L’elefante e il caporale

Nel post “Ieri, oggi e domani” del 12 luglio scorso ho usato l’espressione idiomatica: Capurà’, è muorto ‘alifante! È un modo di dire di borbonica memoria poco familiare a chi è nato e risiede al di sopra del Garigliano. Ritengo, comunque, che conoscere l’origine di questo modo di dire possa divertire tutti e, al momento giusto, anche essere adoperato da tutti. Perché no? Allora, come usava dire un mio collega: «vengo e mi spiego»:

Nel 1742 nel Castello di Portici (così era chiamata la Reggia) trovò posto un piccolo zoo voluto da Carlo di Borbone, dove vi trovarono ospitalità animali esotici e feroci, che costituivano l’orgoglio del Sovrano.
Un giorno, uno dei cortigiani, il marchese di Salas, allo scopo d’ingraziarsi il re, incaricò l’Ambasciatore di Napoli presso il Sultano di Costantinopoli, il conte Finocchietti, di acquistare un elefante da destinare al giardino zoologico porticese.
Il dono del marchese fu gradito moltissimo dai Sovrani, che spesso si trattenevano insieme alla corte a vedere la destrezza e i giuochi soliti a farsi da questa mole animale.
L’elefante fu, quindi, considerato la perla della collezione reale, tanto che fu commissionato a Giuseppe Bonito un ritratto dell’animale, che fu poi inviato al re di Spagna, Filippo V di Borbone, padre di re Carlo. Il dipinto, attualmente, si trova nel palazzo reale di Riofrio, nei pressi di Segovia.
Fu anche redatto dal medico Francesco Serao un saggio scientifico dal titolo “Dissertazione sull’elefante”, poi pubblicato nel 1766 negli “Opuscoli di fisico argomento”.
Il pachidermico pezzo da collezione era tenuto in somma considerazione, tanto che fu destinato alle sue cure un caporale dell’esercito con l’incarico di dargli da mangiare e di mostrarlo ai cortigiani, che, per altro, spesso lasciavano al soldato anche una mancia.
Naturalmente, questi era felicissimo di quelle semplici incombenze che lo esentavano da altre ben più pesanti. Per il caporale niente guardie, marce e corvée: una vita comoda e riposante invidiata dai suoi commilitoni.
Ma, purtroppo, nonostante lo studio condotto dal dottor Serao e le solerti cure del militare, l’elefante qualche anno dopo morì, molto probabilmente per l’alimentazione troppo ricca di fibre e povera di proteine e vitamine. Trasportato alla Reale Università degli Studi, fu imbalsamato ed esposto nel Museo di Zoologia.
Fu allora che il caporale dovette tornare ai suoi compiti d’istituto. La vita confortevole e le giornate oziose non trovavano più alcuna giustificazione e quelle guardie, marce e corvée dimenticate ritornarono ad essere la sua occupazione.
E ogni qualvolta i suoi compagni lo vedevano montar di guardia o impegnato in faticosi servizi, gli gridavano in tono canzonatorio: «Capurà’, è muorto ‘alifante!!!»
Tuttora questo detto popolare è usato nei confronti di quanti ritornano alle quotidiane fatiche dopo un periodo di occupazioni privilegiate.

(Se qualcuno volesse mandarmi un modo di dire nel dialetto di altre regioni e la relativa spiegazione, sarò lieto di pubblicarlo).

d.m.

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