Armida

Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
La violenza sulle donne è una costante nata con la donna stessa. Negli ultimi tempi le cronache ci raccontano di continue violenze fisiche ai loro danni fino a coniare un orribile neologismo: femminicidio. Ma c’è un altro tipo di maltrattamento che viene meno alla ribalta, ma non per questo meno grave e che colpisce un numero imprecisato di donne. La stima delle vittime, infatti, è difficile da fare, ma si può ben dire che di talebanite sono affetti molti uomini occidentali.
Da Il cassetto di Menico ho tirato fuori questo racconto da porre all’attenzione delle donne, ma soprattutto degli uomini.

«Suo marito è in coma irreversibile, signora. Mi spiace, ma non credo proprio che possa riprendersi». Il medico del pronto soccorso era stato esplicito. Solo un miracolo poteva salvare Michele. Ma chi crede più ai miracoli, al giorno d’oggi, pensava Armida.
Era accaduto tutto così in fretta. Avevano appena finito di cenare e Michele si era seduto davanti alla TV per vedere la partita. C’è sempre una partita in televisione. Accidenti al calcio! disse fra sé Armida mentre rigovernava. Tutte le sere, era costretta a rimanere da sola a vedere la televisione in cucina. Il marito, stravaccato nella sua poltrona, non ammetteva alcuna deroga. Una volta, gli aveva proposto di vedere insieme un film, ma lui era stato irremovibile.
«Sono idiozie! I film di oggi non valgono nulla!» aveva risposto infastidito.
«Ma è un classico della cinematografia mondiale! L’abbiamo visto poco prima di sposarci. Mi ricordo che piacque molto a entrambi» insisté la moglie.
«E tu, mi vuoi far vedere un film vecchio di decenni? e che, per giunta, ho già visto? Ma sei fuori di testa! Se ti va, fa pure. Io preferisco vedere altro».
Altro, significava calcio. E se non era una partita, si trattava di interviste, servizi, dibattiti. Comunque calcio. Ormai, vive solo per quello! Olimpia, la figlia, l’aveva definito una specie di centauro in pantofole, mezzo uomo e mezzo poltrona. «Non fai altro che stare davanti alla televisione. Ma perché non vai a fare una passeggiata, tu e la mamma?» gli disse.
«Sappi che io non vedo la televisione, ma il calcio… Andare in giro, poi, è da vagabondi».

Olimpia, presa la maturità, si era trasferita in un’altra città. Con la scusa di aver trovato un lavoro, era scappata di casa. Non era sposata, ma aveva un figlio. Un nipotino, che i nonni vedevano di rado. Olimpia sosteneva che il lavoro, la scuola, la palestra non le lasciavano molto tempo. Non abitava lontano, ma spostarsi per lei era faticoso. «Ci vediamo quanto prima» diceva tutte le volte che telefonava. La verità è che mal sopportava il carattere del padre e, ancor meno, la remissività della madre. «Ma perché non glielo dici chiaro e tondo che ti tratta peggio di una serva? Devi solo lavare e cucinare, accudirlo ed essere sempre pronta ai suoi voleri. Ti conta i passi anche quando vai a fare la spesa!» le aveva detto un giorno. Armida non aveva replicato. Per ribellarsi ci vuole coraggio. E io non ce l’ho. Era rassegnata.

Intanto, ora Michele era lì, in quel letto d’ospedale, privo di conoscenza. Non aveva avuto nemmeno la forza di chiedere aiuto. Lei gli aveva portato il caffè e l’aveva trovato esanime con la testa reclinata e gli occhi stravolti. Aveva gridato, chiamato i vicini e telefonato alla guardia medica. Ai soccorritori bastò uno sguardo per caricarlo subito in ambulanza e via al pronto soccorso.Adesso osservava il suo volto tirato, coperto in parte dalla mascherina dell’ossigeno. Le venne in mente il giorno del loro matrimonio e fu pervasa da un profondo disagio. Le succedeva sempre, quando ci pensava. Si rivide nell’abito bianco al braccio del padre e ricordò l’emozione mentre si avvicinava all’altare, passo dopo passo sul tappeto azzurro della chiesa. L’impacciato baciamano di lui e le formule di rito. Poi, il banchetto. Niente musica, perché Michele così aveva voluto. Gli invitati non sembravano a proprio agio, tanto che parlottavano a voce bassa e di rado si alzavano dal proprio posto. Ad un certo punto si udì un “Viva gli sposi!”, ma l’applauso che ne seguì fu alquanto svogliato. In seguito, nessuno ebbe il coraggio di ripetere l’acclamazione. Come spesso accade in queste occasioni, il pranzo si protrasse per alcune ore. A un certo punto, Armida si alzò per scambiare qualche convenevole con gli ospiti. Ritornata al suo tavolo, non trovò più lo sposo. Solo un biglietto scritto di suo pugno: “Sono stanco, vado in albergo. Raggiungimi quando vuoi. Michele”. Era allibita. Non sapeva che pensare. Che lui non sopportasse di stare troppo tempo fuori casa le era noto, ma qui si trattava del loro matrimonio! Che fare? Informò zia Luisa. La pregò di giustificare in qualche modo l’accaduto e andò via. La festa si concluse così, tra l’incredulità e il sollievo dei presenti.In albergo, Armida, trovò il marito davanti alla televisione intento a vedere una partita di calcio. Si chiuse in bagno e pianse a lungo.
Nelle settimane che seguirono, Michele svelò un pessimo carattere. Parlava pochissimo, non sorrideva mai e rifuggiva da qualsiasi compagnia. Tra l’altro, era un ipocondriaco. Ogni nuova sensazione era un indizio morboso. Consultava subito uno specialista e si sottoponeva a tutti gli esami richiesti. In genere, la risposta era sempre negativa, ma quel sintomo non finiva di allarmarlo. Non mangiava fritture, né cibi grassi. Non usava spezie e rifuggiva dagli alcolici. Caffè, manco a parlarne. Che beffa, tante rinunce per ammalarsi come un crapulone qualsiasi. L’ecodoppler aveva evidenziato un trombo causato dalla poca fluidità del sangue.
Dopo il matrimonio, Armida cadde in depressione. Confidò le sue angosce a zia Luisa, che le suggerì, senza mezzi termini, di avviare subito le pratiche per il divorzio.
«Ma se mi sono appena sposata!»
«Con questi presupposti, mia cara, ti aspetta una vita infelice. Lascialo senza indugio e riprendi la tua libertà» sentenziò la zia
Ma non ne ebbe il coraggio. Col tempo si rassegnò e assunse il ruolo di moglie devota e attenta ai desideri del “capo di casa”, così come le aveva insegnato la madre. Andarono ad abitare insieme ai genitori di Michele. Il suocero, un introverso, mostrava sempre un severo cipiglio. Più che parlare, bofonchiava e se ne stava sempre chiuso in camera sua. Con la suocera, invece, raggiunse una buona intesa, forse perché, sia pur senza averne mai parlato, vivevano la stessa condizione coniugale. Purtroppo, l’anziana signora morì presto e Armida perse una preziosa alleata.
Poi, nacque Olimpia. Quel nome non le piaceva, ma dovette accettarlo. Era il nome di battesimo della suocera e, sia Michele che il padre, non avrebbero mai preso in considerazione un’ipotesi diversa. D’altronde, anche a lei Armida era stato imposto perché apparteneva alla nonna paterna. Era la “regola”! E non era l’unica! In casa sua, essere donna, significava occuparsi di tutte le faccende domestiche, interrompere gli studi quanto prima e tenere un comportamento quasi monacale. Prescrizioni rigide, che tenevano conto più dell’apparenza che della sostanza. L’ottusa severità che si respirava in famiglia la condusse a fidanzarsi con Michele, che appena si conoscevano. Egli era un amico del fratello e come tale entrò in casa sua. Un ciao e un sorriso furono il primo approccio. Poi, una domenica s’incontrarono in chiesa. Terminata la messa, egli chiese di accompagnarla. Lei, tra mille paure di essere sorpresa dalla madre, acconsentì. Ma solo per un breve tratto. Mia madre si sarebbe arrabbiata moltissimo se ci avesse visti insieme. Accadde così anche la domenica successiva. Poi, Michele le chiese la mano. Lei arrossì e disse che ne doveva parlare con i genitori. Formalizzata la richiesta, divennero “fidanzati ufficiali”. Un regime di libertà vigilata.
Tre anni dopo si sposarono e Armida passò dalla giurisdizione genitoriale a quella maritale. Sporadiche visite ai parenti, di rado ricambiate. Mai uno svago. Amici, niente. «Gli amici sono nemici!» era l’affermazione di Michele che ora risuonava nella testa di Armida. Insieme, uscivano solo di domenica per andare in chiesa. Alla messa di mezzogiorno, naturalmente. Una specie di passerella settimanale per essere notati e osservare gli altri. Egli vestiva sempre allo stesso modo: doppio petto grigio scuro, camicia bianca, cravatta bordò e scarpe di colore nero. Mai informale. Della cravatta, poi, non si liberava neanche in casa. Chi lo conosceva, faceva fatica ad immaginarlo in pigiama, tanto che, si diceva, andasse a dormire così conciato.

D’un tratto, Armida fu scossa da un gemito. Michele, con l’unica mano rimasta vitale, si strappò la mascherina dell’ossigeno. La donna si spaventò e corse in corridoio per chiamare l’infermiere.
«Non è nulla, signora, non si preoccupi. Non è in sé e fa gesti inconsulti. Ecco, gliela sistemiamo di nuovo… Così!»
Ringraziò e si sedette nuovamente accanto al marito. Era affranta, ma avvertiva una strana sensazione di libertà. Non capiva, ma vedere quell’uomo immobile, privo di ogni facoltà, la faceva sentire un’altra. Era come se dentro di lei ci fosse un’altra donna.

Michele era stato sempre geloso. Non le aveva mai permesso un filo di trucco. Neanche ora che sarebbe servito a compensare i graffi dell’età. «Mia madre ha sempre usato solo acqua e sapone», «Una donna sposata deve piacere solo al marito» usava dire. Armida, un tempo era stata una bella donna e spesso avvertiva lo sguardo maschile su di sé. Ma adesso? Alla loro età, che senso aveva la gelosia? Se soltanto accennava un atteggiamento un po’ disinvolto con qualcuno, uomo o donna che fosse, egli la redarguiva con decisione. Quando usciva per fare la spesa, faceva tutto in fretta, e se incontrava qualcuno, si congedava in pochi minuti, tanto da apparire sgarbata.
«Era ora! Si può sapere dove sei stata? Di sicuro ti sei messa a chiacchierare con tutti quelli che incontri, mentre io sono qui tutto solo» l’apostrofava al rientro.
«Ma perché dici queste cose? C’era folla nei negozi. Ho fatto primo che potevo. Non ti dico, poi, quanta gente c’era in salumeria! Per pranzo, ho pensato alla pasta ai quattro formaggi. So che ti piace molto».
«Hai deciso tutto tu. Non puoi chiedere a me cosa voglio mangiare? Mia madre domandava sempre al marito cosa cucinare, sia a pranzo che a cena. “Decide il capofamiglia” diceva. Eh! Altri tempi! E altre mogli!»
Brontolava su tutto e voleva sempre essere al centro di ogni cosa. Temeva che in casa si prendessero decisioni senza consultarlo e, per questo, gli mancassero di rispetto.
«Sai» fece Armida per cambiar discorso «in ascensore ho incontrato il signor Gardini. Mi ha detto che quella quota di condominio sospesa, bisogna pagarla».
«Sei salita in ascensore, da sola, insieme a Gardini?»
Si morsicò la lingua. Perché mai glielo aveva detto?
«Lui era già lì, che potevo fare? rifiutarmi? sarei stata scortese!»
«Quell’individuo non mi piace. Avresti potuto dire che sei claustrofobica e salire a piedi».
«Ma sono quattro piani! E avevo anche le borse piene!»
«Un po’ di moto non ti avrebbe fatto male!»
Quando la gelosia lo mordeva, si mostrava irragionevole al limite della crudeltà mentale. Ma non si trattava di gelosia fisica. Temeva il confronto con gli altri per via del suo carattere e voleva impedire alla moglie di avere termini di paragone. In particolare, non sopportava le persone come il signor Gardini, uno che, nel suo piccolo, si godeva la vita. Insieme alla moglie, non si faceva mancare il cinema, il teatro, un buon ristorante e, ogni tanto, una vacanza. Amava anche le buone letture e il convivio con gli amici. E gli piaceva parlarne! Ed essendo un facondo affabulatore, carpiva l’attenzione di molti. Anche di Armida. Lui, invece, è l’esatto contrario: introverso e arrogante. Proprio ieri………
«Sai, i Gardini sono partiti un’altra volta. Sono andati a Matera, a vedere i Sassi… Me lo ha detto il portiere».
«A quelli, la casa gli puzza. Non fanno altro che andare in giro!»
«Perché dici così? Vedono posti nuovi e interessanti, e mangiano pietanze tipiche in simpatici ristoranti».
«Vuoi dire che mangiano schifezze! Il miglior ristorante è la propria casa, ricordalo!»

Armida vedeva scorrere in quei fotogrammi la sua grama esistenza. Un certo turbamento si impadronì di lei. Aveva bisogno di un po’ d’aria. Andò alla finestra, l’aprì e guardò fuori. Il suo sguardo cadde sull’insegna di un’agenzia di viaggi. Non mi ha mai portato in vacanza. Nemmeno a una gita. Più in là, un grande tabellone luminoso annunciava l’apertura di un nuovo centro commerciale. Mi sarebbe piaciuto andarci qualche volta. Un giorno, Olimpia mi chiese di accompagnarla, ma lui disse che lì, di sicuro, avrei comprato cose inutili, e mi dissuase… Già, Olimpia. Perché non viene? L’ho avvertita subito e, oramai, dovrebbe essere qui. Guardò l’orologio. Erano passate diverse ore da quando Michele si era sentito male. Non abbiamo che lei. Lei e quel nipotino che vediamo molto di rado. Avrebbe voluto altri figli. Le erano sempre piaciute le famiglie numerose. Lui, invece…

Quando Olimpia aveva circa quattro anni, Armida rimase incinta. Non era una gravidanza voluta, ma lei ne era felice. Non così il marito, che, appena lo seppe, ebbe una reazione violenta. «Liberatene!» urlò. A nulla valsero lacrime e implorazioni.
«Sappi che la nascita di un altro figlio, per me, è una iattura. Se poi fosse un’altra femmina, c’è da vestirsi a lutto!» le ribatté quando Armida provò a convincerlo. Lei rimase di ghiaccio. Non ebbe più la forza di replicare e, alcune settimane dopo, abortì. Da clandestina, però, perché Michele si professava fervente cattolico e si era dichiarato sempre contrario all’interruzione di gravidanza. In privato e in pubblico. «Se il Signore ci manda un figlio, noi dobbiamo essergli grati. È il dono più bello che si possa ricevere e rifiutarlo sarebbe un atto di superbia» era solito affermare. Ha sempre avuto due verità, pensò, mentre una lacrima le rigava una guancia. Si recò nello studio di un ginecologo alle dieci di una ventosa sera d’aprile. Non aveva mai scordato lo sguardo del medico quando la invitò a stendersi sul lettino, né lo scambio di battute tra i due, subito dopo l’intervento.
«Tutto a posto!» assicurò il medico. «Molto bene!» esclamò Michele.
Ma che cos’è a posto? Molto bene per chi? Avrebbe voluto gridare Armida. Ma non lo fece. Non ne ebbe la forza. E quell’urlo le era rimasto in gola, nello stesso posto dove si trovava ancora oggi.

Fu distolta da un lamento. Guardò verso il lettino e incrociò gli occhi di Michele. Sembrava che volesse dirle qualcosa. Chissà se mi vede? se sente? Ma non era possibile. Il medico aveva riferito che i suoi sensi erano spenti e le facoltà intellettive compromesse. Solo le macchine a cui era attaccato lo tenevano in vita. Ho sempre pensato che la morte non ci appartiene, ma ora mi sembra che sia la scienza a stabilire quando spedirci dal Padreterno. Osservò un monitor con un labile segnale verde. Accanto, un display indicava la pressione del sangue. Anzi, qui, potrei addirittura deciderlo io. Se staccassi la spina di quel respiratore artificiale, per esempio… Guardò il marito. Per la prima volta, sono io che dispongo di te e non il contrario. Ma si spaventò delle sue considerazioni.

«Mamma! Mamma, che è successo?» Olimpia entrò trafelata e l’abbracciò. Poi, indicando il padre: «Ma è vero che… »
Armida annuì. D’improvviso, Michele sbarrò gli occhi. Inarcò la schiena come se volesse alzarsi. Le due donne impallidirono. Una emise un grido, l’altra lo soffocò. Si udì un rantolo e una profonda espirazione. Accorse un infermiere che tastò il polso dell’infermo.
«Ha smesso di soffrire» sussurrò. E con la mano gli abbassò le palpebre.
Sì, abbiamo finito tutti di soffrire.

d.m.

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