Il presepe napoletano

Il presepe di Michele Cuciniello

Il presepe di Michele Cuciniello – Museo di San Martino, Napoli

Il presepe è una forma particolare di arte sacra nata in Palestina e a partire dal Medioevo diffusa in tutta Europa. In Italia, il primo presepio fu allestito da San Francesco a Greccio (15 km da Rieti) nel 1223. Fra’ Tommaso da Celano, uno dei primi seguaci e biografo di Francesco d’Assisi, lo descrive in maniera suggestiva: «Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme».

Non passarono molti anni che la Natività, da rappresentazione scenica para-liturgica trovò il modo di manifestarsi in ogni luogo nei più diversi modi figurativi, trovando a Napoli una delle espressioni di virtuosismo artistico più alto. Già nel 1324 esisteva una cappella del presepe di casa d’Alagni. Nel 1340 la regina Sancia d’Aragona, moglie di Roberto d’Angiò, regalò alle clarisse un presepe per la chiesa di Santa Chiara e Antonio Rossellino realizzò nel 1475 un presepe di marmo per la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi.
In principio, il presepe era composto dalla sola Natività. Fu solo nel XVI secolo, che Gaetano da Thiene, poi santificato da papa Clemente X, realizzò un presepe per l’Ospedale degli Incurabili arricchendolo di altri personaggi. Nel 1640, grazie a Michele Perrone, furono realizzati i primi pastori con l’anima in filo di ferro ricoperto di stoppa lasciando di legno la sola testa e gli arti. Questo consentiva di modificare la postura senza troppe difficoltà, mentre, fino ad allora, i pastori erano tutti completamente di legno. Fu una trovata geniale che conferì alle statuine posizioni plastiche e suggestive. Il famoso artista Bernardo Dominici ebbe a dire che Michele Perrone fece bensì buoni pastori da presepio, alli quali era da un particolare genio inclinato.

Presepe della Reggia di Caserta

Scorci di vita quotidiana sul presepe

Ma fu verso la fine del Seicento che nacque la teatralità del presepio napoletano, arricchita dalla tendenza a mescolare il sacro con il profano e rappresentare la quotidianità di piazze, strade e vicoli. Molti maestri artigiani napoletani, affermati ma anche anonimi, diedero vita ad un vero e proprio genere artistico utilizzando i più diversi mezzi figurativi: scultura, miniatura, pittura, sartoria e mosaico.
Le statuine erano di diversa misura e andavano disposte in modo decrescente dal basso verso l’alto per creare una certa idea di prospettiva. Un effetto scenico molto bello, ma lontano dal reale contesto ambientale del luogo dove si narra sia nato il figlio di Maria e Giuseppe.
Il nostro presepe, infatti, ha poco a che fare con l’architettura e i costumi presenti a Betlemme al momento della nascita di Gesù. L’ambientazione dei luoghi non è mai caratterizzata da forme orientali ma nostrane, laddove l’allestimento è un documento d’etnografia, sociologia, storia e tradizione, nel quale ognuno ritrova strade familiari e scene di vita quotidiana aperte a speranze e delusioni. Da noi la città orientale si napoletanizza. La grotta si trasforma in esuberanti arcate barocche, le fisionomie delle statuine assumono fattezze mediterranee, il paesaggio non è desertico ma lussureggiante. Anche fluviale e lacustre. Affollato di personaggi a noi familiari: campagnoli, popolani, mendicanti, mercanti, bottegai, osti. Tutti inseriti in uno scenario luminoso, solare.
«Il Presepe è un capitolo del Vangelo tradotto in dialetto napoletano» affermò Michele Cuciniello, architetto e drammaturgo, costruttore nel 1879 di un famosissimo presepe che oggi si può ammirare nel museo di San Martino.
Gesù nacque in dicembre a 755 metri sul livello del mare, ma nella nostra ricostruzione il rigore invernale è escluso. C’è la neve, è vero, ma le figurine sono scamiciate, i vasi fioriti sui balconi e i panni sciorinati al tepore del giorno e della notte. Insomma, la Napoli dei canti d’amore e delle serenate, del sole e del mare, del cielo azzurro e della luna rossa. Della sua quotidianità materiale prima che spirituale.
E il nostro Messia nasce qui, senza maestà e senza tristezza, in una popolare ambientazione che la rende unica e allo stesso tempo affascinante.
Si narra che nel XVIII secolo lo stesso Carlo III di Borbone si divertiva a sistemare i pastori sul grandissimo presepe allestito nel Palazzo Reale dagli scenografi del teatro San Carlo, che poi costituiva l’avvenimento principale delle feste natalizie. La tradizione fu molto sentita anche sotto il regno del figlio Ferdinando IV e della moglie, Maria Carolina d’Austria. Le cronache ci raccontano che nel 1768, la giovane regina, dinanzi al presepe della chiesa del Gesù Nuovo, si stupì all’idea che Betlemme fosse simile a Napoli.

Via San Gregorio Armeno

Via San Gregorio Armeno

Spesso ci si è chiesto se il presepe a Napoli fosse nato dal popolo e mutuato alle classi aristocratiche o viceversa. La verità è che non bastavano capacità e volontà per costruire presepi e pastori. Costavano denaro e richiedevano tempo. E le classi inferiori non disponevano né dell’uno né dell’altro. Committenti di queste costose ed elaborate rappresentazioni erano le chiese e le famiglie della nobiltà. E anche quelle appartenenti alla ricca borghesia, che gareggiavano tra loro per costruire presepi composti da centinaia di personaggi, arricchendoli continuamente. Furono, quindi, le classi agiate a diffondere e favorire l’arte presepiale, anche se un frate domenicano, padre Rocco, si adoperò non poco per diffonderne il culto tra la povera gente. «La Natività non deve essere prerogativa solo della classe agiata» diceva. «Essa appartiene a tutti e pertanto deve essere rappresentata nelle case e negli ambienti propri del popolo: ognuno come può».
E quel “ognuno come può” fece ancora una volta la differenza: per la gente semplice, la sacra ambientazione divenne soltanto una schietta manifestazione di fede, mentre la ricca borghesia e l’aristocrazia la usò per ostentare lusso e prestigio.

Il presepe napoletano classico prospetta sempre una struttura ben precisa, il cui significato va oltre la semplice raffigurazione paesaggistica. In basso, al centro, la stalla con la Natività. I pastori devono raggiungere la meta sempre dall’alto in un viaggio verso ‘il sotterraneo’, per poi trovarsi davanti al Redentore, che rappresenta il trionfo della luce sulle tenebre. Dall’ignoranza alla consapevolezza. Dal sonno al risveglio. Dalla morte alla resurrezione.

L'Osteria

L’Osteria

Accanto al luogo santo, dove il bue e l’asino simboleggiano il popolo ebreo e quello pagano, trova posto l’osteria, con appesi sulla parete esterna, salsicce, prosciutti e caciocavalli, e sul davanti la classica tavola imbandita con tanto di avventori sognanti che levano a mezz’aria i bicchieri a mo’ di brindisi. L’osteria è un luogo drammatico. Il significato del cibarsi riferisce della vita materiale contrapposta a quella spirituale. Ecco perché è sempre collocata accanto alla Natività. Ma l’osteria è anche rappresentazione di abbondanza, del mangiare e del bere portato all’eccesso fino a diventare crapula e gozzoviglia. Una rivincita per le classi consuete a stentare il frugale pasto quotidiano.

Poi, disposti un po’ qui e un po’ là, i diversi personaggi, non sempre adoranti e offerenti. ‘O puliparo, il venditore di polipi. ‘O cuzzecaro, venditore di mitili. ’O trippaiuolo, che vende le sue frattaglie: ‘o pere e ‘o musso.
‘O mellunare che offre angurie chine ‘e fuoco.
Benito (o Benino), il pastore dormiente in attesa della lieta novella.
’A meraviglia, ossia il contadino col naso all’aria che guarda estasiato la cometa.
Cicci Bacco, il vignaiolo che porta il suo carico di botti su un carretto.
‘O chiammatore, che se ne sta con la mano alla bocca ad annunciare la nascita del Bambino Gesù.
L’appresentatore, che col braccio teso indica la stalla a quelli che gli stanno attorno.
’O tarallaro. ’O piscaturiello. ‘O castagnaro.
’O cacciatore, che tira alle quaglie col fucile ancor prima che fosse inventata la polvere da sparo.

Cicci Bacco

Cicci Bacco

Una figura sempre presente è ‘la donna col bambino’. La tradizione popolare narra che gli angeli impedivano alle nubili di avvicinarsi a Maria, ma una giovane di nome Stefania, volendo a tutti i costi rendere omaggio alla Vergine, avvolse una pietra nelle fasce come se si trattasse di un bimbo e riuscì ad avvicinarsi alla stalla. La Madonna colpita da tanta dedizione tramutò il sasso in bambino, al quale fu posto il nome di Stefano in omaggio alla devozione della donna, e stabilì che il giorno seguente sarebbe stato dedicato a lui.
Altro personaggio carico di valenza simbolica è la lavandaia, presente al parto verginale di Maria come levatrice, almeno secondo quanto descritto nei Vangeli apocrifi. Essa è anche figura purificatrice che “lava” i peccati.
Immancabile è Core cuntento ‘a loggia, il personaggio, maschio o femmina che sia, affacciato al balcone che sorride raggiante a tutti. Questa espressione, che ancor’oggi si usa, indica una persona dall’aspetto contento, giuliva. Il termine si rifà alle cosiddette “logge”, vale a dire i centri di florido commercio ubicati sotto i porticati dove si comprava a buon mercato. Le più importanti erano la Loggia dei Genovesi e la Loggia dei Pisani. Qui, i navigatori provenienti dai due centri marinari consentivano ottimi affari agli acquirenti che restavano sempre arcifelici e a cuor contento.
Poi la zingara, personaggio complesso e misterioso legato alle sibille profetesse. La vecchia, curva e sdentata da far pensare a una strega. Il monaco, che a Napoli ha rappresentato sempre una figura soprannaturale e ambigua: ‘o munaciello. Non manca l’ubriaco, uomo privo d’intelletto, sia pur temporaneamente, e il macellaio, personaggio inquietante al limite del demoniaco.

Figure semplici, ma anche misteriose, oscure, sibilline, enigmatiche, occulte, a tratti esoteriche, popolavano e popolano il presepe napoletano. E per esorcizzare queste presenze era diffuso l’uso di contornare il presepe con erbe pungenti, come l’agrifoglio e il pungitopo. Piante, le cui estremità delle foglie sono provviste di aculei, utili a proteggere gli alimenti dall’assalto dei topi, che per antonomasia rappresentano il male.

Infine i re Magi. I Magi erano una classe sacerdotale dei Medi, un popolo di origine semitica. Essi avevano il compito di mantenere acceso il fuoco sacro, ravvivandolo cinque volte al giorno. Gaspare, re dell’Etiopia, Melchiorre, re dell’Arabia e Baldassarre, re di Caldea, in quanto sovrani, andarono a rendere omaggio al Re dei re portandogli in dono oro, incenso e mirra. Nella simbologia cristiana, l’oro rappresenta la luce divina, lo splendore folgorante del Paradiso; l’incenso testimonia il riconoscimento e l’adorazione per la divinità; la mirra, un unguento usato nel culto dei morti, riferisce che Gesù è anche uomo e come tale, mortale.

Giotto - L'adorazione dei Magi

Giotto – L’adorazione dei Magi

Sul presepe i re Magi simboleggiano il viaggio del sole nella notte, proprio perché partirono dall’Oriente, dove il sole nasce. E, in groppa ai loro cavalli di colore diverso, rappresentavano le fasi solari: bianco per l’aurora, rosso-baio per il mezzogiorno, nero per la notte. La tradizione racconta che seguivano la stella cometa che indicava loro il cammino. In Oriente, infatti, era diffusa la credenza che alla nascita di un uomo importante coincidesse l’apparizione di un nuovo astro. Alcuni ritengono invece che l’uso di porre una stella sul presepe sia da attribuire a Giotto, che nel 1304 dipinse un affresco, raffigurante la Natività illuminata da un astro, che attualmente si trova nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Quella stessa periodica cometa che probabilmente aveva visto passare nel cielo tre anni prima, nel 1301, alla quale, successivamente, l’astronomo inglese Edmund Halley, che la “scoprì”, diede il nome, appunto, di ‘cometa di Halley’.

Naturalmente quasi tutti i pastori presenti sul presepe, recavano con sé un dono, un oggetto da offrire. Importante o semplice che fosse, esso esprimeva il concetto del dare in segno di omaggio.

Sul presepe, che normalmente si allestisce nel giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre, non è presente il Bambino Gesù. Egli nasce a mezzanotte del 24 dicembre ed è in quel momento che va deposto nella mangiatoia. E la tradizione vuole che sia il più piccolo di casa ad adagiare la statuina tra il bue e l’asinello.

mimmo

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5 thoughts on “Il presepe napoletano

  1. Grazie Mimmo per la puntuale ed interessante descrizione del presepe napoletano, della sua nascita ed evoluzione. Per me, di origini campane da parte di entrambe i genitori, l’allestimento del presepe in casa è sacro e vi pongo una dedizione particolare. Sono in possesso ancora di pastori e casette degli anni 60 che, devo dire la verità, sono molto più belli e caratteristici dei moderni, pur ricercando tra questi ultimi quelli non di plastica (orribili) bensì di materiali più “caldi”.
    Invito tutti a fare il presepe perchè ritengo che mentre ci si dedica a posizionare le montagne, le case, il ruscello, i pastori e tutto il contorno si rivive in parte l’atmosfera di quell’epoca semplice e mistica e di questi tempi frenetici e difficili aiuta molto, credetemi!
    Auguri a tutti per un Natale sereno e un Anno Nuovo meno difficile di quelloo che sta per finire.
    LAURA

  2. Senza saperlo, caro Mimmo, hai fatto un regalo ad una bambina ricca.
    Mi spiego: la figlia di una nostra amica è la babysitter di una bambina che passa dalla piscina alla danza e dalla ginnastica alla musica tanto per riempire i pomeriggi. Adesso è venuta l’ora del presepe e dell’albero. L’albero, oltre ad essere di proporzioni da piazza cittadina, viene ornato di strass di swarosky, tanto per dare l’idea.
    Per il presepe io, messo al corrente di questo sfarzo, ho ritenuto opportuno che la bambina conoscesse il suo significato e non si limitasse all’arredamento. Così ho consegnato alla babysitter la tua bellissima storia del presepe. Mi viene riferito che , dopo aver ascoltato il racconto, il presepe sia stato preparato con una passione mai dimostrata per qualsiasi dei suoi giochi e poi con entusiasmo abbia chiamato la mamma per mostrarlo e descriverlo coma mai aveva fatto.
    Visto, caro Mimmo, te lo saresti immaginato che hai fatto anche un piccolo miracolo con il tuo bellissimo racconto?

  3. bellissmo e interessante nonno mimmo…..oggi pomeriggio farò vedere le foto a Claudia, le piacerà di sicuro e le vorrà poi vedere mille volte…..

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