Rivoluzione civile e battute incivili

Antonio Ingroia

Antonio Ingroia

Non ha fatto in tempo a ricevere un importante incarico dall’Onu in Guatemala che era già in Italia a presentare un progetto politico.
Allora, come si usa dire, la domanda sorge spontanea: perché mai dovremmo avere fiducia in chi lascia un lavoro appena iniziato e subito dopo ne rincorre un altro? Come valuteremmo un comportamento di questo tipo nella vita lavorativa “normale”?

Antonio Ingroia, non avrà certo deciso di fare la rivoluzione civile dalla sera alla mattina? La sua intenzione di entrare in politica la doveva avere in testa già da tempo. Lo spero per lui e per noi, perché, se si è improvvisato capo partito e candidato premier, c’è da farsi venire i brividi.
In un’intervista al Sole24ore l’ex pm dichiarò: «Andrò a fare il capo di questo organismo all’interno dell’Onu che si occupa di investigazioni e di analisi criminale. Si tratta di un organismo che ha la prevalente funzione di supportare le autorità nella lotta contro la criminalità organizzata. Si chiama “Unità di investigazione della Commissione internazionale contro la impunità in Guatemala” e ha diverse funzioni: la prima è legislativa, con supporto di conoscenza per nuove leggi, l’altra è giudiziaria, poiché a causa della grande corruzione in quel paese vi sono poche condanne e molte assoluzioni. In questo quadro mi è stato offerto l’incarico di guidare l’unità di investigazione. Con me collaborano una quarantina tra magistrati e poliziotti provenienti da tutto il mondo».
Scusate se è poco! Sembra proprio una funzione importante e impegnativa!
Poi, concludeva: «Ritengo sia una sfida affascinante». E meno male! Il 5 novembre 2012 è partito per il Guatemala, il 29 dicembre successivo ha annunciato la sua candidatura a premier nella coalizione Rivoluzione Civile.

Candidati 1È andata come è andata, Ingroia ha copiato l’immagine del “Quarto stato” e lo ha incollato sul simbolo. Poi, ha preso il carrello della spesa e dal banco dei saldi del discount della politica ha portato via gli scampoli della seconda repubblica. Da Di Pietro a Ferrero, da Diliberto a Bonelli, da Leoluca Orlando a Giovanni Favia. Ha messo dentro qualche bravo giornalista, qualche pacifista, ma anche uno che fa del condono edilizio la sua bandiera, Nello Di Nardo.
Intanto, Ingroia ha dichiarato: «La sanatoria è la causa di una devastazione del territorio che ha messo in ginocchio l’Italia che frana, e rappresenta un affare lucroso per la mafia». Però, il Di Nardo resta capolista in Liguria, Puglia e Basilicata. Tu chiamala, se vuoi, coerenza. Non sono un giurisperito come lei, dottor Ingroia, ma chiamarla coerenza sarebbe un’appropriazione indebita, le pare? Ma anche falso ideologico potrebbe andar bene, che ne dice?
Poi c’è la faccenda poco chiara del dottor Marino Andolina, capolista per il Senato in Friuli Venezia Giulia, che è indagato dalla procura di Torino per associazione a delinquere e truffa finalizzata alla somministrazione di medicinali guasti. La faccenda non è molto chiara, ma la sua candidatura è certamente inopportuna. Capolista, poi!

Ilda Bocassini

Ilda Bocassini

Ma non finisce qui. Antonino da Palermo si è abbandonato a un battibecco con la sua collega Ilda Bocassini, prendendo a riferimento e scomodando Falcone e Borsellino, attirandosi anche l’irritazione dei familiari.
Ingroia: «Mi criticano come facevano con Giovanni Falcone».
Bocassini: «Come ha potuto paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Falcone? Si vergogni!»
Ingroia: «Non dico cosa Borsellino diceva di lei».
Lucia Borsellino: «Non si attribuiscano a mio padre pensieri o parole che purtroppo non può più esprimere. Chiedo rispetto per la sua memoria e la sua dignità di uomo».
Maria Falcone: «Non permetto a nessuno di parlare di Giovanni per autopromuoversi a livello politico».
Ingroia: «Lei invece sì, quando si candidò per prendere il seggio al Parlamento europeo e non venne neppure eletta».
Paragonarsi a Falcone non è stata una trovata elegante, ma il richiamo a Borsellino è inquietante e la rimbeccata a Maria Falcone è, a dir poco, disdicevole.

Un quadro abbastanza sconfortante per un partito travestito da movimento che si propone di incalzare da sinistra l’alleanza Bersani-Vendola. Per di più guidato da un pubblico ministero che non si è dimesso dalla Magistratura, ma che ha chiesto solo l’aspettativa, pronto a ritornare al suo ufficio in caso di mancata elezione. Come dire, io ci provo, poi se va male me ne torno da dove sono venuto e poco male se la categoria ci perde di credibilità. La legge non lo vieta, ma l’etica di un servitore dello Stato sì. Se si tratta di un magistrato, poi, il ‘sì’ è doppio, maiuscolo ed esclamativo.

Candidati 2Alla fine, l’operazione Ingroia porterà in Parlamento un gruppo eterogeneo di deputati (difficilmente senatori) che non hanno in comune nulla. Diliberto e Ferrero, pur richiamandosi al comunismo, hanno sempre navigato su rotte diverse e Di Pietro ha sempre perseguito obiettivi di polemica spicciola. Leoluca Orlando è in eterna crisi di identità, Angelo Bonelli vuole solo risorgere e Giovanni Favia non ha mai smesso di lodare Grillo. Come loro, anche il resto della banda suona strumenti e spartiti diversi.

Questa bella brigata ha tutti i presupposti di dividersi su tutto appena dopo il voto. Intanto, complice una pessima legge elettorale, corre il rischio di impedire al centrosinistra di ottenere la maggioranza in Senato e rimettere in gioco Berlusconi, creando una situazione d’instabilità e di confusione istituzionale.
E, così come sempre accade dal lontano 1921, ancora una volta la sinistra si divide. Sembra una dannazione, ma se in passato qualche nobile ragione c’era, negli ultimi tempi sembra soltanto desiderio di apparire e voglia di scranno.

Cantastorie

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