L’amalgama mai riuscito

moretti

Nanni Moretti

Quando nel 2002 Nanni Moretti salì sul palco di piazza Navona e urlò: «Con questi dirigenti non vinceremo mai!» la sua rabbia era rivolta alla classe dirigente dell’Ulivo in perenne discordia. Sono passati dieci anni. Non c’è più l’Ulivo e neanche l’Unione. Segretario dei DS era Fassino, della Margherita Rutelli. Ora c’è il Partito Democratico, che ha inglobato Democratici di Sinistra e Margherita. Il primo segretario è stato Veltroni, che sembrava l’uomo della provvidenza, e ora c’è Bersani, che nessuno vuole e nessuno rimuove.
Oggi il PD è un partito che definire cromatico, non vuol dire multicolore per armonia di posizioni e argomenti, ma un guazzabuglio di proposte contrastanti, non componibili e spesso incomprensibili. Insomma, l’immagine che ne viene fuori non è un arcobaleno dalle tonalità rassicuranti, ma una coloreria di beghe che disturbano e disorientano. Un’armata allo sbando, che ogni qualvolta s’incontra per decidere qualcosa finisce col contrastarsi e dividersi sempre di più.

Queste considerazioni portano la data del 19 settembre 2012 e sono l’introduzione al post “Il partito democr(om)atico”. Annotazioni che risultano di drammatica attualità ancora oggi. E tornano a seguito di una serie incredibile di errori culminata in quella pietosa pantomima messa in scena in occasione dell’elezione del Capo dello Stato che ha determinato le dimissioni di parte del gruppo dirigente e la scelta di un nuovo Segretario in Guglielmo Epifani. Nessuno commento, in questo momento uno valeva l’altro.
Adesso ci sarà un congresso, ma non si sa se ci sarà ancora un partito.

Eppure, dopo le difficoltà iniziali, sembrava che l’innesto di tante giovani leve dovesse dare nuova linfa a un organismo che risentiva ancora delle liturgie della vecchia politica. E invece no. Le spaccature non si sono mai saldate, anzi sono emerse altre crepe che hanno dato vita a un variegato radicalismo avverso a un confuso riformismo. Le grandi culture provenienti dal Partito comunista e dalla Democrazia cristiana si sono liquefatte e al loro posto hanno preso il sopravvento formazioni che non si sa bene cosa le accomuni. I vecchicorrenti democratiche hanno rinnegato il loro passato, quasi vergognandosene. I giovani, spesso privi di ogni elementare cultura politica, fanno a gara a entrare in una inutile quanto dannosa rivalità generazionale. Gli uni e gli altri hanno dato vita a congreghe, che, a loro volta, ne hanno partorito altre, informi e maculate. E da bifronte, il Pd, è diventato un’idra.

Intanto i 101 giuda restano senza nome. Chi sono? Forse non lo sapremo mai. Almeno ufficialmente. Anche se ciascuno si è fatta un’idea di chi possano essere i mandanti, alcuni operatori e gli utilizzatori finali. E tra questi e fuori di questi dimorano gli stessi dirigenti che dovrebbero avviare il rinnovamento. Ma è credibile che i medesimi attori che hanno spinto il partito nel pantano ora possano tirarlo fuori ripulito e migliorato?
Fatta la frittata, prima con Marini e poi con Prodi, costoro sono riusciti a rafforzare Berlusconi, rivalutare Grillo e rompere l’alleanza con Vendola. Neanche il più agguerrito nemico sarebbe riuscito a tanto in così poco tempo.

Si prenda atto, allora, che il tentativo del 2007 di far nascere una formazione progressista è fallito. È un de profundis? No! muore chi è nato, qui si tratta di un aborto.
Non è un mistero, infatti, che il Pd non è mai riuscito ad affermare una propria identità. Non è mai stata una formazione socialdemocratica, ma neanche popolare. Un partito senza padrone, ma neanche leader. Un complesso privo di un gruppo dirigente autorevole che elegge segretari che non riconosce. Un raggruppamento vocato alla sconfitta perché ha paura di vincere contro un avversario che non ha mai sfidato veramente. Prima Veltroni si rifiutava di nominarlo, poi Bersani lo ha ignorato, ora si sono infilati tutti in una sorta di sindrome di Stoccolma rischiando di aprire una falla nella democrazia italiana.
La sua classe dirigente, logorata dal tatticismo più bieco e sfibrata dalle rivalità interne, non ha mai cercato di penetrare nella società e rispondere alle sue aspettative. Nessun vero tentativo di osmosi tra partito e popolo è stato mai avviato, tanto che anche chi lo votava non lo sentiva mai fino in fondo “il suo partito”. E, a causa dell’incapacità di interagire con la sinistra storica, ha contribuito a disperderla in mille rivoli fino a farne confluire buona parte dei suoi elettori nel Movimento 5Stelle.

Piero Fassino e Francesco Rutelli

Fassino e Rutelli

Nella sua relazione introduttiva al 4° e ultimo congresso dei DS, Piero Fassino tracciò le caratteristiche principali del nuovo soggetto politico: «Diamo vita al Partito Democratico non per un’esigenza dei DS o della Margherita o di un ceto politico. No. Il Partito Democratico è una necessità del Paese, serve all’Italia».
E Francesco Rutelli, concluse la sua relazione al 2° e ultimo congresso della Margherita con queste parole: «Già adesso siamo lo stesso partito, parliamo lo stesso linguaggio, siamo accomunati dalle stesse priorità».
All’Assemblea Costituente del Pd, Romano Prodi, fondatore e primo presidente del partito, dichiarò: «Il Partito Democratico è un grande contributo al Paese, ai milioni di donne e di uomini che hanno deciso di andare oltre il passato, pure glorioso, dei partiti legati alle storie nobilissime del secolo scorso, per entrare finalmente nel futuro. Un futuro che ci parla di problemi nuovi, che ci ripropone domande troppo spesso rimaste senza risposta, di bisogni di partecipazione democratica tuttora insoddisfatti, di sogni e speranze, del bisogno di dare senso alla propria esistenza e alla politica».

Nel panorama politico italiano ed europeo il Partito democratico proponeva una rivoluzione culturale, invece ha dimostrato di essere un guazzabuglio di proposte contrastanti, non componibili e spesso incomprensibili. E il bel sogno si è trasformato in un incubo.

Ma si sa, con i se e con i ma non si fa la storia. E nemmeno con i condizionali. Figuriamoci con i sogni. Allora resta soltanto la speranza dispersa e disperata di un elettore che teme di finire nel limbo della politica, il quale, nonostante tutto, continua a pensare che questo sarebbe stato un percorso politico a favore della democrazia rappresentativa. Difficile, irto di ostacoli, ma tale da poter dar vita a un’area di centrosinistra autenticamente riformista in grado di candidarsi alla guida del Paese con ottime possibilità di durevole consenso.
Invece… «Con questi dirigenti non vinceremo mai!»

Cantastorie

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4 thoughts on “L’amalgama mai riuscito

  1. Il mio compianto papà diceva negli anni del dominio della Democrazia Cristiana, già allora spezzetata in tante correnti, che la forza dell’allora Partito Comunista, con Berlinguer ed altri, era l’unione. Parlava da persona semplice, ma ora posso constatare che aveva ragione. Vediamo l’attuale PD perdersi in lotte di potere che lo hanno e lo stanno disgregando. Con i giovani che scalciano per avere la poltrona, ma non fanno tesoro degli insegnamenti dei “vecchi” dirigenti del partito che, certo non tutti, qualcosa hanno fatto di buono in passato. E’ assurdo ascoltare i sostenitori del Cavaliere che lo difendono a spada tratta, anche sui recenti processi, sostenendo che è un “perseguitato” dalla magistratura! Però fanno fronte comune e vanno avanti perchè sono uniti. Vogliamo questo? Ce li vogliamo trovare di nuovo fra i piedi con tutto il loro potere?
    Qualcuno vuole dire ai dirigenti del PD e ai loro sostenitori, che si dividono per l’uno e per l’altro, che facendo le lotte fra di loro non vanno da nessuna parte? Se vogliono fare qualcosa veramente per gli italiani, ci servono politici di sinistra con idee di vera democrazia e libertà per ridarci un pò di fiducia e stabilità. Di chiacchiere ne abbiamo sentite e continuiamo ad ascoltarle tutti i giorni.
    ORA I FATTI!
    LAURA

  2. Ora che anche questo partito è pressoché morto, cosa ne sarà della democrazia s in futuro avremo Berlusconi al governo e Grillo all’opposizione?

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