Farneticazioni sallustiane

L’articolo di Dreyfus su Libero

L’art. 21 della nostra Carta Costituzionale comincia così:
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”

Sacrosantissimo!
Quello che invece mi pare blasfemo è avere la pretesa di diffamare o dichiarare il falso a mezzo stampa (inteso nel senso più ampio del termine) e rifiutare scuse e rettifiche. Così come appare una reiterata bestemmia continuare a blaterare quotidiane ragioni che non esistono in terra, in cielo e in ogni dove.
È il caso di Alessandro Sallusti, direttore dimissionario, anziché no, de “Il Giornale”, condannato con sentenza definiva a quattordici mesi di reclusione per aver pubblicato su “Libero”, quando ne era direttore responsabile, notizie false e diffamatorie. E oggi anziché tacere per la vergogna, cicaleggia a tutto campo alla ricerca di un’impossibile verginità.
Sia chiaro che noi non invochiamo la galera per nessuno. La perdita di libertà è sempre una brutta cosa. Chiediamo, però, l’affermazione di una giustizia giusta, che poi è il minimo sindacale in uno stato democratico.

A suo favore si sono già levate vibrate reazioni di autorevoli giornalisti. Hanno alzato il loro scudo Ezio Mauro, Ferruccio De Bortoli, Gad Lerner, Enrico Mentana, Giovanni Floris, poi Travaglio, Sardo, Annunziata, Tarquinio, Belpietro, fino al Segretario della Federazione Nazionale della Stampa, che ha proposto di mettere spazi bianchi in prima pagina come segni tangibili di protesta per evidenziare la mostruosità di queste norme.
È il quarto potere che nella sua massima espressione difende sé stesso. Una cattiveria? Forse.
Ma quelli che hanno sconcertato di più sono stati alcuni politici. Una sentenza liberticida che segna una delle pagine più buie della magistratura italiana (Fabrizio Cicchitto). Questo Paese fa schifo e spero che gli italiani scendano in piazza perché abbiamo raschiato il fondo (Daniela Santanchè). Il Parlamento e il Governo non possono restare inermi di fronte a fatti come questi e debbono porvi immediatamente rimedio (Ignazio La Russa). La condanna assume i contorni di una intimidazione inaccettabile (Angelino Alfano). L’invito che faccio a Sallusti è: resisti resisti resisti (Roberto Maroni). E altri, altri ancora, fino a Berlusconi che ha dichiarato: La carcerazione inflitta appare a chiunque assolutamente fuori da ogni logica e contro il buonsenso. Chiederemo al governo di intervenire urgentemente in tal senso affinché casi come questi non si possano più verificare e nessuno possa essere incarcerato per avere espresso un’opinione.

Alessandro Sallusti

Scusate, mi viene da chiedere dal mio piccolo, piccolissimo pulpito, ma voi in tutti questi anni dove eravate? Chi ha impedito a voialtri di prendere in considerazione questo tipo di reato con annesse pene? Signor Berlusconi, lei che è tanto pratico nell’abrogare e
modificare le leggi, perché quando aveva in Parlamento una maggioranza che le ha consentito di fare quello che voleva, non ha mai pensato di intervenire su queste norme “liberticide”, “intimidatorie”, “schifose”? E i suoi collaboratori giuridici, così solerti nel confezionare leggi che le hanno consentito di evitare tanti problemi giudiziari, come mai non hanno mai messo mano alle correzioni sulla responsabilità oggettiva di un direttore di giornale rendendola più vicina agli standard europei, che non prevedono sanzioni detentive? Ma, sbaglio o siete voi del PDL che fino a ieri volevate il carcere per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni telefoniche?

Nel caso specifico, però, si mischiano le candele con le zucchine. Il fatto è che qui non è
in discussione la libertà di stampa o addirittura quella di opinione. Sallusti non è stato condannato per aver manifestato il suo pensiero. Sallusti non è Tommaso Campanella. Sallusti ha avallato il falso che un suo redattore aveva scritto. Dalle pagine del giornale di cui era responsabile è stata infangata l’onorabilità di un medico e un magistrato.
E oggi? Oggi, dopo la sentenza della Cassazione, in molti, giornalisti e politici, si fiondano contro una norma vecchia più di ottant’anni, che scoprono solo adesso liberticida, intimidatoria, schifosa.
Mi dispiace, ma non ci siamo proprio, miei cari lorsignori: o ci fate o ci siete. Vi ricordo, per altro, che Sallusti, una volta venuto a conoscenza dell’infondatezza dei fatti narrati, ha trascurato di correggerli con la verità, oltre che chiedere scusa agli interessati e ai propri lettori. Perché sia chiaro: al diritto di informare corrisponde il diritto di esser informati correttamente.
Soltanto Giulio Anselmi, presidente dell’ANSA e della FIEG, ha dichiarato: «Occorre rispetto per i lettori, un rispetto che spesso tra i giornalisti è più retorico che reale. Siamo stati tutti ipocriti: i politici che hanno puntato sullo strumento della punizione, gli editori che non si sono curati abbastanza del tema e i giornalisti che come categoria sono spesso insensibili». Si chiama onestà intellettuale.

Ma, il clamore suscitato dalla sentenza non si placa, anche perché è lo stesso Sallusti che continua ad atteggiarsi a vittima sacrificale della “violata libertà di stampa e opinione”. Allora, è proprio il caso di riprendere quella storia per cercare di ragionare dei suoi risvolti con pacatezza e serenità.

Nel 2007 a Torino, Valentina, una ragazzina di tredici anni abortì volontariamente con l’autorizzazione, non l’imposizione, del giudice tutelare, perché, presente il consenso della mamma, mancava il consenso del padre della ragazza, la quale non aveva buoni rapporti con il genitore e non aveva inteso comunicare a quest’ultimo la decisione presa.
Consentire e interrompere una gravidanza, come fecero il magistrato e il medico interpellati, non è una pratica piacevole, ma la legge garantisce questo diritto, maggiorenne o minorenne che sia l’interessata.
Alcuni giorni dopo l’aborto, la ragazza, già in cura per motivi psicologici, forse per la difficile infanzia e ancora sotto shock, tornò a mostrare gli stessi segni di squilibrio che già in passato avevano indotto la madre a rivolgersi ai sanitari e ai servizi sociali. Valentina fu ricoverata in un reparto di neuropsichiatria e la notizia giunse alla redazione del quotidiano torinese “La Stampa”, che raccontò la storia di una ragazzina traumatizzata che minacciava di uccidersi a seguito di un aborto. Bastarono poche ore, però, per capire che non c’era stata alcuna costrizione. La psicologa dell’ospedale ginecologico, infatti, aveva dichiarato: «Quando è arrivata da noi, la pratica era già seguita dai servizi territoriali. Valentina ha grossi problemi familiari, anche di fronte a me non si è opposta all’aborto». Altri giornali si occuparono della vicenda, ma poi chiusero il caso riconoscendo che si trattava solo una storia dolorosa che riguardava la vita privata di una bambina dai trascorsi difficili cresciuta troppo in fretta, sulla quale era meglio tacere.

Dreyfus – Renato Farina

Non sulla stessa linea il quotidiano “Libero”, che ritenne invece di soffermarsi sul caso, tanto che il 18 febbraio 2007 impegnava sulla vicenda la seconda e terza pagina del giornale, nonché un titolo in prima, accusando genitori, medici e magistrato di aver coartato la volontà di Valentina. L’articolo, scritto dal reo confesso Renato Farina, e firmato con lo pseudonimo Dreyfus, è violento, ideologico, brutale.
Un adolescente di Torino è stata costretta dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via. E questo è solo l’incipit. Quindi, prosegue: per ordine di padre, madre, medico e giudice per una volta alleati e concordi Valentina ha dovuto subire ciò che non voleva. Poi, va avanti dicendo che se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice.
Ma il magistrato chiamato in causa si sente infamato e denuncia il direttore responsabile Sallusti, il quale, secondo il giudice, proprio perché ha dato ampio rilievo a quel caso e nei termini descritti, non poteva non sapere, facendone addirittura una scelta editoriale.
E come reagisce alla querela il Nostro? Tace. Non parla per cinque anni. Forse per sufficienza, forse convinto che tutto finirà in una bolla di sapone, che questo è uno dei tanti incidenti di percorso in cui un giornalista incappa e dal quale ne uscirà con l’ennesima scrollata di spalle.
Invece, come si dice, la Giustizia fa il suo corso e nell’anno di grazia 2012, addì 26 settembre, la Corte Costituzionale mette l’ultimo timbro sulla sentenza e, in nome del popolo italiano, dichiara colpevole dei reati ascrittigli il cittadino Sallusti Alessandro, e lo condanna a quattordici mesi di carcere da scontare, uno per uno, nelle patrie galere.
A questo punto, solo a questo punto, l’Alessandro borioso urla. Strepita che gli vogliono mettere la mordacchia, che la sua è una sentenza politica, che la Magistratura fa strame della libertà di parola e pensiero, che lui andrà in gattabuia a testa alta e che non è giusto che un giudice giudichi un altro giudice, insinuando che tra colleghi… capisci a me!
Di grazia, signor Sallusti direttore Alessandro, ma secondo lei, se un giudice ricorre in tribunale, chi dovrebbe essere a decidere se ha torto o ragione? un sarto? un geometra? un fisioterapista? o un politico di destra? magari del PDL? magari uno come Roberto Formigoni che ha arringato: «Sallusti è un eroe della libertà di stampa». (Sic!)
Io mi rifiuto di pensare che un magistrato dia sempre ragione a un altro magistrato. Se così fosse crollerebbe l’intera impalcatura dello stato di diritto. E poi, non mi faccia diventare il difensore dei giudici, ma se il suo teorema fosse credibile, in Corte di Appello e in Cassazione vedremmo sempre confermate le sentenze emesse in primo grado. Invece, spesso assistiamo al contrario.
Allora, siamo seri! Lei e il suo sodale Farina, nella migliore delle ipotesi, avete preso di palo. E nella peggiore contrabbandate arbitrio per libertà. La vostra era una notizia ferlocca, uguale, precisa a quella che interessò il direttore di “Avvenire”, Dino Boffo, costretto alle dimissioni per una vicenda inventata di sana pianta dal suo “Giornale”. E anche in quel caso, non è che lei si sia cosparso il capo di cenere.

Quindi-percui-dunque, setanto-midà-tanto, è chiaro come il sole che il caso che ci occupa ha in sé la diffamazione aggravata e il rifiuto a scusarsi e rettificare. Qui, invece, si invoca il diritto di calpestare chicchessia per un fine diverso da quello di informare. Qui si difende un collega che si è messo la deontologia professionale sotto i piedi. Qui si scomoda la Presidenza della Repubblica per salvare dalle conseguenze di una legge in vigore uno che si è servito della stampa per diffondere fandonie.
Questo è il busillis! Ed è su questo che dobbiamo confrontare le nostre (queste sì!) libere opinioni.
Mi rendo conto, a questo punto, di non essere stato capace, come avevo promesso, di parlare della questione con pacatezza, ma bisogna convenire che quando al centro della discussione c’è uno come Sallusti, non è facile mantenere i valori pressori a 80/120. È il personaggio stesso che ti spinge sulla china della discorsività accalorata.

Comunque, Sallusti non finirà con la palla al piede. Ancor meno Renato Farina, oggi deputato del PDL, già radiato dall’albo dei giornalisti perché collaboratore dei Servizi Segreti col nome di “Agente Betulla” (come nomignolo, non fa un po’ ridere?). E, per la verità, nemmeno lo auspichiamo. Ma non è neanche giusto che chi usa i mezzi di informazione per infangare la reputazione di una persona ne venga fuori con un buffetto.

Pertanto, il Governo provi pure a trovare il sistema di cancellare la condanna all’emerito direttore, ma non si escluda di comminargli una sanzione. E in attesa che la Federazione della Stampa disponga per lui provvedimenti severi, io una proposta alternativa al carcere ce l’avrei. E, come diceva Totò, a me piace. Il Governo emetta un decreto ad personam con il quale si fa espresso divieto al signor Sallusti Alessandro, nato a Como il 2 febbraio 1957, di comparire in TV per quattordici mesi. Che ci sia risparmiata almeno la sua protervia e il suo eloquio sprezzante. Che ci sia evitata la sua maschera di giornalista e quel suo sorrisetto sardonico.
Questa, è secondo la mia libera opinione, la pena da infliggere a un cotal pensatore. E a noi la gioia di non vederlo in circolazione per un po’ di tempo.
Saranno solo pochi mesi, ma, per favore, fateci prendere fiato.

Cantastorie

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2 thoughts on “Farneticazioni sallustiane

  1. Caro Mimmo,
    su questa vincenda – e su una simile – mi prudeva la tastiera di scriverti qualcosa. Cominciamo dicendo che per contrabbandare la libertà di opinione con la diffamazione ci vuole una faccia di bronzo di cui i politicanti italioti non difettano. Ma poi: tutti hanno criticato B. che si è fatto le leggi ad personam. E questa come me la chiamate ? dopo 80 anni ci si ricorda che si deve cambiare la legge, la magistratura concede anche 30 giorni di sospensione per poter fare le cose in fretta, tutti daccordo da destra a manca…. Dobbiamo riconoscere che il cavaliere mascarato ha fatto scuola in tutto l’arco prostituzionale !!
    E veniamo alla seconda che volevo raccontare. I giornalisti si stanno agitando molto perchè si accorgono (meglio tardi che mai) che i giovani colleghi sono sfruttati per poche lire. Nostro nipote Alessio scriveva sul Roma fino a poco fa per 180 € all’anno. Solo di multe a Via Chiatamone ha speso 10 volte tanto, ma il gusto di avere una firma Mirarchi su un pezzo della storia della nostra famiglia non ha prezzo.
    Adesso molti pennaiuoli di fama, roba da centinaia di migliaia di euro all’anno, invocano una legge che sancisca la paga minima per i giornalisti.
    Perchè aspettare una legge che, già si sa, non arriverà mai ? Avete un ordine professionale – caso unico al mondo – che ci avete intortato essere indispensabile per la Nazione. Ebbene, varate in 15 minuti di riunione un codice deontologico che punisca i direttori affamatori di giovani . Non c’è bisogno di Bersani, Monti, Casini che non sa chi votare: niente di niente . 15 minuti di riunione e vediamo subito chi è con i giovani e chi li vuole sfruttare.
    e invece… niente.
    Perchè, come diceva zio Raffaele con le mani sporche di inchiostro e i polmoni a respirare piombo ” Guagliò, ci stanno i giornali e i giornaletti ” .
    Luciano MIrarchi

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