Il Cristo velato

Giunsero dalla Riviera di Ponente insieme all’anticiclone delle Azzorre. A loro si unirono altri amici proveniente dalla Cataluña. Un insieme di simpatia ben amalgamato al quale mi accompagnai con piacere e mucho gusto. Volevano visitare Napoli, vedere quanto di incantevole ha questa bella e impossibile città. Ho fatto loro da guida, ma, come mi capita in questi casi, mi sono sentito anche io un viaggiatore.
Visitare la mia città mi piace. Provo lo stesso incanto che mi prende quando mi trovo in un luogo nuovo, anche se insieme alle sue meraviglie devi fare i conti con il traffico, le strade dissestate che solo questa città sa avere e quel tasso di spazzatura, del quale, anche se minimo, chissà mai quando ci libereremo.
In pochi giorni, i miei compagni di viaggio, hanno visto strade, monumenti e panorami. Non so dire cosa li abbia colpiti di più. Piazza del Plebiscito è sempre bellissima, ma il caldo la soffocava; il parco Virgiliano offre un panorama a 360° tra i più belli del mondo, ma la foschia non gli rendeva merito. La Galleria Umberto I non ha nulla da invidiare a quella di Milano quanto a bellezza, ma qui dentro il concetto di ospitalità è inesistente.
Di certo, piazza San Gaetano, l’agorà, e i suoi decumani hanno lasciato il segno. Così pure, anche quel pittoresco cardine che è via San Gregorio Armeno, la strada dei presepi. Non poteva essere diversamente, perché qui è il cuore pulsante della città, e il fascino che emana ti entra e ti resta a lungo.

Quello che invece ancora una volta ha toccato le corde del mio animo (ma credo anche il loro) è stato il “Cristo deposto”, meglio conosciuto come “velato”, perché coperto da un sudario. Si trova nella Cappella Sansevero, portata al suo splendore da don Raimondo de’ Sangro, eclettico principe di Sansevero, accademico della Crusca ma anche letterato e scienziato di prim’ordine.
Il “Cristo velato” è un’opera marmorea di notevole fattura. Per sottigliezza tecnica e fascino simbolico è considerata da molti esperti seconda solo alla “Pietà” di Michelangelo. Persino il Canova, dopo averla vista, non nascose il suo entusiasmo e affermò con una punta d’invidia: «Avrei voluto farla io!»
Fu realizzata da un giovane scalpellino, Giuseppe Sammartino, su progetto di Antonio Corradini. In un primo momento fu posta ai piedi della statua della “Pudicizia”, per poi essere sistemata al centro della navata.
«Conoscendo la vostra perizia nella creazione di stoffe sottilissime e la pietrificazione di sostanze molli, tutti penseranno che il sudario sia opera vostra» disse il giovane Sammartino al principe.
«La tua opera è magnifica e sfiderà i secoli» gli rispose don Raimondo. «Gli scultori greci si sono cimentati con grande maestria nell’arte della scultura, ma tu li hai superati».
Don Raimondo se ne intendeva e le sue parole costituivano una convinta affermazione.
Le descrizioni di questa mirabile opera non si contano, ma una in particolare, quella di Matilde Serao, mi sembra che ne dia l’immagine più suggestiva:

Sta ai piedi dell’altar maggiore, a sinistra. Sopra un largo piedistallo è disteso un materasso marmoreo; sopra questo letto gelato e funebre giace il Cristo morto. È grande quanto un uomo, un uomo vigoroso e forte, nella pienezza dell’età. Giace lungo disteso, abbandonato, spento: i piedi dritti, rigidi, uniti, le ginocchia sollevate lievemente, le reni sprofondate, il petto gonfio, il collo stecchito,la testa sollevata sui cuscini, ma piegata sul lato dritto, le mani prosciolte. I capelli sono arruffati, quasi madidi del sudore dell’agonia. Gli occhi socchiusi, alle cui palpebre tremolano ancora le ultime e più dolorose lagrime. In fondo, sul materasso sono gettati, con una spezzatura artistica, gli attributi della Passione, la corona di spine, i chiodi, la spugna imbevuta di fiele, il martello. Sul piedistallo, sotto i cuscini, questa iscrizione: “Joseph Sammartino, Neap, fecit, 1753”. E più nulla. Cioè no: sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà, ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la mostra, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce. Sopra un corpo di marmo che la mano quasi vorrebbe togliere. Niente manca dunque in questa profonda creazione artistica: e vi è il sentimento che fa palpitare la pietra, turbando il nostro cuore, e v’è l’audacia del creatore che rompe ogni regola, e v’è il magistero di una forma eletta, pura, squisita. Quel corpo morto era poc’anzi vivo, si contorceva nelle angosce di un’agonia spaventosa; giovane e robusto, si ribellava alla morte. Non vi era sfinimento, non vi era abbattimento; le fibre non volevano morire. Ma sotto le pieghe del lenzuolo, la testa ha un carattere stupendo: la fronte liscia ha un vasto pensiero; piangono gli occhi, è vero, pel cruccio fisico, ma le labbra schiuse hanno una traccia di sorriso, che è un’indefinita speranza. È vero, è vero, il dolore è passato dal corpo all’anima; è vero, l’anima è contristata, ma non è disperazione, ma non è desolazione. L’anima, come la bocca, è abbeverata di fiele, ma una goccia di consolazione v’è stata. Tutto quel Cristo è un dolore supremo, ma è anche una suprema speranza; ma il mistero di quella testa divina è così grandioso, ma l’ammirazione per la meravigliosa opera d’arte è così sconfinata, ma la pietà del bellissimo estinto è così invadente, che il pensatore si scuote e non frena più le acute indagini della sua mente, l’artista s’inchina nella esaltazione del suo spirito ed il credente non può che abbandonarsi, piangente sui piedi del morto, cospargendoli di lagrime e baci.*

Giuseppe Sammartino, nasce come figurinaio di statuine per presepi e non era considerato un’artista come oggi lo intendiamo noi. Realizzò altre opere importanti, quasi tutte sotto la direzione di famosi progettisti. Ma doveva avere di certo un animo sensibile, perché solo chi conosce la sofferenza, quella autentica, riesce a cavare dal marmo il dolore più straziante. Egli ha sentito dentro di sé, avvertendola sulla pelle, tutta la disperazione di una morte atroce. E bisogna essere trasportato da sentimenti profondi per essere in grado di creare una tale suggestione.
Giuseppe Sammartino fu trovato morto trafitto da un coltello. Sembra ucciso dalla sua stessa mano. Forse per amore.

mimmo

* il brano è tratto da Leggende napoletane – Il Cristo morto – G.R. Edizioni.

PS: per chi non avesse mai visto il questa mirabile opera, in attesa di ammirarla di persona, può farsene un’idea cliccando Il Cristo velato

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3 thoughts on “Il Cristo velato

  1. Grazie per questa bella testimonianza di bellezza e poesia. Si, perchè l’arte è questo. L’arte in Italia poi è particolarmente bella, anzi magnifica. Molto spesso, quando riesco a girare e vedere musei, monumenti ma anche posti naturali nuovi mi emoziono e riesco ancora a sentirmi fiera di essere italiana, di appartenere ad un paese che ha dato i natali ad artisti insuperabili al mondo. Ma credetemi, fiera lo sono solo in queste occasioni, certo non per altri soggetti che attualmente ci rappresentano!!

      • Purtroppo l’arte ha un critico autorevole come Sgarbi.
        E’ venuto qui a Bordighera, città la cui giunta municipale è stata sciolta per infiltrazioni mafiose (la seconda in alta Italia dopo Bardonecchia) e, dopo avere visitato Villa della Regina Margherita che ospita una preziosa collezione di pittori del 600, ha fatto un discorsino che con l’arte aveva poco da fare. Probabilmente essendo anch’egli ex sindaco di una città, Salemi, che ha subito la stessa sorte, se l’è presa con il ministro Maroni colpevole di avere firmato il decreto di scioglimento della giunta di Bordighera. Ha flitrtato con ex sindaco locale per “l’ingiustizia” che ha subito.
        Il tutto con la solita grazia che esibisce il nostro critico quando deve imporsi.

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