Un palombaro in funivia

Se mi togli i ricordi, cosa rimane di me?

funiviaNel 1940, a Napoli, per il collegare la zona di Fuorigrotta con la collina di Posillipo fu costruita una funivia, un’attrazione turistica singolare più che un mezzo di trasporto. Furono innalzati dei piloni in cemento armato che sembravano delle grandi caffettiere a doppio becco e stese delle funi di acciaio sulle quali scorrevano le cabine. L’esercizio della funivia fu aperto al pubblico per un mese soltanto a causa della seconda guerra mondiale e riattivato nel giugno del 1952, per restare in funzione fino al 1961, quando fu dismesso perché sorvolava il centro abitato.

Era un mezzo di trasporto suggestivo ma poco usato, vuoi a causa dei carenti collegamenti con il centro della città e la stazione di partenza, vuoi per il timore che essa incuteva. Viaggiare appesi a un filo per la maggior parte dei napoletani non era poi così attraente.
Ma un’eccezione c’era! Si trattava di don Peppe, un vero emulo di Icaro disposto a sfidare la comune trepidazione e librarsi in volo, sia pure all’interno di un abitacolo agganciato a una corda d’acciaio. Don Peppe aveva sei figli. I primi cinque maschi. Aveva giurato a sé stesso e a tutto il vicinato che avrebbe ingravidato la moglie fino a quando non sarebbe nata una femmina. E così fu. È inutile dire che in quegli anni l’opinione della donna non è che contasse granché.
Ma don Peppe era un personaggio simpaticissimo. Da giovane, a suo dire, aveva fatto il palombaro e si faceva chiamare ‘o palummaro. Non lo diceva mai a nessuno, ma tutti sapevamo che non era capace di nuotare e, per giunta, aveva paura d’immergersi in acqua… almeno senza scafandro.
Campava alla giornata, senza un lavoro fisso e per la spesa quotidiana provvedeva lui stesso. Quando, nel tardo pomeriggio, ritornava a casa acquistava generi alimentari in proporzione al guadagno realizzato rilevando le rimanenze dei negozi, che a quell’ora tarda erano vendute a prezzi ridotti. A mercate rutte. Era, infatti, il momento della giornata in cui la vendita calava perché la clientela abituale si era già approvvigionata del necessario. Inoltre, senza frigoriferi e trattandosi di prodotti deperibili, a pomeriggio inoltrato erano difficili da collocare e, quindi, in svendita.

Un pilone della funivia

Un pilone della funivia

Don Peppe era un amabile sbruffone e rispetto a molti che manifestavano la loro idiosincrasia per la funivia, egli con ostentata audacia sosteneva che presto sarebbe andato a Posillipo servendosi proprio di quel mezzo di locomozione pensile. Pochi vi credettero, ma lui non si tirò indietro e un pomeriggio di domenica, quando tutti i suoi conoscenti potevano vederlo, dopo aver annunciato già da qualche giorno a tutto il vicinato della sua impresa, si avviò platealmente, come un eroe che parte per un’importante missione, verso la stazione di partenza. E, per fugare in tutti qualsiasi dubbio che avrebbe preso posto in quella cabina, proclamò che transitando su di noi avrebbe lanciato nel vuoto un mazzolino di fiori di campo che opportunamente aveva raccolto e legato.

Il viaggio cavalleresco è sostanzialmente incentrato sulla percezione di sé di chi lo compie, e viene intrapreso perché vi si riveli il carattere essenziale del cavaliere (Eric J. Leed).

Quindi, don Peppe partì brandendo nella mano destra alzata quel vessillo floreale alla stregua di un condottiero medievale. Era il suo testimone e tutti dovevano vederlo.

Da quel momento restammo tutti in attesa del passaggio della funivia, e quando essa transitò sopra le nostre teste guardavamo in alto per verificare se dal finestrino fuoriuscisse la tangibile prova della “traversata” dell’intrepido vicino. Il lancio ci fu davvero e noi ragazzi scoppiammo in urla e applausi di acclamazione, per poi correre verso il punto in cui quel mazzetto di fiori toccò terra.
Tra spintoni reciproci riuscì a raccoglierlo Ernesto, il figlio dell’ardimentoso trasvolatore, che lo mostrò a tutti come un trofeo. Naturalmente, il nostro eroe, al ritorno, fu fatto segno di ogni congratulazione, così come avrebbe meritato un condottiero reduce da una gloriosa campagna di guerra.

mimmo

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One thought on “Un palombaro in funivia

  1. Viva la bellezza delle cose semplici con le quali anni fa ci si divertiva, ci si stupiva e si godeva con piacere di tutto. Ora, nell’era ipertecnologica, dove non ci manca niente e anche il superfluo è alla portata di tutti, non ci soddisfa più nulla, anche l’oggetto costoso viene accolto con indifferenza dalla maggior parte della gente. Non per tutto, ma per la gioia con la quale venivano apprezzate anche le più piccole cose, quanto mi mancano gli anni passati!!!m Troppo nostalgica? Giudicate voi.

    LAURA

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