I trappisti dell’ordine dell’apriscatole

apriscatole 2Ma siamo sicuri che Grillo vuole uno Stato senza mariuoli e rappresentato da Istituzioni irreprensibili? Da come si comporta lui e da come ha indicato (ordinato?) ai suoi confratelli sembrerebbe proprio di no. Ma hanno capito che fare il legislatore è cosa diversa dal guardiano? Pretendono la presidenza del Copasir e della Rai, e perché non pure la portineria di Montecitorio e Palazzo Madama? Sono consapevoli che definire una trappola la proposta di votare Laura Boldrini e Pietro Grasso e non consentire a un Governo, quale sia, di nascere significa ammettere di non aver capito come e per cosa si sta nelle Istituzioni? Per la verità, hanno chiesto al Presidente Napolitano di dare a loro l’incarico di formare il Governo, ma è chiaro che è solo un modo per buttare la palla in fallo laterale.
La verità è che non erano preparati a una responsabilità così grande. Con un numero inferiore di parlamentari avrebbero giocato una partita più adeguata alle loro caratteristiche. Ma alle elezioni non si gioca a carte scoperte. Se volevano fare i pasdaran avrebbero dovuto restare fuori dai Palazzi come gli Indignados spagnoli. Alla Camera e al Senato si fanno leggi utili ai cittadini. E sarebbe anche ora di farle. Perché quelli che c’erano prima, o le facevano per sé stessi o per le banche o per chi detiene le leve del capitale.

Si lamentano che i media li tengono sotto la lente d’ingrandimento, ma dimenticano che sono entrati in Parlamento con trombe e grancasse al grido del vaffa per tutti e la puzza sotto al naso. Che si aspettavano? red carpet e inchini deferenti?
Dalle urne ci saremmo aspettati una nuova classe politica in grado di varare riforme che andassero nella direzione dei deboli, gli invisibili, i cassintegrati, gli esodati, insomma, i maltrattati. Invece ci siamo ritrovati 163 tra deputati e senatori, che si definiscono portavoce del popolo, ma che non hanno voce, non presentano disegni di legge per il popolo e non cercano convergenze su proposte programmatiche utili al popolo.

grillo 1Quello di Grillo non è un partito e neanche un movimento, ma una confraternita. Chi viola le sue tavole della legge è scomunicato. Chi disturba il manovratore è invitato a scendere. Chi eccepisce è zittito. Chi fa commenti sgraditi sul suo blog è cancellato.
Grillo non vuole cambiare la politica italiana. La vuole governare a suo modo dopo averla circondata e portata alla resa. Vuole tenerla in pugno per mania di protagonismo e forse anche qualcos’altro che ancora non ci è chiaro. I suoi obiettivi non sono quelli dei cittadini italiani. E migliorare la politica non è funzionale ai suoi progetti. E quel che è peggio, è che i suoi sanculotti seguono il suo Verbo acriticamente.

Entrare in Parlamento con la pretesa di cambiare in meglio la politica richiede una strategia intelligente che a volte impone di fare un passo indietro in attesa di farne due avanti. Promettere nuovi e trasparenti rapporti tra l’eletto e l’elettore presuppone coerenza. Minacciare di aprire il Parlamento con l’apriscatole e poi rinchiudersi dentro sagrestie protette da commessi è pratica da prima Repubblica.
E, come frati trappisti, propagandano il bicchiere unico, la seconda classe in treno, la ricerca del bed&breakfast, il rifiuto dell’acqua minerale. Ma poi tengono le braccia conserte, alla cui estremità ci saranno anche mani pulite, ma a che servono? La crociata del risparmio innanzitutto sarà pure sacrosanta, ma sarebbe anche giusto alzare la qualità delle cariche, degli incarichi e dei servizi. Una politica solo all’insegna dei tagli porta al pauperismo. La decrescita felice, la chiamano loro.
A che serve rifuggire da ogni possibile mediazione e intrappolarsi nel ruolo di vigilantes. Essere parlamentari della Repubblica è altra cosa dal fare i cani da guardia. Pretendere, punto, posti nelle Istituzioni è arroganza allo stato puro. Rifiutarsi di votare un Governo a prescindere è karakiri politico e scempio delle speranze di cambiamento auspicato dai propri elettori.

Claudio Messora, un giornalista vicino al Movimento 5Stelle il 15 marzo, all’apertura della Legislatura, sul suo blog aveva scritto:

gitabus 4 con stelleCari ragazzi del Movimento Cinque Stelle. Siete sbarcati in Parlamento in 163. Lo avete fatto per cambiare il Paese. La gente vi ci ha mandato. E’ stato un momento entusiasmante, di quelli che poi le pagine di storia tramandano nelle classi, a futura memoria, perché non era mai successo prima. Almeno otto milioni e mezzo di persone hanno atteso il vostro ingresso alla Camera e al Senato con trepidazione. E una parte degli altri vi stanno comunque guardando con speranza. La speranza di essersi sbagliati, su di voi. La speranza che, in ogni caso, qualcosa di buono uscirà da questo impasse istituzionale… Sì, perché qui la posta in gioco è immensa…
Poi concludeva: La gita è finita, riponete le divise da Boy Scout e tirate fuori l’abito da statista.

Inascoltato. Eppure è uno dei vostri!
Rilassatevi. È chiaro a tutti che la vostra presenza ha condizionato le scelte programmatiche del Partito democratico. Vi va ascritto. Ma è proprio per questo che dovreste prendere coscienza che si può partecipare al governo del cambiamento anche votando le proposte degli altri. Così come si possono presentare le proprie idee e chiedere agli altri di discuterle, condividerle e votarle. Idee destinate a rimanere nel cassetto dei buoni propositi se portate in Assemblea blindate dalla vostra supponenza.

È il compromesso che porta alla sintesi, dove per compromesso s’intende un concordato in cui ciascuna delle parti rinuncia a qualcosa, ma non alla propria integrità morale.
È pur vero che far capire queste cose a chi vuol andare a Palazzo Madama con google-map, a chi teme microchip sottocutanei o a chi scrive ‘Monte Citorio’, è arduo. Ma non saranno tutti così!
Per gli altri non dovrebbe essere difficile rendersi conto che senza dialettica non c’è democrazia.

Quella stessa democrazia che manca all’interno della loro organizzazione. La forma di centralismo democratico imposta da Piergiuseppe e Gianroberto è infarcita di precetti calati dall’alto. Prendere o lasciare: statuto, codice di comportamento e decisioni contingenti. O ci stai o te ne vai. Grillo invoca come un mantra gli impegni solennemente presi e sottoscritti, senza considerare che le situazioni mutano e la capacità di un dirigente politico è saper trovare la chiave giusta per amministrare gli avvenimenti che accadono in quel particolare momento, in una logica pragmatica, ma non per questo venir meno ai propri principi.
Grillo professa la democrazia della Rete e nega la libertà di coscienza. E, come un vescovo, perdona i peccati dei discepoli reietti. Solo se veniali, però. Ma i passaggi legislativi saranno tanti ed è illusorio pensare che, come dogmatici monaci, i suoi parlamentari voteranno sempre secondo il mandato vincolante deciso da lui&lui. Molti di questi giovani hanno testa, cuore e pancia, e per ognuno esiste Grillo, Casaleggio, il Movimento, la Rete, ma anche un proprio mondo, la propria coscienza, i propri convincimenti. E il rispetto per sé stessi.

web-democrazy2Nel partito, detto movimento ma di fatto confraternita, vige il sistema della web-democracy, dove il Governo è il braccio secolare e i parlamentari i portavoce del popolo internauta che sceglie e decide. Per pochi ma non per tutti. Non si dice, però, chi dovrebbero essere gli interpellati e con quale grado di informazione. Votano i soli iscritti o tutti gli elettori? A maggioranza assoluta o relativa? E, soprattutto, che garanzie di regolarità e trasparenza c’è?
Internet serve ad allargare le informazioni, non a sostituire la sovranità popolare. Essa si realizza attraverso un esercizio di partecipazione sociale che discende da un processo socio-politico, dentro al quale non è esente la contrapposizione e il conflitto, e a volte anche lo scontro duro. Con un semplice sì o con un no, la democrazia diventa una formalità. Figuriamoci con un clic!

Questi chierici senz’arte né parte perseguono la sana politica, ma dimostrano di non conoscerne natura e struttura. Spesso danno l’impressione di essere rimasti fermi a quell’ ”Arrendetevi!” urlato in tutte le piazze dal loro priore. E privi di qualsiasi forma di “contaminazione” sono destinati a finire come pecore chiuse in un recinto teleguardate dal pastore e dal suo cane. È il destino ineluttabile che erompe da un’irragionevole giuramento fatto sulla bibbia dello statuto-non-statuto che impone obbedienza, castità e povertà a monaci trappisti in libera uscita.
Ma i trappisti non sono statisti e gli statisti non possono essere trappisti.

mimmo

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One thought on “I trappisti dell’ordine dell’apriscatole

  1. Condivido pienamente l’analisi di Cantastorie sul M5S e, parafrasando una frase famosa di Totò, osrei dire: “Politici si nasce, non si diventa e io lo nacqui!”. Così certo non possono affermare i grillini, che di esperienza politica sono a zero. Non per questo, se lasciati liberi di pensare con la propria testa, a mio parere non sono capaci. Il problema è questo: l’indottrinamento del loro leader, Grillo. Non mi è mai piaciuto chi tenta di imporre per forza le proprie idee e non ascolta mai gli altri, è una cosa che non sopporto, è prevaricazione bella e buona. Credo nelle idee nuove, nelle novità, nei giovani preparati professionalmente, è ora di un gran cambiamento ma non mi piacerebbe se fosse “pilotato” solo da un soggetto che non fa altro che strillare, dice che non vuole le telecamere ma, guarda caso, nei suoi comizi ci sono sempre e gli fanno pure gioco.
    Occorre che ci governino persone pulite, occorre dimezzare i costi della politica, occorre anche accettare qualche compromesso e l’alleanza di qualche vecchio politico, ma quello che il M5S può fare è controllare proprio l’operato di quest’ultimo affinchè sia cristallino, come lo deve essere il loro, per formare un nuovo governo e non solo dire sempre “NO” a priori.
    Anche questo è intelligenza!
    LAURA

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