Fenomenologia della mancata risposta

C’è un modo di fare che mi provoca reflussi gastrici da molto tempo, ovvero “la fenomenologia della mancata risposta”.

Tu mandi una mail che contiene delle domande, una richiesta informazioni, più spesso, in questo periodo invii una candidatura spontanea per un lavoro (anche piccolo, misero, sottopagato), e indietro non ricevi nulla. Al massimo puoi immaginarti un’eco.
Questo mi succede, ad esempio, quando scrivo ai festival e alle fiere per candidarmi come fotografa, ma anche per lavori di svariata natura. Non solo: mi è successo quando scrissi alle segreterie della mia università, al servizio del comune di Milano che si occupava del bando per guide e accompagnatori turistici (sul cui sito campava la beffarda scritta “per qualsiasi informazione scrivere a…”), e posso andare avanti per almeno altre venti righe.

Tale fenomenologia risulta ancora più fastidiosa e frustrante se di contro porto esempi che oltrepassano gli italici confini e che di nuovo, sebbene io detesti profondamente i paragoni di questo tipo, classificano l’Italia nel novero delle Repubbliche delle Banane.
Giusto qualche giorno fa ho aiutato mio padre a mandare una mail a una ditta americana per proporre dei prodotti. Non solo hanno risposto immediatamente ma, seppur abbiano detto di non avere intenzione di fare acquisti al momento, si sono comunque mostrati interessati chiedendo materiale aggiuntivo. Oppure posso ricordare di quando scrissi al servizio di scambio studentesco della Sorbona di Parigi, dove mi hanno risposto prontamente. O ancora, di quando scrissi a una nutrita serie di fotografi inglesi per una mia ricerca personale sul lavoro in Inghilterra e di quei dieci, otto risposero senza ritardo alcuno (probabilmente gli altri due avevano origini italiche o erano svenuti sulla tastiera).

Credetemi, è terribilmente frustrante sapere di essere così ignorati. È soltanto un mattone in più in quel monumento all’inutilità eretto per tutti noi che ancora crediamo che ad un’azione corrisponda una reazione. Alle volte basterebbe un banalissimo “le faremo sapere” quando ti candidi per posizioni lavorative, oppure basterebbe non prendere in giro nessuno evitando di indicare l’indirizzo adibito a richiesta informazioni.

Stefania Ciocca

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