Vino e pane

“Vino e pane” è il titolo di un bellissimo libro di Ignazio Silone. Si tratta di due elementi che da sempre hanno avuto una grande importanza nella vita dell’uomo, sia da un punto di vista tangibile che metaforico. Sulla tavola imbandita rappresentano l’essenziale e in loro assenza la mensa diventa disadorna e malinconica. E senza di essi non ci può essere convivio. Cum vivere, vivere insieme. Perché mangiare è vivere, e l’uomo è nato per vivere con i suoi simili. Col cibo si mangia, si viaggia, si ricorda, si racconta. Ancor meglio col vino. E il bere e il mangiare conviviale fanno parte delle piacevolezze della vita.
Per altro, sia il vino che il pane, non essendo prodotti della natura ma di una lunga e sapiente elaborazione condivisa, si può ben dire che sono i cardini della socialità.
La trasformazione di due chicchi (di uva e di miglio) in bevanda e cibo ha richiesto, infatti, l’intervento fattivo dell’uomo, che nel tempo ha scambiato con altri informazioni e conoscenze, esperienze e riflessioni fino a raggiungere il risultato eccellente che tutti conosciamo.
Spezzare il pane e dividerlo con chi si ama è un antico gesto che ha risvolti sociali e religiosi. Si mangia in compagnia, cum panis. E si beve anche insieme. Perché bere un bicchiere di vino in compagnia agevola l’aggregazione tra persone e arricchisce il cuore. Non è un caso che il termine “vino” ha origine dalla parola sanscrita vena, che significa amare e da cui deriva anche il nome Venere.
Ma a differenza dei cereali, la vigna non è una coltivazione immediatamente produttiva. Mettere a dimora una vite significa stipulare un’alleanza con un pezzo di terra, un patto con il futuro, perché è in quel posto preciso che si è deciso di vivere per gli anni a venire. E subito dopo dover lottare contro il vento e la pioggia, ma anche la grandine, che in un attimo può tramutare il vino in sangue. Poi, la sapiente fatica della potatura, la lotta contro i parassiti, l’accomodamento dei tralci per lasciare che il sole baci i grappoli e li renda sodi, dando agli acini colore, gusto e forza. E quindi, il vino…
Il vino che celebra la vita con tutte le sue ombre e le sue luci fatte di dissolutezza e sregolatezza, giubilo e festa, crapula e gozzoviglia, amicizia e amore. Il vino, se da solo è gratuità, sa trasformare la semplice assunzione di pane in un banchetto.

Ma, ci dice Ignazio Silone, arriva sempre un’età in cui i giovani trovano insipido il pane e il vino della propria casa. Essi cercano altrove il loro nutrimento. Il pane e il vino delle osterie che si trovano nei crocicchi delle grandi strade, possono solo calmare la loro fame e la loro sete. Ma l’uomo non può vivere tutta la sua vita nelle osterie.

E allora bisogna andare, cambiare il proprio orizzonte, toccare altri lidi, vestire i panni di Ulisse e provare il piacere dell’approdo in luoghi sconosciuti. Quasi sempre, però, il distacco induce a una certa inquietudine. È un sentimento misto di ansia e paura che ci assale prima di partire, che ci afferra alla gola e ci fa vivere anche momenti di angoscia mentre prepariamo le valige, sia che si tratti di un viaggio di piacere, di una villeggiatura ponderata e decisa, di una vacanza pur desiderata. Perché? perché allontanarsi da casa rappresenta una fuoriuscita dal proprio quotidiano, dal consueto che ci dà certezza. Perché mollare i nostri ancoraggi significa in un certo senso mettersi in discussione. Ed è proprio la perdita di protezione che deriva dalle nostre abitudini a generare in noi quell’inspiegabile agitazione.
Ma, in fondo, è proprio questo che dà valore al viaggio. Vedremo luoghi nuovi, conosceremo altre persone, apprenderemo abitudini diverse, mangeremo pietanze per noi strane, e poi gusti, profumi, rumori mai percepiti dai nostri sensi. E, una volta rientrati, guarderemo con occhi diversi il nostro presente, confronteremo i nostri con i costumi altrui, ma soprattutto ci accorgeremo che la nostra identità non è più la stessa, perché arricchita.
Tutto questo, a condizione di aver vestito i panni del viaggiatore e non del turista. Chi viaggia guarda i luoghi con i propri occhi, chi fa turismo con l’obiettivo della fotocamera. Per il primo, un monumento e un paesaggio entreranno nel suo bagaglio culturale, per il secondo andranno ad arricchire la sua collezione di fotografie. Il viaggiatore cerca pietanze locali da assaporare e vini del territorio da gustare, il turista mangia hot-dog e beve coca-cola, ovunque si trovi.
Il primo guarda negli occhi della gente, il secondo vuole vedere tutto e non guarda nulla.
Al ritorno, il viaggiatore si sente appagato, il turista è stanco.

d.m.

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