Giuseppe B. – Una storia di Natale

(Natale è già passato, ma… )

bontà 2Parte prima
Giuseppe B. era un uomo buono, anzi buonissimo.
Tenero ed affettuoso con tutte le persone e tutte le cose.
Era oggetto del suo particolare amore tutto ciò che rientrava nel proprio campo visivo sia che appartenesse al genere umano, animale, vegetale o minerale.
Le persone che lo conoscevano, o semplicemente avevano avuto modo di sentir parlare di lui, per quanto lo ammirassero non tentavano assolutamente di imitarlo tanto sapevano che il suo livello di bontà era irraggiungibile.
In questo caso dire di lui che era “troppo buono” non aveva quel suono canzonatorio che di solito si da a questa frase perché era proprio la verità e senza doppi sensi.
Insomma, per chi aveva il cuore tenero, Giuseppe B. era un cocktail di San Francesco, Madre Teresa di Calcutta e la Fatina Azzurra di Pinocchio in parti distribuite a piacere.
I maligni, invidiosi della bontà per loro eccessiva di Giuseppe B. sussurravano che, per esempio, in autunno corresse a deporre materassi, cuscini e coperte sotto gli alberi per impedire che le foglie cadendo si facessero male. Oppure che sostasse a lungo sotto il salice piangente dei giardini comunali per cercare di consolarlo. Oppure, ancora, che la sera lo trovasse in lacrime per il giorno che stava morendo. Ed anche a quel suo camminare leggero veniva attribuito un particolare riguardo per i marciapiedi, l’asfalto, le cordonature di granito, i cubetti di porfido, ecc. ecc.
Il rione era sommerso da aneddoti maligni di questo genere su Giuseppe B. ma, in una città come quella dove le favole avevano un difficile diritto di residenza, molti erano dubbiosi sulla loro veridicità. Ma nemmeno tanto.
Infatti buona parte degli abitanti, particolarmente i più anziani, pensavano che forse qualcosa di vero c’era in quelle esagerazioni.
Tali notizie si erano anche via via propagate nelle altre zone di quella grande città così che erano stati organizzati da tempo furtivi pellegrinaggi: furtivi perché Giuseppe B. era anche una persona schiva e timida e si sarebbe turbato per tanta notorietà.
C’era però un momento in cui l’interesse popolare per Giuseppe B. si affievoliva.
Tutti gli anni a dicembre ogni cittadino di quella metropoli fredda e nebbiosa diventava anch’egli improvvisamente buono. Tutti erano pieni di buona volontà così come stava scritto su quella insegna posta su una piccola stalla che la gente teneva in casa in quei giorni.
Esortati dalle luminarie accese dagli accorti commercianti, inondati da spot pubblicitari tutti rosso e oro e scampanio gioioso, eccitati dalla voluttà di spendere nel modo più veloce ed inutile la tredicesima, tutti sentivano il cuore gonfio per tutti e Giuseppe B., fin dopo la Befana, non faceva più notizia.
Così, come in tutte le notti di Natale, da quando, circa trent’anni fa, diciottenne, era uscito per incontrare il mondo dal grande portone del Ricovero degli orfani, che erano conosciuti in quella città come Martinitt.

storia 3Parte seconda
In un’altra parte della città, solo un uomo la notte di Natale non riusciva ad entrare in questa festosa atmosfera. Il vicequestore in pensione Salvatore G., un piccolo siciliano con alle spalle circa 20 anni di direzione della Squadra Mobile nella grande città del nord.
Il vicequestore in pensione Salvatore G. circa quarant’ani fa era entrato in polizia, che, per un siciliano di allora era l’alternativa all’emigrazione in Germania o l’ingresso nella grande fabbrica torinese.
Un buon fiuto e una cocciuta testardaggine l’avevano aiutato a risolvere i casi cosiddetti insolubili, tanto che era diventata ormai un’abitudine dei colleghi lasciarglieli risolvere e, accompagnando la pratica, suggergli: «È un caso noioso, ma a te diverte come fare le parole crociate». E loro si risparmiavano. Tanto dopo gli onori li pigliava il questore che, a caso risolto, convocava la conferenza stampa.
Purtroppo non disponendo di particolari santi in paradiso come i suoi colleghi, meno efficienti ma meglio raccomandati, non era riuscito ad occupare la poltrona ambita da ogni buon poliziotto: quella di questore, eventualmente di una città meno importante della sua. Comunque, vuoi per anzianità che per meriti, era diventato vicequestore ed era stato messo a riposo con una buona pensione.
Ma, anche in pensione, era rimasto nella fredda e umida città del nord invece di ritornare laggiù, dopo tanti anni nell’isola che non sentiva più sua e, soprattutto perché, restando lassù tornava ogni giorno a trovare i colleghi più giovani e cercava, con molta cautela, di dispensare consigli che venivano accolti, sollevando la testa dallo schermo del computer, con una tollerante benevolenza.
C’era però un’occasione in cui la presenza del vicequestore Salvatore G. era accolta con entusiasmo: la notte di Natale. Erano anni che si presentava puntuale alla questura all’inizio del turno di notte e un paio di ex colleghi si sentivano così sollevati che, dopo avergli augurato un “Buon Natale” e sussurrato “Grazie”, scappavano per raggiungere le rispettive famiglie in attesa, sicure che il vicequestore Salvatore G. avrebbe, anche quell’anno, coperto il turno notturno del 25 dicembre.
Iniziò il turno anche quella notte di Natale attendendo lo squillo del telefono. Sarebbe successo ancora. Anche l’ispettore capoturno al centralino e scapolo sapeva che sarebbe successo. Come al solito avrebbe avvisato la Mobile, il medico legale, quel procuratore che aveva la disgrazia di essere reperibile e poi avrebbe chiamato quel numero interno al quale, quella notte, solo quella notte, avrebbe risposto il vicequestore in pensione Salvatore G.
Gli avrebbe annunciato, come veniva ripetuto puntualmente la notte di Natale da molti anni, che anche quella notte l’eterno misterioso “assassino della notte di Natale” aveva compiuto il suo macabro rito.messa di natale
Erano assassinii che l’unico fattore comune tra loro era di essere commessi quella notte, dopo che la gente rientrava dalla Messa e molti abitanti di quella città si sarebbero scambiati regali, auguri, brindisi e, i più nottambuli, avrebbero fatto tardi intorno ad una tombola.
Con il passare degli anni, gli inquirenti non avevano scovato una qualsiasi pista che potesse collegarli tra loro. Tranne la data, l’ora e le vittime che erano donne, giovani, preferibilmente passeggiatrici anche se queste ultime erano piuttosto rare la notte di Natale.
E così erano passati gli anni per il vicequestore Salvatore G. e, Natale dopo Natale, delitto dopo delitto, questi erano diventati la sua ossessione e per tutto l’anno poteva anche risolvere casi molto più importanti ma restava il delitto di Natale a farlo impazzire per l’impotenza di trovarne la soluzione.
La sua carriera era finita con quell’unico neo ma era pesante come un macigno. Allora tornava ancora in questura quelle sere e tutti gli ex colleghi ed i giovani, ormai anche loro al corrente di questa mania, lo salutavano e gli auguravano Buon Natale e lui ravvisava in quei saluti, in quegli auguri, una sottile ironia ma lo sapeva e la tollerava.
Quello che non tollerava e che si ripetesse ancora quel delitto e così montava la guardia al telefono della vecchia scrivania con la disperata speranza che non suonasse… almeno quella notte.
Ma il telefono suonò e quando il vice questore in pensione Salvatore G. sollevò la cornetta ascoltò quello che già sapeva e scese lo scalone che lo portava al cortile dove una volante lo aspettava per accompagnarlo, e solo lui sapeva quanto inutilmente, sul luogo del delitto.

storia 9Epilogo
Nello stesso momento, nel bagno della sua modestissima casa di ringhiera, Giuseppe B. stava fissando lo specchio. Il suo volto era rilassato ed anche leggermente sorridente.
Non aveva da preoccuparsi per le foglie che oramai erano cadute tutte, per la tristezza del salice o per il giorno che muore, anzi a quell’ora si preparava a rinascere.
Quella notte ci pensassero gli altri che erano tutti così buoni la notte di Natale.
Soddisfatto, abbassò gli occhi sulle mani e sull’acqua che ci scorreva sopra, intorno e scivolava nel buco dello scarico con un gorgoglio rossastro, e cominciò la solita operazione che da anni ripeteva puntualmente a quell’ora di quella notte: cominciò a spazzolarsi le unghie per togliere le ultime tracce di sangue del suo rituale delitto perfetto.

 …e pace in terra agli uomini di buona volontà

Orsobianco

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One thought on “Giuseppe B. – Una storia di Natale

  1. Questa storia mi riporta alla mente un aneddoto che raccontava Massimo Troisi. Era pressapoco questo: “A me questa storia che a Natale dobbiamo essere tutti buoni non mi convince. Credo che sarebbe meglio che il 25 dicembre, da quando ci alziamo dal letto fino a notte fonda, dobbiamo essere cattivi, cattivissimi. Rivolgiamoci in malo modo a parenti e amici, rifiutiamoci di aiutare una vecchietta ad attraversare la strada, rubiamo pure qualche spicciolo dal borsellino di mammà, ma poi, dal giorno dopo e fino al Natale successivo faremo tutti i bravi ragazzi”.
    Orsobianco, come Troisi, ha colto nel segno. Quanti sono coloro che commettono le più discutibili azioni e poi, in particolari occasioni, hanno un comportamento irreprensibile.
    Io li chiamo “quelli della messa di mezzogiorno”.

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