Afghanistan

Kabul 1Tutto è cambiato e nulla è cambiato. Stesse strade devastate e ingombre di rifiuti. Stessi muri trafitti dai proiettili. Stesse case pericolanti. Stessa polvere ovunque. Sei anni dopo, La Strada Senza Un Nome dietro al parco di Shar-E-Now a Kabul che è stata la mia casa per tanto tempo è rimasta identica. Ma l’Afghanistan è cambiato. Gli Afghani sono cambiati. Le foto dell’attacco a Kabul City Center mi riportano indietro nel tempo. Alla notte del 3 agosto 2006. Stessa strada, stesso quartiere. I talebani attaccarono la nostra casa con granate e kalashikov. Quella volta ce la cavammo con poco: solo qualche vetro rotto, i muri segnati dal fumo e dalle pallottole e l’odore della paura. E l’amara consapevolezza della nostra vulnerabilità che non ci avrebbe mai più abbandonato. Allora ero fermamente convinto che l’Afghanistan ce l’avrebbe fatta, e oggi lo sono ancora di più. Sarà, però, un processo ancora lungo e, probabilmente, doloroso. Freedom is not for free, la libertà ha un prezzo, mi ha insegnato qualcuno. Ma l’Afghanistan non è più quello di sei anni fa. Allora l’A.N.A., Afghan National Army, l’esercito regolare Afghano, non intervenne neppure. Furono gli americani a darci una mano. Oggi, dopo furiosi combattimenti, in poche ore, l’A.N.A. ha avuto la meglio  dei ribelli.
Oggi si respira un’aria diversa, a Kabul. Me lo raccontano gli amici rimasti lì, i tanti ragazzi Afghani con i quali ho vissuto e lavorato. Più pulita, più sicura, più moderna. Gli Afghani hanno imparato a guardare la televisione, a viaggiare, a praticare sport. La situazione della donna, per quanto distante anni luce dagli standard occidentali, è nettamente migliorata. Esiste perfino una scuola guida per sole donne. Sei anni fa una donna non avrebbe potuto neppure sognare di guidare. I miei amici hanno sogni e speranze per il futuro. Che sono anche i nostri: una bella casa, un’auto nuova, una vacanza, l’università per i propri figli. Per questo donne e uomini come Barbara De Anna sono in Afghanistan, per questo tanti ragazzi Italiani sono tornati in una bara avvolta dal tricolore. Per questo non possiamo mollare adesso. Perché Barbara, io, e le centinaia di civili e le migliaia di militari italiani che hanno lavorato in quel paese ci sentiremmo traditi. Ma soprattutto perché a sentirsi traditi sarebbero le donne, i bambini e gli uomini che hanno creduto nella promessa di un futuro migliore. Che quel futuro adesso lo possono toccare.
Ogni volta che succede qualcosa ci poniamo tutti la stessa domanda: Perché rimanere in Afghanistan? Perché investire tanto denaro in un paese che la maggior parte di noi non saprebbe neppure indicare su una carta geografica? Perché lasciare che tante giovani vite si spezzino di fronte a un nemico che neppure conosciamo? È la stessa domanda che ci siamo fatti anche noi, giorno dopo giorno, quando andare avanti diventava troppo duro e la voglia di tornare a casa si faceva devastante.
Mollare adesso significherebbe soltanto una cosa: far tornare l’Afghanistan all’anno zero. Una sconfitta, non militare, ma una sconfitta della democrazia.

Marco Henry
Esperto di logistica militare. In Afghanistan si è occupato dell’organizzazione degli approvvigionamenti alla missione militare Nato.

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