Nel nome del figlio

genitoriSempre più spesso assistiamo a genitori che si dichiarano amici dei propri figli. Un genitore, per ruolo, responsabilità ed età, non potrà mai essere un buon amico per un figlio, perché essere alla pari rappresenta un tentativo di instaurare un rapporto di complicità destinato a fallire. Farsi chiamare col nome di battesimo, poi, mi sembra un vero pasticcio. Si rischia di stemperare la figura di ‘autorità’ all’interno della famiglia, intesa non come soggetto autocratico, ma come persona chiamata a imprimere importanti direttive. Un ragazzo (o una ragazza) ha bisogno di avere delle figure di sostegno, soprattutto nell’ambito familiare. Figure che sappiano anche negare alcune richieste e non cedere su ogni cosa condizionati dall’affetto. Anche se è fondamentale motivare i dinieghi.

Dire ‘sì’ è semplice. Dire ‘no’ è faticosissimo. Il ‘no’ va spiegato. Col ‘no’ nasce il confronto. Il ‘no’ apre all’obiezione che va chiarita e motivata. Il ‘no’ è un elemento della discussione poco gratificante per chi lo pronuncia e sgradito per chi lo riceve. Il ‘no’ è impopolare, è scomodo. Non è seducente e procura antipatia, oltre che costituire un impiccio nel rapporto genitore-figlio.
Dire ‘sì’ ci fa piacere agli altri. Desta simpatia immediata. Ma se quegli “altri” sono i figli allora bisogna riflettere molto sulle ricadute del continuo assenso.
E consensi o rifiuti non vanno pronunciati dall’amico-genitore, ma da “papà” o “mamma”, poiché sono loro che devono assumere la funzione di riferimento richiesta da un sano esercizio educativo, entro il quale un atteggiamento fermo, coerente e motivato, anche se non condiviso, risulterà di gran lunga utile alla formazione dei figli. Il contrario rappresenta il rischio di una generale deresponsabilizzazione, dove i genitori, rinunciando ad esercitare i loro diritti vengono meno anche ai propri doveri. E i figli, liberi dal controllo educativo, tarderanno ad affermare una loro assennata autonomia di condotta.

padre e figlio mascheratoSituazione che si acuisce ancor di più nel periodo adolescenziale. L’adolescenza resta una terra immensa e delicatissima, dove il giovane avverte la mutazione del corpo e dei desideri. In lui cresce la voglia di scoprire il mondo, ma crescono anche le incertezze. Egli guarda le cose e le persone in modo diverso, teme per sé stesso e per gli altri e aumenta in lui il desiderio di conoscenza, anche a costo di farsi del male.
Desidererebbe il genitore d’accanto ma invisibile. Vorrebbe incontrarlo in alcuni momenti d’angoscia per ben valutare gli eventi che lo coinvolgono, ma anche scontrarsi con lui per meglio misurare il proprio temperamento e la capacità di fare.
Quanti errori in meno si commetterebbero se i genitori fossero pienamente consapevoli di questi naturali atteggiamenti giovanili! Quante ferite, procurate e ricevute, si eviterebbero!
Una regola di pedagogia suggerisce di stare ai propri figli “vicino da lontano”. Ma quanto vicino? quanto lontano? Si ha sempre la sensazione di non riuscire mai a trovare la giusta distanza e, di conseguenza, non si sa davvero quanto si contribuisca a far vivere meglio o peggio l’adolescenza dei propri figlioli.

laureato mascheratoUn altro errore ricorrente è quello di riversare sui figli le proprie mancate realizzazioni. Utilizzarli (termine orrendo, ma in questo caso opportuno) per sanare le frustrazioni vissute e recuperare le soddisfazioni negate è uno degli errori sui quali molti genitori dovrebbero riflettere con una buona dose di consapevolezza e, perché no, anche umiltà.
Una concezione, che può ben definirsi medievale, è quella del disporre di desideri e inclinazioni del proprio figlio, al punto tale da imporgli scelte e preferenze riconducibili al genitore stesso.
Nel medioevo, difficilmente un giovane, e ancor meno una ragazza, potevano decidere in autonomia chi e quando sposarsi. I matrimoni erano combinati dai capi famiglia già quando i figli erano adolescenti e nella maggior parte dei casi le donne primogenite erano destinate alla clausura. La famosa monaca di Monza di manzoniana memoria ne è un classico esempio.
Oggi, naturalmente, non accade più. I giovani possono sposare chi vogliono e le donne scelgono, se credono, la vita dissoluta o monacale con la massima libertà. Ma un retaggio di questo antico autoritarismo ogni tanto emerge e trova la sua realizzazione nel voler trasmettere ai discendenti professioni o attività imprenditoriali. Non è raro assistere al pressante desiderio di genitori di voler passare il testimone della propria attività agli eredi, anche se questi propendono per altri interessi. E al rifiuto dei giovani corrisponde quasi sempre la delusione patriarcale (o matriarcale).

Ma quel che travalica il ridicolo, fino a sconfinare nel patetico, è trascinare il proprio figlio nel novero degli appassionati di calcio. Si sa che il tifo calcistico altro non è che la moderna partecipazione passiva ai tornei medievali e, come nel medioevo, il pater familias pretende di disporre dell’infante e del suo avvenire sportivo. “E tu, figlio mio, tiferai per la squadra che io ti indicherò e ad essa darai anima e corpo non facendole mancare giammai il tuo incitamento”. Costi quel che costi. Nella ricchezza e nella povertà. Nella salute e nella malattia.
E nel vocativo “figlio mio”, l’attributo è tutto possessivo, nel senso di proprietà, così come è ben descritto da Gavino Ledda, in “Padre padrone”, allorquando il padre lo viene a rilevare dalla scuola per condurlo con sé nei campi: «Sono venuto a riprendermi il ragazzo. Mi serve a governare le pecore e a custodirle… È mio».

bimbo calciatoreTrasfondere una passione (ossessione?) nella carne della propria carne deve essere per alcuni il massimo della continuità della specie. E mettergli addosso la casacca della squadra per la quale tengono dev’essere un’estasi indescrivibile. E se il carnevalesco abbigliamento non è gradito al rampollo, ne restano delusi, quasi che l’erede avesse ricusato il blasone degli avi. E appena l’età lo consente (ma anche prima) si spinge il bambino a praticare il calcio in scuole, non di rado, improvvisate. Ma se per i ragazzi è un gioco come un altro, non altrettanto è per il papà, che invece progetta per lui un futuro con la maglia della Nazionale. E se il campioncino in erba non riesce a rendere per quello che il genitore si aspetta, quello stesso padre non si esime dal manifestare delusione e sconforto, incurante del rischio di indurre il bambino a pensare di non essere adeguatamente accettato e, quindi, creargli i presupposti per future frustrazioni.

Allora perché non rispettare la sua evoluzione? perché considerarlo un prolungamento di sé stessi? perché cercare in lui aspettative compensatorie di quello che non si è riusciti a diventare?
Meglio, molto meglio sarebbe evitare l’insidioso tentativo di plasmarlo secondo i propri desideri e proporsi a lui come un valido riferimento da cui trarre conforto e incitamento. Utile, molto più utile sarebbe testimoniargli passioni e vocazioni, ma lasciarlo libero di correre dietro alle sue attitudini. Che poi diventi calciatore, avvocato o infermiere poco importa. Importante è che sia un adulto sereno.

mimmo

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