Una pernacchia non è un pernacchio

L’articolo “Ieri, oggi e domani“, postato il 12 luglio scorso nella categoria Farneticazioni ha prodotto tre debiti. In esso si fa cenno alla differenza tra pernacchio e pernacchia, poi è stato citato un antico modo di dire riferito a un caporale dell’esercito borbonico che accudiva un elefante e, infine, è stato menzionato un personaggio della nobiltà romana del secolo scorso, il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino. Dal momento che le pendenze vanno ripianate, cominciamo subito con la prima rata.

Lo sberleffo chiamato “pernacchio” si distingue da quello più conosciuto sul territorio nazionale che risponde al termine “pernacchia” per struttura e finalità. Molti mi hanno chiesto in che consiste la differenza, se poi in tutti i dizionari alla voce “pernacchio” si rimanda a “pernacchia”. In essi è descritto come un suono emesso dalla bocca, a labbra serrate, qualche volta anche con l’ausilio delle mani, inteso a manifestare aperto disprezzo e derisione nei confronti del destinatario.
Tutto questo è vero, ma c’è comunque… pernacchio e pernacchia.

Sentite la distinzione che ne fa Giuseppe Marotta ne’ “L’oro di Napoli”:

Il “pernacchio” non è la “pernacchia”. Il primo può essere forte o debole, lungo o corto, massiccio o sdutto, aquilino o camuso: ma è sempre maschio, ma è costruttivo e solerte, ma insomma lavora. La seconda è molle e pigra; tumida, bianca, sdraiata, è come un’odalisca sui tappeti: femmina, basti dire…

Eduardo De Filippo, a corollario, aggiunge:

Il pernacchio non è un suono. Il pernacchio è una rivoluzione, è la libertà. Il pernacchio è la voce della gente che non tiene voce. Il pernacchio è un calcio in culo a tutti i potenti.

E il “pernacchio”, non è mono-tono, né mono-corde: va dal Si bemolle al Sol sopracuto, al Fa acuto, con una frequenza che oscilla tra 61 e 1568 Hertz. Le sue variazioni, inoltre, sono molteplici: classico, corto, lungo, secco, di petto, a curva, a singhiozzo, strozzato, di testa, a tromba, a sega.

Sempre ne’ “L’oro di Napoli”, don Pasquale Esposito, cultore ed esecutore a pagamento di memorabili ”pernacchi” è così descritto dal grande Marotta:

Egli aveva lo sberleffo totale, di petto, squassante, che lacerava l’aria avventandosi sulla terra e sul mare; ma aveva altresì lo sberleffo sottile e variegato, di testa, lo sberleffo a proposito del quale si potrebbe scrivere, come per il canto dell’usignolo: “Era un tema di tre note… “ e continuare per due pagine; inoltre aveva lo sberleffo affermativo e quello negativo, lo sberleffo tragico e quello comico; aveva lo sberleffo eseguito con le sole labbra, più interiore e più lirico, remoto e denso, che liberava come un fluido la sua carica di emotività e di inespresso; aveva lo sberleffo che dichiara e lo sberleffo che allude; aveva lo sberleffo che enunzia per sommi capi e quello che minuziosamente racconta; aveva sberleffi sostantivanti e sberleffi aggettivanti, aveva lo sberleffo come si ha il genio, senza limiti di volontà e di rappresentazione.

Insomma, molto più efficace di tante parole, il pernacchio napoletano è una vera e propria arte. E come ebbe a dire Eduardo, esso vuol significare che il destinatario è ‘a schifezza, d’ ‘a schifezza, d’ ‘a schifezza ‘e ll’uommene!

Inequivocabilmente e senza appello!

mimmo

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