Pedalare? no, volare!

Se mi togli i ricordi, cosa rimane di me?

giro 2Anche quest’anno si corre il Giro d’Italia. Una manifestazione sportiva amata da tanti, ma che purtroppo ha anche vissuto momenti bui che ci auguriamo superati. Il suo esordio ebbe luogo il 13 maggio 1909 e, mentre Giovanni Giolitti era alla guida del suo terzo governo e Marinetti firmava il Manifesto del Futurismo, il giovane Dario Beni si aggiudicava la prima tappa del primo Giro d’Italia percorrendo 397 chilometri da Milano a Bologna in 14h 06′ 15″. Alla fine la Maglia Rosa se la aggiudicò un muratore varesino, Luigi Ganna, che all’arrivo all’Arena di Milano, ai giornalisti dichiarò: «Me brüsa tanto el cü!».

Da quest’anno, però, in tv le didascalie sono inglese, uno snobismo esterofilo che le toglie un po’ quel carattere popolare che ha sempre avuto.
E il Giro con i suoi colori e la sua allegria riporta alla mente le nostre prima pedalate.

In genere, nella memoria di un adulto i ricordi della propria infanzia sono labili istantanee: i primi passi, i primi giocattoli, le prime paure. Quasi tutti invece conserviamo nitido il ricordo della prima bicicletta, e in particolare, del momento in cui abbiamo “spiccato il volo”. In genere era la mano del genitore che sorreggeva il sellino da dietro aiutandoci a mantenere quel precario equilibrio sulle due ruote. Poi, d’improvviso si staccava e, senza alcun sostegno, soli, sulle nostre gambe, ci sembrava di volare. Come gabbiani.
È forse quello il primo vero ricordo, indelebile e magico allo stesso tempo. Un’esperienza tramandata di padre in figlio, che costituisce il primo passo verso la consapevolezza di essere liberi, autonomi, padroni di sé stessi.

bambino in biciLa mia prima bicicletta mi fu regalata da mio padre che avevo, credo, 5 o 6 anni. Era di colore amaranto con le rotelline laterali solidali all’asse della ruota posteriore. La comprò in un negozio di Mergellina. Ci andammo insieme e ho chiara l’immagine del momento in cui la montavano. Poi, la portammo via col tram fino a casa nostra. Qui, da subito, mio padre, in quella strada che oggi è via Marco Polo, dove di automobili ne transitavano una o due al giorno, tolte le rotelline di sostegno, m’insegnò ad andare su due ruote.
Nei primi momenti mi correva dietro sostenendomi nel mio barcollare ondulatorio, tenendo con una mano il sellino. Ogni tanto m’incitava a pedalare, a guardare avanti e a tener stretto il manubrio. Si dedicò a me per qualche ora, poi, benché sfinito e sudato, lo vidi soddisfatto mentre da lontano mi vedeva correre sicuro. Ma non avevo ancora imparato a fermarmi e una caduta mi provocò una sbucciatura al ginocchio: un classico per i neofiti della bicicletta.
Ritornammo a casa. Io lacero e sporco, lui madido di sudore, ma entrambi soddisfatti dell’impresa e del risultato raggiunto.

bici bianchiC’è un’altra immagine che ho chiara nella mente, questa volta, in casa dei miei nonni materni.
Per consentire a mia zia di frequentare il liceo che si trovava in un paese diverso dal suo le fu acquistata dal nonno una bicicletta. Mezzi di trasporto pubblico che collegavano i due centri non ve n’erano e la bicicletta era indispensabile quanto i libri. Fu un sacrificio economico non indifferente, perché, dati i tempi e le ristrettezze finanziarie, rappresentava una spesa considerevole. Ero presente al momento della consegna, quando tutta la famiglia circondava quel mezzo mentre la liberavano da strisce di carta crespa che l’avvolgevano per proteggere la vernice. Era una “Bianchi”. Allora le marche di biciclette erano due: la popolare “Bianchi” e la “Wolsit”, inglese, destinata ai figli della borghesia.
Zia Assuntina vi montò subito sopra e fece un giro di prova nel cortile dietro la casa. Era già capace e la vidi ritornare e frenare davanti a me mentre poggiava un piede a terra, soddisfatta e felice.

Quella bicicletta rimase in casa dei nonni per molti anni, anche quando mia zia lasciò la casa paterna e venne da noi, a Napoli, per frequentare l’Università.
Un giorno, un tristissimo giorno, di molti anni dopo fu distrutta da un’automobile che la investì. Purtroppo su di essa, vecchia e un po’ sgangherata, c’era il mio carissimo e amato nonno.

mimmo

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One thought on “Pedalare? no, volare!

  1. Ti sto scrivendo e scendono le lacrime al ricordo del nostro indimenticabile nonno Aniello, di zia Assuntina e di zio Vincenzo, che amava anche lui moltissimo la bicicletta. Ricordo le estati a Ventimiglia quando zio ci parlava del ciclismo con amore ed entusiasmo, di quando lui andava a vedere le tappe del giro d’Italia per fare il tifo, quello vero, quello genuino.
    Ricordo la mia prima bicicletta, una Graziella, pesantissima perchè pieghevole ma della quale ero innamorata. All’Eur papà portava me e mia sorella molto spesso ed io correvo come il vento, spericolata ma felicissima. Quante cadute ma quanta libertà!
    Questi ricordi non ce li porterà via nessuno, per fortuna, perchè non si vedono, sono solo nostro, non sono tassabili, e dobbiamo custodirli gelosamente fino a quando non troviamo delle persone care con le quali condividerli con gioia.

    LAURA

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