Il candidato

(domenica 26 in molti comuni, grandi e piccoli, si vota per i sindaci. Tanti partiti, liste, movimenti e tanti candidati)

medico 1Non sapeva cosa pensare. Quella telefonata l’aveva sorpreso e incuriosito. Perché proprio lui? Non si era mai impegnato in politica e poi era sempre stato convinto che quello fosse un mondo di avventurieri, di gente che cercava scappatoie per realizzarsi perché incapace di svolgere un lavoro vero. Lui invece no, lui aveva una professione e nel suo campo era stimato. Perché mai avrebbe dovuto accettare di incamminarsi per strade sconosciute e correre il rischio di perdere credibilità e prestigio?

Romano Sabelli, medico di base, dopo la specializzazione in medicina interna, riceveva i suoi pazienti anche presso la “Casa di Ippocrate”, un poliambulatorio privato nella zona residenziale della città. La politica non l’aveva mai attirato. Persino da giovane non aveva mai partecipato a manifestazioni di protesta e quando all’Università si tenevano assemblee e occupazioni, lui se ne stava lontano dal clamore. Sosteneva di non essere convinto che con quei metodi si potessero risolvere i problemi. «Alla protesta preferisco il dialogo» diceva. Ma era chiaro a tutti che si trattava solo di un modo per giustificare il suo disimpegno.
Presentò e discusse una buona tesi. Si laureò a pieni voti e fu invitato da un suo insegnante a collaborare nella sua clinica privata. Il compenso era basso, anzi, quello che percepiva gli bastava appena per le piccole spese. Lavorava moltissimo, di giorno e di notte, feriali e festivi, senza ferie, in turni massacranti e spesso in supporto al direttore sanitario, che poi era il suo ex professore, il quale si assentava di frequente per badare al suo studio privato. Ufficialmente, tutti riferivano che il professor Lentini, quando non era in clinica, era impegnato all’Università o in convegni scientifici. Questo accresceva la sua credibilità e gli conferiva un credito di prestigio in campo medico utile ad aumentare il numero dei pazienti e… l’onorario. A dire il vero, per gli impegni accademici si avvaleva di un nutrito gruppo di giovani collaboratori, che, speranzosi di futuri incarichi, cercavano di non deludere né tersilircontrariare “il Professore”, adoperandosi in tutte le attività previste dalla sua cattedra. Ai convegni scientifici, invece, partecipava solo se relatore, per allungare la lista delle sue referenze, o se la sede del meeting era un luogo ameno dove poter trascorrere qualche giorno di vacanza, magari in compagnia di una giovane studentessa alla ricerca del trenta facile.
Il totalizzante impegno di Sabelli nella clinica di Lentini gli consentì, comunque, di maturare una notevole esperienza medica, che sarebbe stata circoscritta in quell’ambito se un giorno non avesse assunto una posizione contrapposta alle scelte terapeutiche del barone. Questi aveva deciso di privilegiare l’impiego di medicinali di una certa casa farmaceutica, che Sabelli non riteneva i più idonei. Ne nacque uno scontro che si concluse con una porta sbattuta. Appena fuori “il dottorino” si rese conto di cosa aveva fatto. Non gli era mai successo, ma si sentiva soddisfatto. Non aveva più un lavoro ma ne aveva guadagnato in dignità. Almeno per quella volta.
Non passò molto tempo che s’inserì nella medicina di base e, dopo la specializzazione, gli fu proposto di collaborare nella “Casa di Ippocrate”.

Ormai, aveva raggiunto una posizione sociale ed economica di riguardo e poco gli interessavano eventuali impegni extra professionali. Perciò quell’invito a presentarsi “per valutare insieme la possibilità di una sua candidatura” lo lasciava perplesso. Alla cortese voce femminile che lo aveva contattato rispose con altrettanta cortesia che ci avrebbe pensato, anche se in cuor suo non aveva alcuna intenzione di andarci. Poi montò in lui una curiosità sempre più pungente, tanto che l’indomani si ritrovò seduto nella sala di un importante albergo cittadino insieme a tante altre persone.
bersaglio e caratteri fucsiaAll’ora fissata, l’assemblea fu aperta. Sul fondo della sala, su uno schermo, apparve l’immagine di un bersaglio e una freccia che lo centrava, sotto un motto “Tutti per uno, uno per… “. Un signore dall’aria molto distinta, in un impeccabile doppiopetto antracite, camicia pastello e cravatta grigio scuro punteggiata in chiaro, dopo aver dato il benvenuto ai presenti, spiegò che stavano cercando persone speciali disposte a candidarsi alle prossime elezioni in una lista che avrebbe avuto altissime ambizioni. Dichiarò senza mezzi termini che chi avrebbe accettato di partecipare poteva mantenere le sue convinzioni politiche, moderate, conservatrici o progressiste che fossero, perché l’intento era quello di raggiungere le stanze del potere e gestirlo direttamente, senza intermediari, con tutti i mezzi leciti, fino ai margini della legalità. Aggiunse che l’invito a candidarsi era stato rivolto a persone in vista, influenti e con possibilità di molteplici relazioni: medici, avvocati, commercialisti, imprenditori, funzionari di enti pubblici e privati. E proprio la posizione di costoro avrebbe attirato un notevole numero di consensi. Voti che in tante occasioni avevano già portato ampi benefici a terzi e briciole a loro stessi. Fu un discorso diretto. Durò meno di mezzora e fu negato a chicchessia d’intervenire. Solo un invito ad essere protagonisti in una lista con un programma semplice e chiaro, che al netto della già scarsa diplomazia usata, suonava pressappoco così: Noi, ceto medio, stanchi di fare gli sherpa dei politicanti di turno, ci impegniamo personalmente per curare i nostri interessi.
Sulle prime, una certa perplessità fu la dominante comune. Qualcuno s’indignò. Trovarsi di fronte a un discorso così esplicito non era frequente. Nessuno scambiò impressioni con nessuno, ma tutti presero il modulo di accettazione per l’eventuale candidatura che alcune hostess distribuivano all’uscita.

Romano Sabelli andò via confuso. La politica non l’attraeva, ma aveva sempre sostenuto la campagna elettorale di qualcuno, amico diretto o amico dell’amico, e la sua posizione professionale aveva procurato non pochi voti a costui. Senza nemmeno tanta fatica, poi. Era sufficiente deporre i bigliettini col nome del candidato sulla scrivania e molti pazienti già si dichiaravano bendisposti a votare quella determinata persona perché amica del proprio medico, a qualsiasi schieramento appartenesse. Sabelli faceva un favore a un amico e i suoi pazienti a lui, tutti tacitamente convinti di poterne ricavare un possibile tornaconto. Rispetto alle altre volte, cosa c’era di diverso, ora, se non l’esclusione di un’intermediazione? Era come se nel commercio un grossista decidesse di vendere direttamente al dettaglio. Forse non era proprio così, ma il paragone ci poteva stare. Diciamoci la verità, disse fra sé, quello che disturba è la franchezza con cui il progetto è stato presentato. Ma si tratta di forma, non di sostanza! È stato forse corretto mettere in campo la mia influenza professionale a favore di personaggi politici di pochi scrupoli? Starne “fuori” e farmi i fatti miei è servito a salvare l’anima? No di certo! E forse neanche la faccia.
Gli venne in mente suo nipote, il figlio della sorella, militante di una formazione politica di estrema sinistra e anche il figlio del portiere dello stabile dove aveva lo studio, impegnato in un gruppo di estrema destra. Quando pensava a loro, li considerava degli esaltati, sciocchi sognatori che si illudevano di poter cambiare il mondo. Utopie giovanili che presto sarebbero rientrate. Non poteva negare, però, che avevano più coerenza di lui. I ragazzi, sia pure su fronti opposti, si esponevano in prima persona per un’idea nella quale credevano. Il suo modo di fare, invece, era molto discutibile. Il suo perbenismo solo di facciata. Ed ora? Ora alla coerenza dei giovani militanti si contrapponeva la coerenza della proposta appena ricevuta. Nobile la prima, spregiudicata la seconda. Rammentò di quella volta che aveva avuto uno slancio etico per opporsi al professor Lentini sulla questione dei farmaci. Ma cosa ne aveva ricavato? La perdita del lavoro.

B correttoIn preda a un turbinio di pensieri dimenticò che avrebbe dovuto essere alla “Casa di Ippocrate” già da un quarto d’ora. Telefonò per scusarsi e rimandare gli appuntamenti del pomeriggio. Poi si diresse verso l’auto. D’un tratto davanti al suo sguardo si parò una gigantografia di un viso a lui ben noto. Su uno sfondo azzurro tra candide nuvole campeggiava il posticcio sorriso di un volto familiare. Sembrava più giovane di come lo ricordava, ma era rifatto. In alto, uno slogan: “Lentini Presidente“. In basso a sinistra, un bersaglio, lo stesso logo stampato sul modulo di accettazione che aveva ritirato. Non c’è che dire, spregiudicato come sempre.

All’incrocio, un’auto della polizia messa di traverso aveva fermato il flusso delle macchine per consentire il passaggio di un corteo di cittadini di varia età ed estrazione. Protestavano contro la privatizzazione dell’acqua. Sabelli lo dedusse dagli slogan urlati e dagli striscioni che portavano. Questa sì che è una nobile causa! Verrebbe la voglia di accodarsi a quelle persone e manifestare con loro. Tante volte, nei programmi elettorali degli arrivisti di turno che aveva appoggiato, vi erano indicate promesse mai mantenute. E se ci avesse provato lui? Lo sguardo cadde sul modulo che gli avevano consegnato poco fa. Lo afferrò, lo appallottolò e lo lanciò fuori dal finestrino. Al diavolo, disse fra sé, voglio ricominciare da quella porta sbattuta in faccia a Lentini.
«Buonasera» salutò l’agente di polizia municipale mentre portava la mano alla visiera e si abbassava all’altezza del finestrino. «Insudiciare il suolo pubblico con cartacce è un’azione che va sanzionata. Mi favorisca un documento, prego».
Di fronte, il faccione del professor Lentini sembrava sorridesse più beffardo che mai.

mimmo

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