Carogne

scoziaSi discusse a lungo di lingua, su come si dovesse scrivere e parlare. L’italiano era una cosa seria, più seria dei colori, degli spettri. Qualcuno ragionò sugli apostrofi, sugli accenti, sulle virgole; un altro per togliersi dall’imbarazzo dell’ignoranza provò a descrivere il Portorico con le sue spiagge assolate e un mucchio di belle donne. Ma la questione della lingua sembrava più interessante, e un tale sputò fuori la parola perifrastica come fosse stato un nocciolo d’oliva. Il latino era troppo e fu snobbato; si continuò a fumare e a bere da una delle oramai ultime bottiglie di Laphroaig. Un sorso e le pareti del magazzino abbandonato si cosparsero di sale, un buco nella rete metallica divenne un’ampia baia, il gocciolio di un tubo rotto ricordò il proemio di una tempesta estiva ormai imminente. Eccola lì la Scozia.
Chi non aveva bevuto nemmeno un po’ restò in Italia tra quelle pareti squallide e quella puzza terribile che proveniva dall’esterno di quel carcere forzato. Il silenzio e il tempo erano per costoro nemici incontrastabili: accade sempre così quando appartieni a quei pochi che non si abbandonano alla distrazione dell’alcool.
Uno di loro, forse per noia o per incazzatura, lasciò scivolare giù dalla lingua un passeggino carico di risentimento: «ma perché nessuno tra di noi ha il coraggio di parlare di ciò che sta accadendo fuori?».
«Fuori non sta accadendo nulla», rispose una donna tra un singhiozzo e un altro.
«Prima o poi dovremo anche uscire da qui dentro, a che serve restarsene al chiuso?, tanto vale uscire e rischiare perché qui si muore ugualmente», ribadì lui.
Queste parole servirono ad allontanare la Scozia dalla mente dei presenti. Tutti aspettavano la risposta dell’uomo più anziano del gruppo, uno che avevano ribattezzato il Caporale per via di una missione militare all’estero che aveva compiuto qualche anno prima. A lui non piaceva quel soprannome perché ogni volta che lo sentiva pronunciare riviveva l’infamia della guerra. Aveva sì e no trentacinque anni ma lì in mezzo era senza dubbio il più vecchio. missione di paceGli incubi del passato lo ossessionavano a tal punto da farlo svegliare in piena notte urlando e piangendo. In quelle occasioni, a chi si avvicinava a lui per rassicurarlo, ancora in preda al tremolio degli arti, tentava di giustificare le sue scelte passate: non avevo soldi, ero disoccupato, e come tanti sono partito per soldi. Mi avevano detto che era una missione di pace…
Ma presto si era accorto che non esisteva la pace quando c’era bisogno di un fucile per ottenerla.
Tuttavia, questi erano gli unici suoi momenti di debolezza; per il resto era stato lui a salvare quella dozzina di persone e trovare un luogo sicuro per tutti. Ecco perché quella piccola comunità faceva capo a lui, e rispettava quelle pochissime regole che aveva fissato. Una di queste era appena stata violata: mai parlare di ciò che sta succedendo all’esterno. Fino a quel momento nessuno aveva mai osato trasgredire e quindi s’ignorava la conseguente punizione. La tensione nella stanza era l’unico dato certo: tutti aspettavano la reazione del loro capo. Il Caporale si tolse il cappello da baseball e si rastrellò i capelli con le dita, poi sbuffò chinando la testa. Ci vollero ancora una manciata di minuti prima che l’uomo alzasse nuovamente lo sguardo puntando fisso verso un quadrato di muro ingiallito. Poi, rivolgendosi al ribelle disse: «io non sono il vostro comandante, io valgo quanto voi. Di certo non commetterò gli stessi errori che hanno distrutto il mondo fuori da questa stanza. Ho sempre creduto di fare la cosa giusta portandovi qui dentro, ma siete liberi di agire come ritenete opportuno». Quindi, si diresse verso la porta d’uscita e, indicando la maniglia con l’indice della mano destra, continuò: «Io non costringo nessuno a restare, chi vuole può andare senza alcun impedimento».
Nessuno fiatò, anzi quasi d’istinto, tutti arretrarono di qualche passo. La paura era troppo forte, e solo il pensiero di ciò che stava accadendo lì fuori bastava a immobilizzarli. Erano magazzinopassati già tre mesi da quando avevano scelto quella reclusione in un magazzino di un supermercato pieno di viveri di proprietà di uno degli occupanti, e ognuno sapeva perfettamente che uscire da quel luogo significava una condanna a morte sicura. Non riuscivano a perdonarsi il fatto di non aver capito subito, di non aver tentato di reagire immediatamente a quel senso di angoscia e a quella puzza di morte che pian piano stava prendendo piede nell’umanità. Tutto attorno si stava deteriorando senza che si potesse fare niente, o ancor peggio, senza nessuno che se ne accorgesse. La musica, l’arte, l’etica erano tutte decedute; al mondo erano rimasti solo i più forti, soltanto coloro nati tra gli anni ’40 e ’60 i quali occupavano le poltrone migliori. Costoro avevano creato una società fatta esclusivamente a loro uso e consumo, succhiando tutte le risorse senza pensare al dopo, al futuro, arrivando a fagocitare il domani dei loro figli. E per di più avevano attribuito le responsabilità di una pandemia civile, economica e morale alle nuove generazioni accusandole di negligenza e accidia. Tutto ciò aveva portato a una sostanziale moria delle famiglie causata dalla mancanza di lavoro; la popolazione si era ridotta a un terzo e tutti coloro al di sotto dei trent’anni che non vantavano un cognome blasonato vagavano per strada pronte ad essere sfruttate, spremute, e poi buttate via. Quei pochissimi neonati che riuscivano a venire alla luce nascevano già morti. Insomma, da un tempo imprecisato ma abbastanza lungo, le vie del mondo si erano riempite di carogne, con la barba o senza, non aveva alcuna importanza. Tutti in quel magazzino avevano ancora sulla pelle la puzza prodotta dal cadavere del mondo. Comprendevano benissimo che il pianeta era morto nel momento in cui la cultura era stata oggetto di continue mortificazioni, quando le scuole e le università avevano subito l’invasione di principi ignoranti con rispettivi lacchè al seguito. In molti si erano chiesti come fosse stato possibile che l’uomo avesse tirato fuori dal suo ingegno solo feste di piazza, musei politicizzati e associazioni fasulle. Nessuno era in grado di rispondere, ma tutti sapevano che il domani sarebbe appartenuto solo a una risma di parlamentari che avrebbe continuato a recitare la parte dei litiganti per poi cenare insieme schernendo il pubblico ormai stordito da parole vuote e inutili.
Né il Caporale, né gli altri volevano far parte di questo gioco a perdere, nessuno era così pazzo dal volersi risvegliare una mattina come una delle tante carogne in giro per il mondo. Da qui la decisione di lasciar tutto e fuggire, rinchiudersi in quel magazzino e aspettare che la natura facesse il suo corso. Nel giro di pochi anni gli onesti si sarebbero definitivamente estinti, e la classe dirigente avrebbe cominciato una lotta al potere autodistruttiva. Tutti avrebbero mangiato i propri simili per una porzione in più di autorità che ben presto si sarebbe rivelata inutile senza nessuno da distruggere. Il potere non ha senso se non c’è nessuno che lo subisce. Di cibo e acqua ce n’era abbastanza, finito il whisky avrebbero risarcito il danno della lucidità con la birra. Il Caporale aveva ancora lo sguardo dritto verso la porta, ma nessuno fece un passo per aggiudicarsi l’uscita. Il trasgressore cercò gli occhi dei suoi compagni per trovare sostegno e coraggio, ma non ebbe alcuna risposta. In quel momento si sentì abbandonato, ma pur di darla vinta al suo orgoglio, scattò in piedi dalla sedia e corse verso la porta. Prima di solcare l’uscio imprecò amaramente, definendo quella combriccola una setta senza speranza; quindi giurò che sarebbe tornato a salvare tutti dalle psicosi del loro capo.
disegrare«È la noia che ci sta uccidendo – affermò il Caporale – stiamo pagando per degli errori non nostri. È ingiusto sentirci come se stessimo continuamente leccando dalla parte sbagliata della cartina. Seppur sottile di per sé, non è nostra la colpa d’aver reso la vita così fragile. Bisogna tornare a essere ciò che eravamo … anche qui dentro».
«Sì, ma come? – lo interruppe una donna dai capelli folti e con una bandana gialla legata al collo – qui c’è solo cibo e nient’altro».
«Ciò che abbiamo è già sufficiente». Detto questo, il Caporale allungò le mani verso uno dei tanti scaffali d’acciaio pieni di provviste e tirò fuori quattro barattoli di marmellata tutti diversi. Li scoperchiò a uno ad uno e si avvicinò ad una parete bianca; immerse le dita nei contenitori e cominciò a disegnare qualcosa sul muro tra lo stupore dei presenti.
«Ho sempre amato dipingere» – disse l’ex militare.
Alcuni sorrisero, altri pensarono che ormai era completamente pazzo, ma tutti si sentirono meglio.

Francesco ‘Stecca’ Barone
Tratto dal libro “I racconti della lucertola” dello stesso autore.

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