzitutto vocaboli, frasi che faranno, discussioni e annunci che sceglieranno al posto nostro: decisioni di pochi che parole come democrazia e repubblica camufferanno a torto come volontà del popolo. Ecco perché, prima di qualsiasi provvedimento, i nostri governatori dovrebbero andare in tv a spiegare in termini semplici le loro intenzioni, in maniera tale da rendere masticabili a tutti anche quelle che sono le iniziative più complesse e dolorose. Insomma, dovrebbe funzionare così come accade nel privato quando un dipendente (il governatore) è chiamato a rispondere del proprio operato al suo datore di lavoro (il popolo). A quel punto, i cittadini dovrebbero votare di volta in volta, rispondendo a domande chiare, e non certo come capita oggi ad esempio per quei quesiti referendari formulati subdolamente, in cui il sì vale no e viceversa. Qualcuno potrebbe controbattere, sostenendo che così facendo i tempi si allungherebbero notevolmente e che il Paese non può permettersi l’inceppamento della macchina riformista. Ma costoro dovrebbero tenere ben presente che un provvedimento errato, o una legge non voluta dal popolo comporterebbero non solo una perdita di tempo ben più sostenuta, ma addirittura un salto indietro di decenni. Questa dovrebbe essere la vera democrazia, perché è molto più semplice corrompere o convincere una risma di deputati, piuttosto che manipolare la volontà di milioni di individui. Il governo dovrebbe limitarsi a proporre leggi, ma spetterebbe al popolo l’ultima parola sul da farsi anche se ad avanzarle fosse il partito o la coalizione a cui si è concesso il nostro voto.
Detto questo, resta da riflettere sugli strumenti a disposizione di un venditore di frutta o di un laureato in biologia per capire se ciò che si sta dicendo loro corrisponda a verità o a menzogna. Le teorie fantascientifiche di alcuni studiosi degli anni’70 a proposito di enciclopedismo sembrano non solo inadeguate ai tempi, ma soprattutto rivolte ad una élite di fortunati la cui unica preoccupazione nella vita è stata quella di studiare senza pensare ad altro. Una minoranza, insomma, che esclude il principio di sovranità popolare e di prassi democratica: un Paese non ha bisogno di dieci menti che sanno, ma di decine di milioni di persone che capiscono. Inutile e assurdo, quindi, chiedere a un architetto di leggere e formarsi sui libri di economia, o a un idraulico di passare le notti su testi di giurisprudenza solamente per far sì che essi abbiano un’opinione. Ma ciò che si può fare, è metterli in condizione di capire, così che essi possano autonomamente decidere se sposare un’idea o smarcarsi da un trappola. Capire, ad esempio, le persone che si hanno di fronte, le parole che pronunciano, le intenzioni, i comportamenti, gli sguardi, e tutto senza aver conseguito una laurea in psicologia o un master in programmazione neurolinguistica. Certo, sarebbe utilissimo leggere i libri di storia, se solo il falegname potesse lasciare incompiuto uno scaffale, e se questa materia non fosse oggetto di continui revisionismi e personalismi a seconda di chi la racconta e in quale momento.
L’unica soluzione per capire, capire veramente, è avere il coraggio di ricominciare tutto da capo, a partire dalle proprie letture. Iniziare, in sostanza, dai miti, dalle filastrocche, dalle fiabe, perché, probabilmente, rappresentano il genere letterario più democratico che sia mai stato concepito. E la democrazia, in questo particolare periodo storico, in cui l’essere umano si sente vittima del ratto del suo futuro, compare come l’ultimo grande sostegno a cui afferrarsi per evitare l’inesorabile estinzione. E la fiaba è democratica anche per quello straordinario talento che l’obbliga ad essere semplice pur trattenendo in sé concetti complessi ed eternamente validi. È la letteratura dell’uomo, non dell’intellettuale, non del profeta, non dello scrittore; è la letteratura che esisteva ancor prima che l’essere umano comprendesse l’importanza della scrittura, è la letteratura che tutti possono leggere e capire. Nelle favole sopravvivono verità inossidabili, un catalogo di passioni ed ossessioni, meccanismi mentali, insegnamenti, frustrazioni, episodi, moventi, complotti, sentimenti altissimi e biechi, che altro non sono se non derma, organi e anima dell’uomo.

Francesco Barone

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