Felicita e Filomena

Si racconta di viaggi senza confini nel mondo e nei sentimenti.

tandem 2 Felicita e Filomena in sella al tandem con gli zaini in spalla e le bisacce sui lati avanzavano spedite, quasi non avvertissero la fatica. Eppure pedalavano già da alcune ore e il carico che portavano era piuttosto pesante. La meta? Non una casa, una città, un luogo, ma tutto quello che la natura e il paesaggio offriva. Non cercavano salvezza o verità, ma il piacere del momento, l’attimo fuggente. Non volevano arrivare, ma conoscere. Al loro passaggio, in molti sorridevano colpiti dalla stravaganza del mezzo, ma anche dal loro aspetto, semplice e disinvolto. Ma il portamento fiero e lo sguardo sereno delle due ragazze incuteva rispetto, anche se non mancava mai chi ammiccava malevole alla vista di una coppia di donne che non faceva mistero dei reciproci sentimenti. Si consideravano cittadine del mondo e dappertutto si trovavano a proprio agio.
Ma ora erano a casa, nella loro città. Nel posto dove erano vissute e dal quale erano partite. A Felicita era giunta notizia che suo padre stava molto male, forse in fin di vita, e aveva sentito il bisogno di vederlo. Ne aveva parlato con Filomena, che senza alcuna esitazione le aveva suggerito di andare a trovarlo.
«Sai che da quando sono andata via di casa, non avevo mai avuto sue notizie? E sono circa quattro anni! Me ne sono andata senza sbattere la porta, senza litigare, senza dir nulla. Una mattina sono uscita e senza rendermene conto mi sono trovata alla stazione ferroviaria. Lì, ho conosciuto Pablo. Due ore dopo ero su un treno che, tappa dopo tappa, mi avrebbe portato a Siviglia. Un mese più tardi l’ho sposato. Che errore! Mio padre, invece, non mi ha mai cercato. Non si è mai chiesto dove fossi. Eppure, gli avevo spedito una lettera spiegandogli il mio desiderio di conoscere il mondo, di vivere esperienze diverse, di guardare alla vita da angolazioni nuove. Un giorno passeggiavo lungo la sponda del Guadalquivir, quando udii il telefonino squillare. Uno trillo e basta. Nessuna chiamata, forse un’interferenza. Non so perché, pensai a lui. Ero sparita dalla sua vita e non si era mai chiesto cosa mi fosse accaduto. Guardai il display. Era il 14 settembre. Sono oltre sei mesi che sono andata via di casa, pensai. In un moto di rabbia, lanciai il telefonino lontano, quasi per annegare nelle acque del fiume l’unico legame che poteva ancora collegarmi a lui».
«Può darsi che non abbia mai accettato la tua improvvisa scomparsa» osservò Filomena.
«Forse hai ragione, ma non ne potevo più di quella sua ossessione di frequentare minorenni. E si vantava anche per questo, al punto tale che non aveva nessun ritegno a mostrarsi in loro compagnia. Dopo la scomparsa della mamma, poi, le portava anche a casa».

cancello 2Giunsero in viale degli Artisti. Il civico 84 si distingueva dagli altri perché era contrassegnato da una piastrella di ceramica che l’avvocato, diceva, di aver acquistato a Spello. Nulla di strano, ma lui ci teneva a specificarlo. Di fronte al grande cancello in ferro battuto, Felicita ebbe un attimo di esitazione. Il cuore le batteva forte. Sentiva tutta la tensione accumulata. Avvertiva anche una profonda angoscia per la salute del padre. Cosa gli dirò, pensava. E cosa mi dirà, soggiunse.
«Coraggio, entra» la esortò Filomena.
«Perché, tu non vieni?»
«Non credi che la mia presenza sia inopportuna?»
«No! Non lo credo affatto! Lui sa tutto di noi, anche se non ha mai accettato la nostra unione».

Felicita e Filomena si conoscevano fin da bambine, vivevano nello stesso quartiere e si erano sempre frequentate. Trascorrevano molto tempo insieme e si confidavano ogni cosa. Poi, Filomena, conseguita la laurea, si era trasferita a Siviglia per continuare lì i suoi studi. Amava la Spagna e, in particolar modo, l’Andalusia. Para ganar unos pocos peseta si era improvvisata artista di strada nel Parco di Maria Luisa. Vestita tutta di bianco, immobile come una statua su un piedistallo, mutava posizione ad ogni tintinnio di moneta che i passanti lasciavano cadere nella scodella posta ai suoi piedi. Felicita, in compagnia di Pablo, passeggiava per i viali del parco, quando fu attratta da quella ragazza col viso dipinto di bianco che sembrava una figura scolpita nel marmo. La guardava e ne ammirava la plasticità delle posizioni che andava assumendo e la grazia delle sue lente movenze. D’un tratto ne incrociò lo sguardo e gli occhi che sembravano inanimati ebbero un guizzo.
«Felicita!» esclamò Filomena mentre saltava giù dal piedistallo tra la sorpresa dei presenti. «Che gioia vederti! Che ci fai, qui, a Siviglia?»
artista di stradaSi dissero tutto mentre Pablo, rimasto escluso dalla loro conversazione, le osservava sorpreso e infastidito.
«Questo è Pablo. Ci siamo sposati tre mesi fa» disse poi Felicita.
«Io sono Filomena, una sua vecchia amica».
Non si lasciarono più. Felicita, invece, abbandonò Pablo. Qualche tempo dopo, scoprì che lui aveva un’altra. Se ne andò senza scenate. E raggiunse Filomena.
«Non provo nulla per lui. E già da un pezzo» spiegò.
Poi le chiese ospitalità in attesa di trovare una nuova sistemazione. Ma non si mosse più da quella casa, anzi, ne condivise tutto, anche il letto.
Le due ragazze stavano bene insieme e conducevano vita di coppia. In una parola, si amavano.

Appena varcato il cancello, i due rottweiler, legati a una robusta catena, drizzarono il pelo. Solo il padre poteva avvicinarli e, osservandoli, Felicita rammentò la tentata aggressione dei cani a una bambina che, al loro abbaiare, aveva pianto spaventata. I cani considerarono quella presenza una minaccia e le si avventarono contro. Se non fosse stato per la catena, l’avrebbero azzannata. Un metro, soltanto un metro, forse poco meno, salvò la piccola. La comparsa delle ragazze, invece, non stimolò il senso di protezione dei due guardiani. Non diedero l’allarme e non digrignarono i denti. Felicita era una presenza amica e una garanzia per Filomena. La porta di casa, come sempre era aperta. Felicita la spinse e sentì dei gridolini che provenivano dallo studio del padre. Varcò l’ampio salone e si affacciò alla porta. Seduto su una poltrona, il vecchio avvocato, teneva sulle ginocchia una ragazza, procace ma giovanissima. L’atteggiamento dei due era inequivocabile.
«Ciao, papà, vedo con piacere che stai bene. Mi erano giunte notizie poco rassicuranti sulla tua salute, invece… » esordì Felicita.
I due sobbalzarono, ma fu solo un attimo.
«Chi siete voi? Dovete bussare porta» urlò la ragazza mentre si ricomponeva. L’accento era straniero e il suo italiano approssimativo
«Lascia stare» intimò l’uomo. Poi rivolto alla figlia: «Chi non muore si rivede» ironizzò.
«Io sono viva e vegeta e neanche tu te la passi tanto male. Forse sono le cure della tua giovane infermiera che ti hanno fatto un gran bene».
«Gratiela non è la mia infermiera. Viene qui di tanto in tanto per tenere in ordine la casa»
«Io non cameriera!» protestò la ragazza.
«Va in cucina e sta zitta» la redarguì con asprezza il padrone di casa.
«No! Vado in camera mia».
Raccolse la sua camicetta e andò via impettita.
«E meno male che viene di tanto in tanto!» chiosò Felicita.
«Comunque non sono affari tuoi. Scommetto che sei tornata perché sei nei guai. O, forse, hai bisogno di soldi».
«Non cambi mai» disse Felicita come se parlasse tra sé. Poi, il suo sguardo cadde su un giornale ai suoi piedi. Al centro della pagina si leggeva il titolo: “Gazeta Romaneâscă”.
«Ed è anche rumena! Ma tu non eri quello che considerava i rumeni come i nuovi ebrei, ratti da sterminare col gas?»
«Falla finita e dimmi cosa vuoi. Devo ricordarti io che sei andata via senza neanche una parola? Mi hai abbandonato e se non fosse stato per Gratiela, non so proprio come avrei fatto dopo l’infarto. È stata lei ad assistermi quando sono uscito dall’ospedale. Tu, invece… te ne stavi chissà dove con quella lì».
«Quella lì, si chiama Filomena e per me è una persona importante».
«Per favore… Non voglio saper nulla delle tue amicizie immorali»
«Immorale io? E tu, che alla tua età frequenti ragazzine? Sarebbe molto interessante ragionare sulla tua integrità morale. La domenica vai a messa, ma solo a mezzogiorno; non ti tiri mai indietro se c’è da fare della beneficenza, ma solo se la cosa è nota a tutti; difendi la famiglia, ma non riesci a tener in piedi la tua; ti vanti pubblicamente di pagare le tasse, ma non disdegni pagamenti in nero… Devo continuare?»
uomo alla finestraL’avvocato si girò verso la finestra per evitare lo sguardo della figlia. Poi, rilanciò brusco: «Insomma, dimmi cosa ti serve e facciamola finita!»
«Quando ho avuto notizia che stavi male, ho sentito il bisogno di ritornare. In cuor mio speravo che questo periodo di separazione avesse indotto entrambi a utili riflessioni, ma non è così. Diciamolo con chiarezza: siamo divergenti in tutto. Meglio che ognuno se ne vada per la propria strada» disse Felicita col cuore colmo di amarezza.
«Ed è proprio la strada il tuo mondo. Va pure, torna al tuo vagabondaggio, alla tua vita dissoluta, ai tuoi piaceri sfrenati. E pensare che per te avevo progettato il meglio, mentre tu hai sempre sputato nel piatto che ti mettevo davanti».
«Ma non capisci che volevo essere io a costruire la mia vita? Tu volevi farmi laureare e poi ingessarmi nel tuo studio, farmi ereditare i tuoi clienti e i tuoi imbrogli. A me piace viaggiare, girare per città e terre lontane, parlare con la gente del posto, capire come vivono. E invece, tu, volevi infilarmi in una toga nera per difendere chiunque fosse in grado di pagare laute parcelle, colpevole o innocente che fosse».
«È il ruolo dell’avvocato, mia cara. Noi ci occupiamo di mettere le nostre competenze al servizio di chi le richiede e fare del nostro meglio per sottrarlo alla condanna».
«Alla giustizia, vuoi dire. Mi spiace, ma io non potrei mai prendere le difese di uno che ha violentato la propria figlia. Tu, invece, lo hai fatto. Assumesti così bene la difesa di quello scellerato da farlo assolvere. Ma non ti rode la coscienza? Non pensi a quella ragazza, che alle violenze del genitore ha dovuto sommare le tue? No, grazie, al tuo studio preferisco la strada, dove l’aria è più respirabile»
Uscì sulle ultime sillabe, senza rendersi conto che aveva lasciato Filomena sola al cospetto del padre. Ci fu un lungo silenzio. Poi, la ragazza fece un passo avanti.
«Avvocato, lei non ha nessuna stima di me, e per la verità, neanche io di lei. Ciò nonostante le dirò cosa penso. Felicita è una persona splendida. Ama la vita perché ama tutto ciò che la circonda. Le piace comprendere le diversità, siano esse culturali, etniche, religiose, politiche ed anche sessuali. Ed è per questo che se ne va in giro per il mondo. La sua strada, appunto. Si trova a proprio agio nel giardino di casa come a Parigi. Riesce a parlare con uno straccione e con un potente con lo stesso tono della voce. Mangia acciughe e caviale con lo stesso gusto. Ha bisogno di viaggiare, così come un assetato ha necessità di bere».
«Ma io non sono mai stato contrario!» protestò il vecchio «sin da piccola, l’ho mandata a tutte le gite scolastiche e più volte l’ho iscritta a corsi d’inglese a Londra. Se mi avesse chiesto di fare un viaggio o una crociera, l’avrei accontentata volentieri. Invece, ha sempre voluto andarsene in giro senza meta e senza un perché. Poteva fare turismo di lusso, perdio!»
«Il punto è proprio questo: lei non vuole fare turismo, ma viaggiare!»
«E non è la stessa cosa?»
viaggiare«No! Provi a riflettere. Il turista è colui che “vede” palazzi, monumenti, musei, panorami, acquista souvenir, scatta fotografie, filma ogni cosa con la sua telecamera e quando ritorna mostra tutto agli amici alla stregua di trofei… come, credo, faccia lei». Fece una pausa. Il vecchio restò in silenzio. Poi, Filomena continuò: «il viaggiatore, invece, non vede, “guarda”. Guarda con interesse il bello intorno a sé e cerca di capire come si vive in quel determinato luogo; parla con la gente, mangia pietanze locali senza riserve, si informa sugli usi e i costumi del posto e se li trova molto diversi dai suoi non storce il naso, e, soprattutto, non ritiene gli altri strani. Egli considera le sue mete e il percorso per raggiungerle, una scoperta da approfondire. Ritornato a casa, il turista è la stessa persona, il viaggiatore è un altro».
L’avvocato non riusciva a replicare. Si rendeva conto che Filomena diceva quelle cose con grande intensità emotiva. E, soprattutto, per essere giovanissima, manifestava una visione del mondo che nessuno, fino a quel momento, gli aveva indicato. Lui era stato in posti lontanissimi, aveva visitato quasi tutte le capitali europee, non gli erano mancate crociere e una volta aveva partecipato anche ad un safari. Ma, così, senza una spinta interiore, mosso soltanto dalle proposte del suo tour-operator. I suoi erano spostamenti per riempire i giorni di vacanza, magari da utilizzare, al rientro, come esibizione pseudo-culturale presso i suoi conoscenti.
«Lasciare la propria città per recarsi in un’altra» continuò Filomena come rapita dalle sue stesse parole «deve introdurre in noi il distacco dal luogo di partenza e il legame con quello di arrivo. Viaggiare deve rappresentare una fuoriuscita dalla nostra consuetudine; deve generare angoscia nel lasciare la nostra casa e ritornarvi arricchiti nell’animo. Naturalmente con tutte le novità e gli imprevisti, le diversità e l’avventura, i piaceri e gli inconvenienti».
«Tutto questo è solo filosofia» ribatté l’avvocato con spregio.
«Filosofia, dice? E le sembra niente? La filosofia è un’attività intellettuale che attiene il mondo e l’uomo in quanto tale!»
«Compreso la scelta di vita omosessuale?»
«Compreso tutto, mio caro avvocato» rispose tranquilla Filomena alla provocazione. «Importante è condividere la propria esistenza con chi si è felici, senza alcun sotterfugio, nella consapevolezza che l’amore non può essere ingabbiato in convenzioni».
«Io ho un’idea diversa della vita e delle relazioni».
«Ed è proprio questo il tuo grande limite!» intervenne Felicita che aveva sentito tutto. «Non ti sei messo mai in discussione. Ti sei costruito una concezione esteriore del vivere, dalla quale deroghi, in privato, ogni volta che ti conviene. Hai girato il mondo come uno sciocco turista impegnato soltanto ad aggiungere foto alla sua collezione. Ma quel che è peggio, sei un genitore che non è stato mai un papà».
L’avvocato abbassò la testa. Quando alzò lo sguardo si ritrovò solo. Non soltanto nel suo studio.

mimmo

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