Ieri, oggi e domani

(per tutti quelli che hanno la memoria corta: repetita juvant)

C’era una volta un comandante che guidava una nave chiamata Italia. Ancorché avesse sul groppone tante primavere, si circondava di giovani ragazze che spesso intratteneva in cene eleganti tra fiumi di champagne e farfalline swarovski. Era con tutte molto generoso e se c’era qualcuno, malpensante, che avanzava dubbi su quelle giovanili frequentazioni, egli rintuzzava che erano solo gratuite cattiverie, dal momento che le sue attenzioni si rendevano necessarie, proprio perché quelle povere ragazze erano denigrate da perfidi comunisti, a cui era sconosciuta la sincera amicizia. Che poi tra queste amiche non ve ne fosse nessuna anziana o brutta, ma tutte giovani e avvenenti, per lui, era solo un dettaglio.
Purtroppo, però, il vetusto nocchiero, forse distratto dalle sue frequentazioni o affaticato dalle notti di festa o più verosimilmente all’oscuro di cosa fosse un carteggio nautico, e dopo aver scambiato la bussola per un Rolex guasto, finì sugli scogli. La falla fece inclinare la nave a tal punto da rischiare di affondare. Ma con il suo inossidabile ottimismo, il comandante rassicurò tutti: «Ma quale crisi? I ristoranti sono pieni e si fa fatica a trovare un posto sugli aerei!» e, mentre il sorriso gli si allargava da un orecchio all’altro, la linea di galleggiamento affondava sempre di più.
Fu così che il presidente di coste e litorali, più vecchio ma meno baldanzoso, prese in mano le redini della situazione e urlò: «Scenda dalla nave, cazzo!» e lo sostituì con un capotecnico, avventizio ma in possesso di tutte le credenziali giuste per disincagliare la nave. Tutti plaudirono al neo assunto in contratto a tempo determinato, il quale, con l’ausilio di altri tecnici, paratecnici e affini riuscì a rimettere la nave in, sia pur precaria, navigazione. E, grazie alle sue manovre ardite, giunse presto a guadagnarsi la stima di altri comandanti viciniori, finanche di coloro che in passato avevano ghignato dell’Ex, che intanto scaldava gli ormai flaccidi muscoli.
Il nuovo tecno-capitano, con voce sillabica ma con intenti imperiosi, affermò che era giunto il momento di darsi da fare. Tutti, in ragione delle proprie possibilità, avrebbero dovuto fare e dare qualcosa. E, soprattutto, non avrebbe tollerato imboscati e scansafatiche. Solo così la nave avrebbe potuto prender il largo. Quindi: equità a josa, rigore a go-go e crescita alle stelle. Ma, ahinoi, l’equità fu iniqua, il rigore calciato in tribuna e la crescita precedeva i gamberi.
Fu allora che il defenestrato homo schettinus, dall’alto delle sue zeppe, con volo pindarico, sentenziò cacofonico: «La crisi è gravissima e la spirale si può solo aggravare. La gente è sfiduciata, c’è aria di sfiducia nel futuro». Il tono era preoccupato, ma il sorriso sempre da lobo a lobo. Poi, espose la sua ricetta: «Che a ogni italiano sia consentito di stampare nella mansarda della propria casa tutti gli euri che vuole».
E se uno la mansarda non ce l’ha? «Sia subito varato un nuovo piano-casa che preveda l’allargamento degli appartamenti per creare tipografie mansardate».
E se uno la casa non ce l’ha? «Allora, si sposi con un uomo ricco se è donna e con una donna ricca se è uomo». Poi chiosò giulivo: «Che quella signora dai pantaloni extralarge e alla quale feci “cucù”, sia privata degli euri. Da domani si arrangi con i vecchi marchi!»
Per tutta risposta, si udì solo un teutonico pernacchio (sì, pernacchio, non pernacchia: c’è differenza!) proveniente dalla Porta di Brandeburgo, che, rimbalzato dalla Foresta Nera a villa San Martino in Arcore, dove il povero marchese Camillo Casati-Stampa dallo stridio sobbalzò nella tomba, terminò la sua corsa a palazzo Grazioli a Roma, proprio in braccio all’incolpevole Bondi, già in letargo da mesi.
Ma, le parole dell’emerito presidente entravano soltanto nelle orecchie del suo segretario del suo partito, che, dopo aver attraversato girgentine trombe di Eustachio, fuoriuscivano pedissequamente dall’angelina bocca. Ormai, nemmeno i più fedeli replicanti di un tempo sgomitavano per diffondere le sue esternazioni. Capezzone era rimasto senza batterie, a Gasparri avevano staccato la spina, le sue vestali esternavano senza convinzione. Persino la devotissima dai capelli rossi si era completamente dedicata a cani e gatti. Inascoltato, il solo Cicchitto emetteva sporadici singulti.

Capurà’, è muorte ‘alifante! Gridavano con borboniche grida i sudditi ai cortigiani orfanelli (si tratta di un’espressione usata molti anni fa al di sotto del Garigliano per significare che è terminato un periodo di vantaggi personali). Caporali miei, è finita la pacchia. Và a scuà ‘l mar! Va’ a pulire il mare! Direbbero i residenti al di sopra del Po. E quelli in mezzo? Datte all’ippica cor cavallo a dondolo!
Ce n’era per tutti! Succede così quando il partito è personale. E ancor peggio quando è padronale. Nessuno eccepisce. Tutti in attesa che l’invecchiato caporal maggiore indichi una nuova strada, quanto meno un vicolo nel quale infilarsi. Tutti che aspettano, un po’ abbacchiati, gli ordini del sciur padrun. Tutti inebetiti, ma pronti ad applaudirlo appena tirerà fuori dal cilindro il coniglio, speranzosi di un’improbabile nuova età dell’oro.
E, come da copione, l’annuncio del ritorno del piazzista ridens non si fa attendere. Dall’alto dei suoi tacchi, con lo squarcio a trentadue canini, seguito dal suo stuolo di inaciditi nani e ballerine andate a male, tra non molto si ripresenterà con la sua valigia di sogni fasulli, pronto a riproporci ancora una volta la sua alba dorata fatta di un milione di posti di lavoro, un nuovo digitale terrestre, la promessa di cancellare tutte le tasse, azzerare lo spread e stracciare l’euro. Il tutto condito dalla solita vellutata di ottimismo. Poi, con quel sorriso stantio ci chiederà ancora una volta di credere in lui, risorto uomo della Provvidenza in tanfo di santità.
Quel che però non ci aspettavamo è che proprio il capotecnico Mariomonti gli facesse da apripista, lamentando che al G20 di Cannes, il Nostro fu deriso al limite dell’umiliazione. E lo afferma come se il comportamento e le competenze dell’Ex fossero pari alle sue. Poveri noi, se Mariomonti non è in grado di fare giustizia di sé stesso, cosa possiamo sperare per noi?

Ed ora? Ora mala tempora currunt, direbbe chi ha studiato. Se Berlusconi Silvio non ci ripensa ci aspettano mesi di fuoco, perché, perse le speranze di salire al Quirinale, sparerà tutte le sue ultime cartucce per la riconquista di Palazzo Ghigi, da lui eletta a dependance di Palazzo Grazioli. È vero, qualcuno dei suoi, all’annuncio, storce la bocca, ma vedrete che sarà sufficiente uno zuccherino per farlo rientrare nei ranghi: fa parte della berlusconeide.
Piuttosto, una domanda va indirizzata ai suoi vecchi elettori: tenuto conto dei risultati prodotti dal Berlusconi nazionale e internazionale, quanti sono quelli disposti a rinnovargli la fiducia? quanti sono coloro che si faranno ammaliare dimenticando la nave Italia inclinata sugli scogli dell’economia europea? in quanti sono ancora disposti a rilasciargli una nuova delega in bianco in cambio di sorridenti promesse?
Ma proprio a costoro, se non sono bastati i fatti di questi ultimi anni, vogliamo dare uno spunto di riflessione attraverso la lettura di queste poche righe di Dostoevskij tratte dal romanzo L’adolescente”:

Alcuni col solo ridere si tradiscono, e vi svelano il lato equivoco del loro carattere… L’allegria è il tratto più eloquente che vi mostra l’uomo tutto intero, da capo a piedi… Solo per via di una più alta e più felice evoluzione, l’uomo riesce a rallegrarsi, dirò così, in modo comunicativo, cioè bonariamente e irresistibilmente. Non parlo già di evoluzione mentale, ma del carattere, dell’uomo tutto intero. Se volete davvero penetrare l’intimo di un individuo, osservate non già il modo di tacere o di parlare o di piangere o anche di commuoversi alle più nobili idee, ma guardatelo quando ride. Se ride bene, vuol dire che è buono… Se il riso non è stupido, ma colui che ride ha del ridicolo, potete esser certi che quell’uomo è destituito di dignità. O finalmente, se un modo di ridere, ancorché comunicativo, vi sembri triviale, credete pure che è anche triviale colui che ride, e quella qualunque nobiltà, che avete creduto di scorgere in lui, non è che ipocrisia o imitazione incosciente. Quell’uomo si muterà via via in peggio, si occuperà «di ciò che è utile», e butterà via senza rimpianto le nobili idee, come una pericolosa esaltazione giovanile.

«Ma se sono gli stessi che ridevano alle sue barzellette, come possono mai capire Dostoevskij?», mi ha detto una voce, non so se dentro o fuori di me.
Ho avuto un attimo di smarrimento… Allora è vero, sto proprio invecchiando…

Cantastorie

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