L’acquasantiera

Grazie al web, ho ritrovato un mio carissimo amico d’infanzia che non vive più nella mia città. Abbiamo parlato di presente e passato e richiamato alla memoria anche parenti e vecchie conoscenze. Le nostre considerazioni, poi, hanno girato intorno alle difficoltà di tenere in vita rapporti interpersonali con alcuni di loro, e lui mi faceva notare che in molti casi è proprio con quelli che ostentano sentimenti religiosi molto intensi che queste difficoltà si accentuano. A volte si ha l’impressione di essere al cospetto di individui dalla doppia personalità: fanno volontariato, aiutano malati e poveri, ma poi trascurano gli affetti più vicini.

Eppure l’insegnamento evangelico va in tutt’altra direzione. Dice Matteo:
Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono (5-23,24).

La mail che Fulvio mi ha inviato aveva come oggetto: “L’acquasantiera”. Che vorrà dire? mi sono chiesto. Ma poi, leggendo, il suo pensiero è stato chiarissimo.

Perché l’acquasantiera? Ho sempre ritenuto che in quell’acqua intinta da tante mani “sante” si annida il vero germe dell’ipocrisia, dell’odio e non solo credersi superiore ad altri e quindi unto da Dio, ma sentirsi autorizzato dal Signore a sputar sentenze senza possibilità d’appello. Vedi, caro amico… sono proprio i più “fedeli” quelli che fanno più male! Ma credo che ogni uomo subisca nell’arco della sua esistenza mortificazioni, dolori che sembrano letali, ingiustizie palesi, umiliazioni, eppure grazie all’amore che portiamo dentro riusciamo a sopravvivere al male.

Le sue parole mi hanno fatto venire in mente un racconto scritto alcuni anni fa. È una storia amara, in parte vista in parte inventata, che potrebbe indurre qualcuno a utili riflessioni.

Vivere e morire

Apprese la notizia nel tardo pomeriggio di una giornata afosa. Il telefono squillò mentre sonnecchiava sulla poltrona di fronte al televisore acceso. Una voce che non conosceva si qualificò come un’amica della sorella e gli riferì che «Agnese non è più di questa terra. Il Signore l’ha voluta con sé». Rimase immobile senza riuscire a pronunciare nemmeno una sillaba.
«Signor Alfonso, mi sente? Dica qualcosa!»
«Sì, sì, la sento. Mia sorella… »
«Sì, sua sorella, purtroppo, ci ha lasciato. Hanno incaricato me di comunicarglielo. I funerali si terranno domani alle dieci. Le faccio le mie condoglianze».
Riagganciò. Alfonso, ancora con il telefono in mano, guardava nel vuoto. Sua sorella Agnese era deceduta e non aveva chiesto nemmeno com’era successo. Non la vedeva da anni. Aveva perso di vista lei ed anche Gaetano, il fratello. Non che avessero litigato, ma è come se fossero vissuti sempre in mondi differenti. Non erano mai riusciti a trovare sintonia su nulla e stare con loro gli aveva sempre provocato disagio. Agnese e Gaetano, invece, andavano d’accordo, anzi, lei stravedeva per il fratello più piccolo. Quando Alfonso si laureò e, in casa, diedero una festicciola con amici e parenti, la sorella mostrò un distacco offensivo. Uscì nel primo pomeriggio per rientrare la sera tardi, a festa pressoché conclusa.
«Flora era sola e ho dovuto farle compagnia; si sarebbe offesa a morte se non fossi rimasta a cena da lei» disse al rientro.
Alfonso non le rimproverò nulla. Ci rimase male, ma fece finta di niente. Per Gaetano, invece, Agnese aveva mille attenzioni. Quando rincasava, quasi sempre a notte fonda, si alzava e gli metteva in tavola la cena. Seduta accanto a lui, gli versava il vino nel bicchiere vuoto. Gaetano trascorreva le sue serate al tavolo da gioco o a scommettere sui cavalli. Era sempre al verde e chiedeva a tutti soldi in prestito che non restituiva mai.
All’età di ventisei anni, Alfonso andò via di casa. Fu assunto da una casa editrice di Milano come correttore di bozze. Non era un impiego ben remunerato, ma guadagnava il necessario per una vita indipendente. In realtà, la sua fu una fuga. Con il padre e la madre non aveva mai avuto contrasti, ma erano così presi dal lavoro che neanche si accorgevano delle vere esigenze dei figli. Erano convinti di essere degli ottimi genitori e affrontavano qualsiasi problema con il portafogli in mano. “Facciamo tanti sacrifici e cerchiamo di non far mancar loro nulla” erano soliti dire. E pensavano così di salvarsi l’anima.
Quando Agnese si sposò con Mario, diedero un banchetto in un finto castello fuori città con circa duecento invitati. La cerimonia fu così sfarzosa da lasciare in tutti un ricordo indelebile. Gli sposi partirono, in viaggio di nozze, per le Maldive e, al ritorno, andarono ad abitare in uno degli appartamenti di proprietà dei genitori. Mario non aveva mai avuto un vero lavoro. Diceva di essere un agente di commercio, ma, di fatto, si impegnava pochissimo, perché dipingere era la sua vera passione. Era un mediocre pittore, ma con i soldi della moglie organizzava mostre ed eventi, dove critici mercenari esaltavano a dismisura le sue opere. Viveva in un mondo avulso dalla realtà, dal quale nulla e nessuno riusciva a distoglierlo. Agnese, dal canto suo, intenzionata a tener ben saldo il timone della famiglia, assecondava le stravaganze del marito, che, in cambio, non interferiva mai nelle sue decisioni. Anzi, lei aveva trovato in quel personaggio un modo per dar vanto a sé stessa.
«Un artista è un artista» diceva. «Per noi, comuni mortali, è difficile capire la sua dimensione». Faceva queste affermazioni in tono distaccato, ma dalle sue parole traspariva una boria smisurata.
Qualche anno dopo la sua partenza per Milano, il padre si ammalò di una grave malattia e nel giro di pochi mesi morì. Non passò molto tempo che anche la madre seguì la sorte del marito. Il negozio fu dato in gestione, mentre gli appartamenti di proprietà, grazie alla disinvoltura di un notaio compiacente, furono venduti con un rogito registrato in data antecedente e il conto in banca depredato da Agnese e Gaetano. Ad Alfonso fu data una piccola somma di denaro facendola passare per la sua parte di eredità. Naturalmente, lui non ci credette, ma neanche protestò. Intascò quei soldi e sparì. Non diede nessuna notizia di sé e non ne ebbe da loro. Fu un po’ come morire.
E adesso? Adesso che aveva ricevuto quella notizia non riusciva a comprendere cosa aveva dentro. Dolore? E per cosa? Da lungo tempo nessuno dei due si era più occupato né preoccupato dell’altro. Indifferenza? No, non riusciva neanche ad essere insensibile alla scomparsa della sorella. Turbamento? Sì, si sentiva smarrito, pervaso da una certa inquietudine.
Decise di partecipare al funerale. Prese il primo treno utile e si sistemò in un albergo nei pressi della stazione. Al mattino, verso le nove, si recò nella chiesa poco distante dalla casa paterna, dove Agnese si era trasferita subito dopo la morte dei genitori. Era sicuro che lì si sarebbe svolta la cerimonia funebre, perché in quella chiesa, un tempo, la sorella faceva la catechista. Che strano, pensava, i parroci affidano un’attività così delicata alla prima persona che mostra disponibilità, senza curarsi di cosa sanno di psicologia infantile. Mia sorella, poi, non è che avesse un carattere proprio adatto a svolgere quel compito. Che mi risulti, aveva cominciato a frequentare la comunità per riempire i suoi vuoti e alla ricerca di una forma di realizzazione personale. Col tempo, poi, Agnese aveva assunto un ruolo rilevante nella parrocchia, una specie di factotum che si occupava di ogni cosa, tranne dir messa, naturalmente.

Giunse in anticipo. Tutto era pronto in attesa del feretro, ma la chiesa era ancora vuota. Si sedette su un banco in fondo, lontano dal corridoio centrale. Gli occhi, protetti da occhiali scuri, erano rivolti all’altare, ma non vedevano nulla, perché i ricordi gli passavano davanti attraverso immagini in bianco e nero. Rivide il momento che aveva preso la prima comunione, mentre Agnese e Gaetano, seduti in prima fila, gli facevano le boccacce ogni volta che li guardava. Ricordò i litigi da adolescente con l’uno o l’altra che si spalleggiavano a vicenda, sempre pronti a dargli torto. Rivisse gli sgarbi giovanili dei due nei suoi confronti. Quando ritornò al presente, si accorse che molti posti erano stati occupati. Osservava la gente intorno a sé e, ancorché la vecchiaia ne avesse mutato i lineamenti, riconobbe alcune persone. Ma si sorprese che nessuno badava a lui. La barba, i capelli lunghi e gli occhiali l’avevano reso irriconoscibile anche nella fisionomia.
Fu distolto dai sordi rintocchi della campana. La bara, portata in spalla da due addetti delle pompe funebri, fece il suo ingresso, seguita da Mario e due ragazze. Dovevano essere le nipoti, Melania e Melissa. Che nomi! Mia sorella si è sempre distinta per eccentricità, pensò, e non ha risparmiato nemmeno le figlie. Il cognato sembrava infiacchito dal dolore. Con gli occhi arrossati di chi aveva pianto molto, mostrava di non reggersi in piedi, sorretto da una persona che non conosceva. Entrambe le ragazze camminavano affrante dietro al padre, strette l’una all’altra e indifferenti dell’afflizione del genitore. Non si curano di lui, come lui non si è mai preso cura di loro. La bara venne deposta a terra, ricoperta di fiori e contornata da quattro ceri. Il suo pensiero, poi, andò al fratello. E Gaetano dov’è? Ma non fece in tempo a chiederselo, che lo vide entrare in mezzo a due uomini, come se gli facessero da scorta. Non capisco. Che significa? La risposta gli giunse all’istante.
«Hai visto? c’è anche Gaetano, gli hanno dato un permesso speciale» bisbigliò una donna davanti a lui all’uomo che aveva accanto.
«Quelli che l’accompagnano devono essere guardie carcerarie» osservò questi.
«Ti rendi conto? Sono quasi due anni, ormai, che è in gattabuia»
«E ci dovrà restare ancora un pezzo! È la seconda condanna per truffa. La prima volta l’ha fatta franca grazie alla condizionale».
«È proprio vero che il gioco è una brutta bestia!»
Alfonso non si sorprese più di tanto. Suo fratello era stato sempre un incallito giocatore e si accompagnava spesso a loschi figuri e, per rimediare soldi, probabilmente, non aveva esitato a partecipare a traffici illegali. Agnese l’aveva sempre protetto e, più volte, ripianato i suoi debiti. Inutilmente. Gli venne in mente di quella volta che Gaetano era stato minacciato per non aver pagato un’ingente somma di denaro, frutto di una perdita al poker, e spalleggiato dalla sorella gli chiese un prestito. Al suo rifiuto, Agnese lo accusò di poco amore fraterno e di scarso attaccamento alla famiglia.
«Siamo tutti figli della stessa mamma e non puoi tirarti indietro in un momento di necessità. Gaetano è sangue del tuo sangue e, tu, devi aiutarlo» gli disse in tono più minaccioso che accorato.
«Gaetano non è nei guai a causa di una disgrazia. A lui piace vivere così e non ha nessuna voglia di cambiare. Un vero aiuto, sarebbe metterlo davanti alle sue responsabilità, anziché dargli soldi da bruciare al tavolo verde e in scommesse».
Lei pagò ancora una volta i suoi debiti e Gaetano riprese a scommettere e giocare.
«Ma non vedo Alfonso, l’altro fratello! Ti ricordi di lui?» riprese sottovoce la donna rivolta sempre al marito.
«Certo che mi ricordo di Alfonso! So che è diventato un affermato scrittore. Ma l’avranno avvertito?» sussurrò l’uomo.
«Sì, l’hanno informato. Ma non si è visto. Non è che andasse molto d’accordo con Agnese. Ma non mi sembra una buona ragione per disertare un momento del genere».
«Ma, se non si vedono da anni! Lui andò via senza dare più notizie di sé. Neanche Agnese, per la verità, l’ha mai cercato. E neppure Gaetano. Di Mario, che dire? non hanno mai legato e ognuno ha vissuto come se l’altro non ci fosse. Che senso ha, mi chiedo, venire a dare l’estremo saluto a chi, per te, non è esistito da vivo?»
«Ma la morte è un avvenimento terribile e serio!» protestò la donna.
«Anche la vita lo è! E voler onorare la memoria di una persona scomparsa, dopo che si è deciso di cancellarla dalla propria esistenza, mi sembra una grande ipocrisia. Comunque, io, Alfonso lo capisco: Agnese era un’arpia!»
«Ma tu bestemmi!»
«Sei tu che bestemmi alla vita se pensi di riabilitare una persona solo perché è deceduta».
Quei due parlavano sommessamente, ma non abbastanza da non essere ascoltati da Alfonso. Le loro considerazioni avevano aperto in lui un varco dove fluivano e rifluivano riflessioni. Era vero, la morte della sorella l’aveva colpito, ma la sua scomparsa lo lasciava freddo. Non è la sua persona che mi manca, ma la sorella affettuosa che non ho mai avuto. La sorella, a cui confidare desideri e affanni, alla quale partecipare sensazioni e suggestioni, raccontare e ascoltare, scambiare impressioni, chiedere e dare consigli.
«Pensala come vuoi, ma alla voce del sangue non si può rimanere sordi» aggiunse sdegnata la donna.
«Il richiamo del sangue è un concetto terribile. La spinta ad amare deve venire dal cuore, e una sana relazione, per non avvizzire, ha bisogno di stima e affetto».
«In piedi» invitò ad alta voce il sacerdote che officiava. Vestito dei paramenti della circostanza, asperse la bara con acqua santa, agitò il turibolo che gli porse il chierichetto e, mentre nell’aria si diffondeva l’acre odore dell’incenso, invitò a pregare per tutti i defunti: «Splenda ad essi la luce perpetua, Signore, e, poiché tu sei pietoso, dona loro l’eterno riposo». Infine, aggiunse: «Congediamoci dalla nostra sorella Agnese e preghiamo affinché il Signore l’accolga tra le sue braccia. Amen».

La liturgia funebre era terminata. La bara fu sollevata da terra e condotta fuori lungo il corridoio tra le due file di banchi. Al passaggio, molti si facevano il segno della croce. Qualcuno toccava la cassa e portava la mano sulle labbra baciandola. Alfonso non era più al suo posto. Forse non c’era mai stato.

d.m.

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3 thoughts on “L’acquasantiera

  1. Mia madre e mio padre, due persone buone e sempre disponibili verso gli altri in maniera naturalissima senza aspettarsi niente in cambio (e tu Mimmo lo sai bene), mi hanno inculcato nella mente questa frase: “fai il male e pentiti, fai il bene e scordati”. E’ quello che ho sempre seguito, anche prendendo qualche volta calci in faccia, ma io sono fatta così e ne vado orgogliosa.Come i miei genitori non ho mai frequentato molto la chiesa, le acquasantiere non mi sono mai piaciute (se non qualche volta esteticamente se posizionate in belle chiese e ricche di fregi), ho cercato sempre di aiutare o dare conforto a chi ne aveva bisogno, mi piace che la famiglia sia unita, intendendo non solo la mia di famiglia ma anche quella allargata dei cugini e zii. Purtroppo non si può sempre andare di comune accordo con tutti o far andare tutti di comune accordo, ma mentre un tempo la cosa mi dispiaceva molto e me ne facevo un cruccio, ora che l’età avanza e di conseguenza anche la “saggezza”, mi rendo conto che le forzature non sono positive. Allora telefono, scrivo e frequento solo chi mi va e chi per me lo merita, tanto gli altri non si accorgeranno neanche della mia mancanza come, caro Mimmo, nel tuo bel racconto le persone che in chiesa criticavano persino la morta non si sono accorte di Alfonso.
    Laura

    • Laura, cara
      Condivido con te la convinzione che si debba frequentare, scrivere, chiamare solo chi si vuole veramente bene. E condivido con te le critiche che ci muovono i “benpensanti” in realtà ipocriti.
      Perchè sui manifesti di morte non si vede mai in bel
      “Finalmente è schiattato….” di sapore liberatorio ?
      ma, nonostante tutto, come diceva un antenato di Berlusconi
      “me ne infischio ! “

  2. Sapete come diceva Mario Monicelli in risposta provocatoria a tutti quelli che usavano riabilitare le persone dopo morte, anche se in vita erano state reprobe e discutibili? “Muoiono solo gli stronzi!”

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