Il Partito Democr(om)atico

Quando nel 2002 Nanni Moretti salì sul palco di piazza Navona e urlò: «Con questi dirigenti non vinceremo mai!» la sua rabbia era rivolta alla classe dirigente dell’Ulivo in perenne discordia. Sono passati dieci anni. Non c’è più l’Ulivo e neanche l’Unione. Segretario dei DS era Fassino, della Margherita Rutelli. Ora c’è il Partito Democratico, che ha inglobato Democratici di Sinistra e Margherita. Il primo segretario è stato Veltroni, che sembrava l’uomo della provvidenza, e ora c’è Bersani, che nessuno vuole e nessuno rimuove.

Oggi il PD è un partito che definire cromatico, non vuol dire multicolore per armonia di posizioni e argomenti, ma un guazzabuglio di proposte contrastanti, non componibili e spesso incomprensibili. Insomma, l’immagine che ne viene fuori non è un arcobaleno dalle tonalità rassicuranti, ma una coloreria di beghe che disturbano e disorientano. Un’armata allo sbando, che ogni qualvolta s’incontra per decidere qualcosa finisce col contrastarsi e dividersi sempre di più. I vecchi son vecchi non per l’anagrafe, ma perché non partoriscono nessuna nuova proposta. I giovani son giovani non per l’età, ma perché si abbandonano a chiacchiere senza costrutto. Di uno come D’Alema dovremmo fare a meno, ringraziarlo per la sua lunga militanza e mandarlo ai giardinetti a leggere il giornale. Di uno come Renzi possiamo fare a meno, benedirlo per aver movimentato un po’ le acque del centrosinistra e proporgli di curare i giardinetti dove va D’Alema.

I potenziali alleati, poi, fanno cadere le braccia. Sinistra Ecologia e Libertà è una creatura di Vendola che vive della sola energia di Vendola. Gira e rigira sta sempre a braccetto con Di Pietro. Ma che ci azzecca Vendola con Di Pietro? Cos’hanno in comune, quanto a passato e proposte per il futuro? Non voglio pensarlo (eppure, rimugino), ma quest’alleanza ha tutto il sapore di una sommatoria di percentuali da far pesare in un’eventuale trattativa col Partito Democratico.
La Federazione della Sinistra, altro non è che una polverosa soffitta che mette insieme Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani. Immaginare oggi che un soggetto politico possa avere a fondamento ideologia e lotta di classe è pura follia. Più che un partito, a me sembra la caricatura di quel grande movimento di sinistra, che, con tutti i suoi limiti, in passato ha dato alla società italiana impulsi di modernità e giustizia, oltre che garantire fondamentali diritti ai lavoratori (checché ne dica Mariomonti). Prima divisi (perché?), oggi in apparenza uniti (da cosa?), i due soggetti-oggetto esprimono una visione della società anacronistica. Persino il simbolo non rappresenta più il mondo del lavoro. La falce e il martello erano metafore di una società fatta di contadini e operai contrapposta al padrone. A voler essere in sintonia con i tempi, bisognerebbe mettere su quella gloriosa bandiera rossa un computer e un telefono, odierni simboli di sfruttamento interinale e a termine. Poi, occorrerebbe trovare un logo anche per i piccoli imprenditori da aggiungere ai primi due, dal momento che anche loro sono strozzati dal grande capitale incarnato dalle banche.
Poi, c’è Bonelli, quello che ha raccolto i cocci del Sole che ride, ma che non riesce a rimetterli insieme. E come potrebbe? La politica ambientalista è una cosa troppo seria per metterla in mano a uno come lui e tutti quelli che fino ad oggi hanno solo scimmiottato gli ecologisti tedeschi e francesi.
Infine, i socialisti di Riccardo Nencini, che ancora non si è capito chi sono, chi li vota e perché.

A differenza di partiti e movimenti, o presunti tali, il nostro tessuto sociale, oggi, è composto da una serie di segmenti che tendono ad incontrarsi più che a scontrarsi, dove la rete di necessità e domande è ampia ma spesso con un comune denominatore. Non è raro constatare che i problemi dell’imprenditore in molti casi collimano con quelli del lavoratore. E basta guardarsi intorno per osservare che la classe media si assottiglia sempre di più per entrare nella categoria della “povertà relativa” (così la definisce l’ISTAT), cioè coloro che non possono mantenere l’automobile, rinunciano alle vacanze o trascorrono il sabato sera in casa anziché a ristorante. Si tratta di una nuova classe sociale che, proprio perché consuma meno, riduce la movimentazione di denaro nell’ambito di un meccanismo globale, che alla fine ha ripercussioni negative su tutto i gangli della società, in particolare su quella indigente, che come prima conseguenza perde il lavoro e precipita nella “povertà assoluta” (sempre definizione ISTAT).

E, a fronte di un futuro sempre più incerto, cosa fa la nostra classe politica? Cincischia, cacicca, si iberna. Incurante della diserzione elettorale in costante aumento, guarda il dito anziché la luna.
Capisco (ma non giustifico) che a un partito che abusa della parola “Libertà” in un Paese libero, poco gliene importi di quanti andranno a votare, importante è che quei pochi che ci vanno votino per lui.
Capisco (ma non giustifico) il movimentismo di Casini, che cerca di accreditarsi come il futuro ago della bilancia tra centrodestra e centrosinistra. Lo ha fatto per anni il vecchio partito socialista di Craxi e ne paghiamo ancora il prezzo politico ed economico. Se una formazione conta per il 6-7 per cento, non può avere la pretesa di determinare gli assetti governativi a dispetto delle scelte della maggioranza degli italiani.
Capisco (ma non giustifico) che a un paio di azzeccagarbugli possa venire la tentazione di mettere, a loro modo, le cose a posto sfruttando la legittima rabbia di tanti giovani tenuti fuori dalla Politica da meccanismi di partecipazione dolosamente inceppati da una classe politica prepotente e, in buona parte, incapace.
Non capisco e non giustifico, invece, perché un partito che si richiama ai valori della democrazia, non riesce a dare risposte chiare su tematiche sociali rilevanti. I dirigenti del Partito Democratico non possono continuare a fingere di cercare una Titina che non troveranno mai, perché, in fondo, non hanno nessuna intenzione di trovarla veramente. Cos’altro deve accadere perché costoro si rendano conto che questo modo di fare politica non consoliderà mai la posizione del partito in seno alla società. Non dovrebbe essere difficile comprendere che appena Berlusconi ritornerà in campo, si riprenderà la scena della campagna elettorale, addebiterà a Monti la mancata crescita e la scomparsa dei posti di lavoro, accuserà Bersani di complicità col nemico e Vendola, Ferrero e Diliberto di voler ancora una volta dare l’assalto al Palazzo d’Inverno. E, magari con un’ardita promessa in zona cesarini riuscirà a recuperare quei consensi dormienti che gli faranno incontrare Maroni e Casini, e forse anche Fini e Rutelli e insediarsi di nuovo a Palazzo Ghigi.
Un’ipotesi che potrebbe anche realizzarsi se dal Partito Democratico non verrà un sussulto che conduca il suo gruppo dirigente a praticare la Politica. Proprio così, quella con la Maiuscola. Quella che è servizio per i cittadini e non ricerca di una rendita di posizione. Quella che mette davanti l’interesse generale a quello individuale. Quella che fa assomigliare a uno statista chi fa della Politica il suo mestiere. Quella che perseguivano uomini come Moro e Berlinguer.

Aggiungiamo anche che le primarie che si apprestano a fare non sembrano preludere affatto a un momento di alta democrazia, ma tutto lascia temere che si celebrerà l’ennesimo pastrocchio. E, in attesa che si definiscano le regole, il carro attrezzi di Renzi è già partito. Il borgomastro Matteo, di città in città, come fra’ Galdino, porge il suo sacco aperto e accetta noci da chiunque. Per il momento ha incassato il benvenuto del collega Tosi da Verona e la benedizione di Berlusconi. Non male per uno che con la sinistra non ha avuto mai nulla a che fare. Poi ci sarà la candidatura di Bersani e la signora Laura Puppato. E altri ancora.
Il fatto è, che Renzi, oltre che aprire pratiche di rottamazione, presenta anche un suo programma. Un’idea di governo che sarà diversa da quella di Bersani, a sua volta ancora diversa dalla Puppato, che di certo non sarà quella che presenteranno gli altri candidati. Ma, soprattutto, nessuno di questi rappresenta il programma politico del partito al quale tutti appartengono, semplicemente perché il Partito Democratico un’idea chiara di governo ancora non ce l’ha.
E allora, di grazia, come si fa a scegliere un candidato premier se non si sa ancora che posizione ha il suo partito su questioni come lavoro, ambiente e diritti civili? quale legge elettorale predilige? quali alleanze? e che idee di sviluppo ha?
Di politica economica è inutile parlarne perché l’agenda l’hanno già dettata Angela Merkel, Mario Draghi e Christine Lagarde e per i prossimi anni è impossibile cambiarla, checché ne vada ciarlando Berlusconi in materia di IMU.

Una proposta di governo ha bisogno di un largo consenso e di un gruppo dirigente che ci crede, guidato da un leader coerente. Invece, qui, le primarie sono un happening a futura memoria, dove i candidati formano una rosa dei venti che alla fine avrà effetti sbriciolanti sulla già fragile coesione interna del partito.
Io voglio votare, ma vorrei sapere prima dove andiamo e poi chi mi accompagnerà. Il contrario è una delega in bianco a un nocchiero in balia di vogatori senza bussola.

Sembrerò un eretico stupido e paternalistico, ma voglio dire la mia. Sarebbe stato molto meglio far precedere le primarie da una conferenza programmatica aperta, nella quale disegnare un tracciato politico chiaro, fatto di pochi punti: lavoro, diritti civili e legge elettorale, per esempio. Questioni su cui discutere, dibattere, litigare, ma poi votare e decidere le direttrici su cui impegnare il Partito in ogni sua articolazione. Anche a maggioranza. Anche a costo di scontentare qualcuno.
Dopo di che, se c’è ancora chi non riesce a farsi una ragione che deve remare con gli altri e in silenzio fino al prossimo congresso, va invitato ad accomodarsi fuori. Con garbo, con cortesia, ma con fermezza. L’unità è un valore, ce lo insegna la storia.
Un nuovo centralismo democratico? Chiamatelo come volete, ma un partito unito, o si avvale di queste regole o è padronale. E se non si avvale di queste regole e non è padronale, è perdente.

A questo punto, solo a questo punto, vanno sottoposte le risoluzioni ai potenziali alleati, di centro e di sinistra, con margini di trattativa larghi sulle strategie ma stretti sugli obiettivi. Poi, una volta trovati (se possibile) i punti di convergenza, è il caso di procedere con le primarie di coalizione, dove chiunque, Renzi e Bonelli compreso, può essere candidato, con la consapevolezza che il prescelto sarà chiamato a portare avanti le linee programmatiche stabilite e concordate con la coalizione. Chi non le trovasse coerenti con le proprie convinzioni, per onestà intellettuale, desista.

Ma si sa, con i se e con i ma non si fa la storia. E nemmeno con i condizionali. Figuriamoci con i sogni. Allora resta soltanto la speranza dispersa e disperata di un elettore che teme di finire nel limbo della politica, il quale, nonostante tutto, continua a pensare che questo sarebbe stato un percorso politico a favore della democrazia rappresentativa. Difficile, irto di ostacoli, ma tale da poter dar vita a un’area di centrosinistra autenticamente riformista in grado di candidarsi alla guida del Paese con ottime possibilità di durevole consenso.
Invece… «Con questi dirigenti non vinceremo mai!»

Cantastorie

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