Márquez e il ferroviere

Gabriel Garcia Márquez

Gabriel Garcia Márquez

Fare sempre quello che uno ama, questa e solo questa è la formula per una vita lunga e felice.
L’ha detto Gabriel Garcia Márquez, uno scrittore che l’animo umano ha ben scrutato e descritto nei suoi cento romanzi. Ho voluto riprendere la frase che ho citato all’inizio che però, secondo me, dovrebbe suonare così: “Fare sempre quello che si ama non è facile ma si può amare tutto quello che si fa”.

Ripensandoci ora, mi ha fatto tornare in mente un incontro di qualche anno fa.
Ero impegnato in una lunga fila alla stazione centrale di Milano per comprare un biglietto, ovviamente ferroviario, per Genova.
Mettersi in coda per comprare un biglietto o per pagare alla cassa di un supermarket, mette in moto alcuni meccanismi simili a quelli che il nostro cervello aziona in situazioni estreme di sopravvivenza. Si sceglie quella che ci sembra più corta o quella che, a parità di lunghezza, ha la gente più distanziata tra loro. Nel caso dei supermercati si controlla anche il contenuto dei carrelli. Ma c’è sempre un fattore imponderabile: la alacrità della cassiera o dell’impiegato allo sportello. Ora, fino a che non avete una persona che si sia messa in coda dopo di voi, potete ancora approfittare per saltare in un’altra fila che giudicate si muova più agilmente. Ma attenzione che può essere un’impressione fallace e che proprio quella fila si muova più lentamente della vostra. Comunque il vostro cervello deve raccogliere sveltamente queste osservazioni e trasmettere il comando ai muscoli delle gambe perché non siate battuti da persone dotate di riflessi più pronti. Quella volta rimasi rassegnato in coda trascinando la valigia passo dopo passo. Vecchi racconti scolastici ci parlavano di allegre partenze, ma quando si è in coda, con l’occhio all’orologio e l’altro alla valigia che è rimasta indietro di due passi, i visi intorno difficilmente vi ispirano un sorriso e, d’altra parte , fate poco per suscitarne uno. Ma via via che si accorciava la coda, o meglio la coda rimaneva la stessa ma io ero più vicino allo sportello, una certa allegria mi perveniva da quelli, che ritenevo compagni di sventura, sistemati davanti a me. Mi sporsi a destra e a sinistra per vedere da dove aveva origine questa aria leggera.
bilgietteriaLo sportello però era completamente coperto perché al centro c’era una persona che stava facendo il biglietto, alla sua sinistra quella che lo aveva appena fatto e si tratteneva per mettere lentamente via resto e scontrino e a destra un’altra che, attendendo il suo turno, si era affiancata alla prima in barba ad ogni disposizione sulla privacy. E tutti erano sorridenti. Lo si percepiva anche attraverso la nuca, dato che non potevo vedere altro. Ed era sorridente anche quello davanti a me che evidentemente riusciva a percepire meglio ciò che stava accadendo davanti a lui. Toccò finalmente a me essere in prossimità dello sportello ed ebbi la rivelazione di tanta allegria.
L’impiegato allo sportello cantava stazioni d’arrivo e orari di partenza. Anche il prezzo veniva solfeggiato. Come si poteva resistere a tanta simpatia se non mettendoci sulla stessa armonia. Veniva da sorridere nel chiedere il biglietto. Da ridere nel sentire come la vostra arida richiesta veniva commutata in un allegra musichetta. E soprattutto non veniva più voglia di allontanarci dal divertente sportello.
In treno mi venne da considerare come quest’uomo, pagato con uno stipendio di pura sopravvivenza, relegato a fare il lavoro più ripetitivo del mondo, generalmente sollecitato a dare risposte alle domande più ovvie, inchiodato davanti a facce scontente, spesso maleducate, avesse trasformato il suo lavoro in una fonte di divertimento per se e per gli altri.
E ho pensato a quanti manager incazzati, a quanti creativi insoddisfatti, a quanti professionisti affannati, passano la loro vita a trasformare un lavoro ben remunerato e di grande soddisfazione in una punizione per se e riversando inoltre la propria insoddisfazione su tutti coloro che li attorniano.
Sono tornato tante volte alla stazione centrale di Milano con la speranza di ritrovare l’impiegato canterino ma inutilmente. Forse i colleghi tristi non sopportavano la sua serenità e l’hanno fatto trasferire.

Orsobianco

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