L’ascensore

«Ma è proprio necessario che vada da questo qui?»
«Questo qui, papà, è il nuovo primario del reparto di cardiochirurgia del Policlinico. Uno specialista di fama mondiale. Abbiamo atteso tre mesi per avere un appuntamento. Vedrai che ti indicherà la terapia giusta».
«Se lo dici tu!»
«Ecco, ci siamo. Comincia a piovere, meglio che tu scenda qui. Prendi l’ombrello e avviati su, che io cerco un posto per parcheggiare».

ascensore 2Entrò nel palazzo e si diresse verso l’ascensore. Un uomo in jeans, non più giovane, era già lì che aspettava.
«Prego. A che piano va?» l’accento era un’inequivocabile napoletano».
«Lasci stare, faccio da solo».
«Io vado al sedicesimo» e pigiò il suo tasto.
Un ”ehm” infastidito fu la risposta.
«Va anche lei al sedicesimo?»
Non ci fu replica. La cabina era di quelle panoramiche e l’uomo con l’ombrello guardava fuori.
«Sa, che questo grattacielo è stato appena costruito? È alto trenta piani».
«Ehm».
«È stato progettato da un architetto delle mie parti. Un mio paesano… si dice così, no?» fece con un sorriso l’uomo in jeans.
«Guardi, che io non uso espressioni di questo tipo. Sono di Adro, nel Bresciano, non di Canicattì!»
«Canicattì, Adro. Che nomi buffi. A volte le città hanno nomi strani, eh? Pensi che in Umbria c’è un posto che si chiama Osteria del Gatto».
L’uomo con l’ombrello alzò le spalle senza dir nulla.
«Non è di molte parole, lei. Comunque, io mi chiamo Vincenzo… »
«Senta, ho mal di testa» lo interruppe, ignorando la sua mano tesa.
L’ascensore si bloccò tra un piano e l’altro.
«Che pirla! Ci mancava anche questa! Non avrai mica toccato qualche tasto?»
«No! Io non ho fatto niente, si è fermata da sola. Proviamo a schiacciare di nuovo il 16».
«Fermo! Fermo! Non combinare altri guai. Lascia fare a me».
Vincenzo, con la mano a mezz’aria, si fece da parte con un gesto di affettata cortesia. Contrariato, l’uomo con l’ombrello, pigiò a lungo e con forza il tasto 16, poi quello con la T e, infine, il tasto rosso dell’allarme.
«Maledizione, si può sapere cosa hai combinato? Ora chissà quanto tempo dovremo rimanere qua dentro».
«Le ho già detto che l’ascensore si è fermato da solo. Stia calmo che ora la cabina scenderà lentamente verso il piano terra. Poi, ha suonato anche l’allarme, no?»
«Calmo, calmo. Fai presto a dire tu, calmo. Io non posso star qui a perder tempo, ho un appuntamento importante. Non sono mica come te che non hai niente da fare».
«Se è per questo, anch’io ho un appuntamento».
«Attenzione, attenzione. Mi sentite?» la voce proveniva dall’interfono.
«Si, vi sentiamo. Siamo bloccati tra l’ottavo e il nono piano».
«Il sistema di sicurezza che avrebbe dovuto portarvi al piano terra non funziona. Adesso vi tiriamo fuori noi, non preoccupatevi. Quanti siete?»
«Siamo in due. Io e un altro signore».
«Ehi, ascolti me, lei. Io non ho tempo da perdere, non sono mica come lui, tutto pizza e mandolino. Ho un appuntamento, io».
«Si calmi, signore. Faremo il più in fretta possibile».
«Dovrei offendermi, ma mi viene da ridere».
«Non vedo proprio che ci sia da ridere. E poi, voglio uscire quanto prima. Non sono abituato a stare in gabbia, io».
gabbia 5«In gabbia c’era già prima di entrare in ascensore e non sarà libero neanche quando uscirà da qui dentro».
«Che intendi dire?»
«Ma si guardi… Sono i suoi pregiudizi a tenerla prigioniero. Giudica gli altri dall’accento. Si sente superiore perché è lombardo, settentrionale. O, è meglio dire, padano? Mi dica, oltre al certificato di residenza, ha altri meriti da vantare?»
«Ma tu sei un… »
«Terun! Un terrone?»
«… … … »
«Mi sentite, lassù? Signor Vezzoli, c’è una persona che vuole parlare con lei».
«Papà, mi senti? Cerca di stare calmo, che tra poco ti tirano fuori. Mi raccomando, non ti agitare che ti fa male».
«Anche tu mi dici che devo stare calmo. Tiratemi fuori di qui e mi calmerò».
«È claustrofobico?»
«Se permetti, questi sono affari miei. Ma tu guarda cosa mi doveva capitare oggi?»
«Si riferisce al blocco dell’ascensore o alla mia compagnia?»
«Se proprio vuoi saperlo, ad entrambe le cose. C’è una persona importante che mi aspetta e avrei preferito non trovarmi qui».
«Ma cosa la fa sentire superiore? L’esser nato al nord? il dialetto? cosa?»
«Intanto, voialtri vivete nella spazzatura e sembra proprio che vi troviate a vostro agio, visto che non fate molto per liberarvene».
«Questo è vero e un po’ me ne vergogno, anche se, come tanti miei concittadini, credo di essere più vittima che causa di questo degrado. Non vivo più laggiù da molto tempo, ma se potessi fare qualcosa, l’assicuro che non mi tirerei indietro. Come molti miei conterranei, d’altronde. Ci sono tante persone perbene, in quella meravigliosa e martoriata terra, sa?»
«Perbene, perbene. E la camorra? La furbizia, la poca voglia di lavorare, l’arrangiarsi? E poi, gli sprechi di denaro pubblico, le tasse non pagate, i falsi invalidi? Devo continuare?»
«Che un’atavica indolenza sia concausa di molti nostri mali, non posso negarlo, ma non tutto è riconducibile alla responsabilità del singolo. Posso dirle soltanto che certa politica sguazza da secoli sulle difficoltà di un intero popolo e ne sfrutta il malessere».
«Ecco, sì, buttiamola sempre in politica. Una volta, a Napoli, sono stato avvicinato da un individuo che mi ha offerto di acquistare un cellulare. Sai, cosa mi sono ritrovato? Una bottiglietta d’acqua. Cinquanta euro mi è costata! E dire, che mi aveva proposto un telefonino di ultima generazione! Il pacco! Mi ha fatto il pacco, il mariuolo
«A lei, però, sarebbe piaciuto avere un telefonino di ultima generazione per pochi soldi, vero? E senza chiedersi la provenienza! Come un ricettatore».
«Ma che c’entra? Mi è stato presentato come un affare!»
«E invece si è ritrovato beffato. Capita ai furbi, sa?»
«E il gioco delle tre carte? Che mi dici di questo imbroglio planetario? Non giustificherai anche questo, spero?»
«Intanto io non giustifico niente di tutto questo. Un “imbroglio planetario”, dice? Giusto! Un meccanismo truffaldino conosciuto in tutto il mondo… Ci cascano in tanti, pur consapevoli di avere a che fare con dei lestofanti. A me sembra che chi accetta il gioco, voglia sfidare sé stesso e dimostrare di essere più in gamba degli altri. Naturalmente, come tutti, perde e se la prende con “i napoletani”. Vorrei ricordarle, però, che anche voi di Adro siete noti per alcuni atti di sporcizia».
«Ma tu farnetichi! Sulle strade della nostra cittadina ci si può specchiare!»
«Anche l’anima potere rimirarvi?»
«Che vuoi dire?»
bambini«Beh, la faccenda dei bambini esclusi dalla mensa scolastica, perché alcuni genitori poco abbienti non potevano pagare la retta, non è molto edificante».
«Quelli volevano far mangiare i loro figli a sbafo. Da noi mangia solo chi paga. Non potevano permetterselo? Che tengano i figli a casa!»
«Anche un comportamento poco solidale con i più deboli è lerciume. Non imbratta le strade, ma è altrettanto disgustoso, non crede? Come disonesto è servirsi di una badante straniera in nero o farsi lavare la macchina da un migrante trattato da schiavo».

«Mi sentite, lassù? Tra poco la cabina si muoverà e comincerà la discesa verso terra. Rimanete tranquilli. Abbiamo avuto qualche problema. Pochi minuti e sarete fuori di lì».
«Ma quanto ci vuole? Datevi una mossa! Se non siete capaci chiamate qualcun altro!»
«Magari uno della Padania, che ne dice? Mi spiace, ma deve accontentarsi di me. Sono un terrone anch’io. Siculo sugno!»
«Peggio di così, amico mio, non poteva capitarle. In compagnia coatta di un napoletano e nelle mani di un siciliano. Prigioniero del Regno delle Due Sicilie. Le consiglio di fare una preghiera alla sua Madunnina, ché la vedo brutta».
Il cavalier Vezzoli non rispondeva. Cominciò a sudare. Sbiancò in volto. L’ombrello gli cadde di mano e si appoggiò con le spalle alla parete della cabina. Vincenzo lo vedeva venir meno. Gli si avvicinò per sorreggerlo.
«Non toccarmi!» e scivolò lentamente verso terra.
Il respiro si faceva pesante. Vincenzo tentò di allentargli la cravatta.
«Ti ho detto… di non toccarmi» disse con voce flebile. E chiuse gli occhi.
«Ehi, laggiù, sbrigatevi! Qui c’è uno che sta male».
«Stiamo facendo del nostro meglio!»
«Papà, papà, mi senti? Vi prego, fate presto, mio padre è malato di cuore. Forse ha un infarto. Aiutatelo!»
Vincenzo gli mise una mano sul torace
«Ecco, respiri profondamente. Cerchi di stare su con la testa, non si abbandoni. Sente la mia voce?»
Vezzoli continuava a sudare. Ansimava. Il viso era contratto dal dolore. I battiti del suo cuore rimbalzavano con troppa frequenza. Vincenzo gli aveva slacciato la cintura dei pantaloni e tolto le scarpe. Gli massaggiava il petto. «Respiri profondamente» gli diceva. E non smetteva di parlare, per tenerlo sveglio. Dopo un po’, il respiro divenne meno affannoso e un dolce abbandono si impadronì di lui. Intanto, un leggero cigolio segnò l’inizio della discesa dell’ascensore.
«Ecco, ci siamo. Tra poco sarete fuori. Come va là dentro? Qui c’è un’ambulanza pronta».
«Il mio compagno di viaggio sembra reagire, ma deve andare in ospedale».
«Aiutatelo, vi prego. Mio padre è cardiopatico e doveva visitarlo il professor Pezzullo, che ha lo studio proprio qui. Ho provato anche a citofonargli, ma la sua assistente mi ha detto che non è ancora arrivato. È strano, ha quasi un’ora di ritardo. Di solito, è puntualissimo».
Intanto la cabina scendeva di piano in piano e quando toccò terra, per uno di quei comportamenti strani che hanno le persone che assistono a situazioni di difficoltà, ci fu un applauso. Le porte si aprirono mentre una barella si avvicinava. Due infermieri sollevarono l’infermo con cautela e lo adagiarono sulla lettiga. Un attimo dopo l’ambulanza partì a sirene spiegate.

terapia intensivaLa prognosi fu sciolta circa una settimana dopo e il cavalier Vezzoli fu trasferito dall’Unità di Terapia Intensiva in una stanza singola, amorevolmente assistito dalla figlia. I medici riferirono che aveva avuto una crisi molto grave e che non si spiegavano come aveva fatto a resistere tanto tempo in attesa dei soccorsi.
«Con lui c’era un’altra persona, ma non so chi sia e, soprattutto, non so che tipo di aiuto possa aver dato a mio padre. Tra l’altro, nella concitazione non ho avuto neanche modo di vederlo. Tu ricordi qualcosa, papà?»
«Io so solo che quello era uno sporco terrone e che ha tentato di mettermi le mani addosso approfittando del mio malore. E poi mi parlava in continuazione».
«È difficile dirlo, ma potrebbe darsi che proprio l’apporto di costui possa essere stato determinante» disse un medico che accompagnava l’Aiuto del Primario nelle visite giornaliere.
«Ascolti, cavalier Vezzoli, la crisi cardiaca che lei ha avuto, di solito, è di quelle fulminanti. Ci si può riprendere solo se soccorsi tempestivamente e, comunque, è importante non perdere conoscenza fino al momento dei primi trattamenti sanitari. Io posso dirle che se quella persona l’ha solo tenuta sveglia, le ha salvato la vita» aggiunse l’Aiuto.
«Ma siete certi di quello che dite?»
«La certezza noi non l’abbiamo, signora. Solo suo padre potrebbe confermare, se ricordasse. Io posso dire che, in questi casi, tenere semidisteso l’infartuato, slacciargli camicia, pantalone e scarpe, invitarlo a respirare profondamente e fargli un massaggio sul torace, cercando di non fargli perdere conoscenza, può essere decisivo».
Ad Attilio Vezzoli sembrò di ricordare che quel napoletano in ascensore aveva compiuto su di lui le stesse operazioni appena descritte. No, non era possibile che un terrone l’avesse aiutato. Che ne sapeva, quello lì, di certe manovre. Un cafone, un troglodita! Ma no! Non poteva proprio credere che Pulcinella gli avesse salvato la vita. È assurdo!

Dal corridoio si sentì un “buongiorno professore”. L’Aiuto si affacciò dalla porta.
«Ah, arriva il nostro Primario che viene a farle visita. È appena uscito dalla sala operatoria».
Un uomo non più giovane, in tenuta verde e con la mascherina ancora sul viso, seguito da uno stuolo di camici bianchi, entrò nella stanza dell’ammalato. Mentre si scopriva, l’Aiuto lo presentò:
«Signor Vezzoli, le presento il professor Vincenzo Pezzullo».
Il cavalier Attilio, intollerante a prescindere, piegò la testa e svenne.

mimmo

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One thought on “L’ascensore

  1. Se serve a dire che i Patani so strunz, va bene, altrimenti è una scenetta che potrebbe capitare ovunque ed a chiunque.

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