Salir, sempre salir!

Cortona

Cortona

Eppure avrei dovuto pensarci. Un bed&breakfast a Cortona che si trova in Vicolo della Scala non poteva far riferimento a un teatro importante come la Scala di Milano. E allora? Allora, dopo aver parcheggiato l’auto ci tocca raggiungere il centro storico, che, come tutti i borghi medievali, si trova sul cocuzzolo. E la macchina la dobbiamo lasciare più in basso. Indi-per cui-dunque, mano al bagaglio e gambe in spalla, diamo inizio alla salita. Dopo pochi gradini, svoltata una siepe, una gradevole sorpresa si materializza ai nostri occhi: una scala mobile. Elena ed io ci guardiamo. Che sia un miraggio causato dal torrido caldo di questa tardiva estate? Con passo deciso affrontiamo l’incognita e dopo un po’ ci accorgiamo che stiamo volando. Ma non è un’allucinazione. È una meraviglia della cinetica incastonata nelle pendici di un colle toscano che ci fa librare in alto. La natura che ci circonda è bellissima, ma in questo momento la mia gratitudine va alla scienza che ha prodotto questo stupendo mezzo di locomozione. Viva l’elettromeccanica! Viva il sistema ettometrico! Viva Jesse Reno!
Un cartello ci informa: “Prima Rampa”. Va bene. Prenderemo questa e anche la seconda. E, se c’è, pure la terza. Che c’importa, noi dobbiamo solo farci trasportare.
Alla fine della corsa, però, la delusione è più cocente del sole allo zenit. Pietre su pietre danno forma a una perfida rampa di scalini bianchi, luminosi ma ostili. Una scala im-mobile è la via Francigena che dovremmo percorrere. Che fare? Niente domande pleonastiche e avanti tutta. Ma, passo dopo passo, i gradini si fanno gradoni. Per misurare il sudore, siamo passati al sistema ettolitrico. Ma riusciamo ad andare su e al nostro orizzonte prende corpo una seconda scala mobile, semovente, automatica, trasportabile. È la nostra oasi e la tappa che ci porterà alla meta. O quasi. Perché la vetta è raggiungibile da ulteriori gradini saldamente attaccati al terreno. Sono pochi, ma pur sempre piedistalli.
Finalmente, Cima Cortona è nostra. Ci vorrebbe una bandiera da piantare sull’asfalto bollente, ma forse è meglio lasciar perdere e avviarsi verso la nostra baita.

Vicolo della Scala

Vicolo della Scala

Pochi passi ed ecco Vicolo della Scala. O meglio… le falde di Vicolo della Scala. Beffardi ci guardano una trentina di scalini irregolari, tipici dei borghi toscani, unica via per raggiungere il nostro rifugio. Chiamo a raccolta tutti i santi del Paradiso, da Sant’Achilleo Martire a San Zotico di Costantinopoli, e trascino il nostro bagaglio, che all’origine conteneva il necessario per una sola giornata di sosta, ma ora sembra che abbia incorporato tutte le pietre che abbiamo calpestato.
Sarà quel che sarà, ma nel vedere quella mattonella con su scritto “Vicolo della Scala” mi viene in mente il “Terra! Terra!” urlato dal marinaio Rodrigo de Triana dalla coffa della “Pinta” il 12 novembre 1492. Esagerato? Ognuno ha i suoi avvistamenti.
Mentre Elena trova la forza di spingere un dito sul campanello, io ho quasi voglia di baciare il suolo. La porta si apre e il sorriso di una gentile signora ci dà il benvenuto, subito offuscato, però, da una serie di gradini altissimi che fanno da fondale alla leggiadra creatura che ci accoglie. Sembra un muro. Ho voglia di piangere. È il muro del pianto. Il mio muro del pianto. Ma questo è un incubo! Elena ed io ci guardiamo sgomenti e forse stiamo pensando la stessa cosa: lasciamo tutto qui e corriamo verso il basso, scendiamo a valle, nel sottovalle, nei paesi bassi, sotto il livello del mare. La prossima volta che ci muoviamo da casa sarà per Atlantide. Tra i santi che mi circondano cerco un sanbernardo, ma trovo un san Pasquale, avvocato di professione e sherpa per misericordia, il quale, nell’accezione più autentica, “si fa carico” delle nostre cose e le porta su. Qui, Antonella ci rifocilla con una bibita fresca e un corroborante caffè. Apprendiamo che lei e il santo marito sono originari di Sorrento e che qualche anno fa hanno deciso di trasferirsi qui a Cortona. Da una splendida città del sud a un’altrettanta splendida città del centro Italia. Dal mare alla terra. Dal limoncello al vin santo.

I tetti di Cortona

I tetti di Cortona

Chiediamo di mostrarci la camera, che… è raggiungibile attraverso due rampe di scale fatte sempre di gradoni. Ma san Pasquale vigila su di noi e anche questa volta provvede al trasporto ascendente. Pasquale santo e martire, visto che non è certo la prima volta che da leguleio si trasforma in montacarichi. Per un attimo sono tentato dal chiedergli di trattare anche me come un bagaglio, ma quel briciolo di lucidità che mi è rimasto mi fa desistere. Ancora un richiamo all’alfabetico santorum, San Pasquale escluso, e via verso l’alto, più in alto del sole ed ancora più su.
La camera è confortevole. Affaccia sui tetti cortonesi e, nonostante il caldo, gode di una naturale frescura grazie a un gradevole venticello. Anche la vista sui tetti è bella. Alla fine, pensiamo che incontrare belle persone può anche rappresentare una ricompensa per le fatiche sostenute. In fondo, basta guardare il lato positivo delle cose, che poi è la nostra filosofia di viaggiatori che partono senza conoscere cosa troveranno dietro l’angolo.
Nel tardo pomeriggio scendiamo (sì, scendiamo) per un giro attraverso le stradine di Cortona e nei pressi di piazza Signorelli, uno slargo in leggero declivio (poteva mancare?) troviamo la libreria Feltrinelli, allogata per l’estate in un palazzo medievale. “L’albergo delle donne tristi” di Marcela Serrano e “Omero, Iliade” di Baricco accompagneranno le nostre vacanze. Uscendo dalla libreria, incredibibilia sed vera, incrociamo proprio lui, Alessandro Baricco. Così, tanto per compiacerlo e compiacermi, faccio mostra del suo ‘Omero’ e un sorriso reciproco chiude il nostro fuggevole incontro.
Il crepuscolo rende ancora più bella questa città e noi ci avviamo verso la ‘Taverna Pane e Vino’, dove ci aspetta la meritata cena e un bicchiere di syrah.

Pinocchio 3Prossima tappa, la Val di Magra. Ma di strada c’è Collodi, paese natale di Carlo Lorenzini, da cui ha preso il proprio pseudonimo. Al suo famoso personaggio, Pinocchio, qui hanno dedicato un parco e a noi viene il desiderio di farci un giro. Il carro di Mangiafuoco, il paese dei balocchi e l’enorme balena incantano i bambini. Ma anche noi non siamo indifferenti al fascino del luogo. In fondo, Pinocchio è stata la nostra favola e a quell’età non c’erano videogiochi o play-station. Figuriamoci, non c’era neanche la tv! E poi, sorridere insieme ai bambini presenti nel parco fa diventare un po’ bambini anche noi. E non può che farci bene!

La Val di Magra è terra di confine tra Liguria e Toscana. Qui l’ambiente fluviale si coniuga con il litorale marino e le Alpi Apuane fanno da sfondo. Ci fermeremo due settimane in un villaggio immerso nel verde prospiciente il mare. Dalla reception i bungalow non si vedono tanto la vegetazione è fitta. Eppure sono dislocati di fronte a noi sul versante della collina. In alto.
Già, in alto. Una radio canta: più su, più su…finche ci crederò, finche ce la farò… più su, più su fino a sposare il blu… Più in alto e ancora su, fino a sfiorare Dio… Renato Zero mi piace, ma ora sembra che si faccia beffe di noi.
Da Lucio, simpatico milanese, direttore e barista, ci viene assegnato il numero 6. Come spesso capita, siamo fortunati, la nostra è una delle migliori sistemazioni, ariosa e indipendente. E poi è sul primo filare. Poteva andarci peggio, ce ne sono ancora due di terrazzamenti.
Però… il bungalow è su due livelli: in basso la zona giorno con il bagno e di sopra la camera da letto. E quel “sopra” si raggiunge scalando nove gradini alti 26 cm. cadauno più l’ultimo di 29 cm. (il rush finale è sempre il più duro). E in quel “sopra”, per una ragione o per l’altra, si va diverse volte al giorno. E qualche volta anche di notte.
Al check-in, il bungalow si raggiunge in macchina. Scaricati i bagagli, però, si riporta l’auto nel parcheggio, in basso, adiacente l’ingresso, per poi tornare su attraverso un susseguirsi di sbalzi di pietre impropriamente detti scalini, assistiti da una balaustra in legno, sulla quale mi avvinghio manco fossero rampini da alpinista. Le mie gambe ultra-ultrasessantenni Mimmo sale 4però non si arrendono e step-to-step, come dice il nostro vicino inglese, gratificano l’animo col piacere del verde delle querce e dei pini, il profumo dell’alloro e del rosmarino, la compagnia del cicaleggio e il cinguettio del bosco. Per chi vive in città è un ambiente da favola. Chissà il Marcovaldo di Calvino cosa avrebbe dato per vivere qui. Scale comprese.

Com’è nostro solito, siamo stati dei vagabondi. Quasi sempre vagabondi d’altura, però. Perché tranne l’elegante Sarzana e l’antica Luni, i centri limitrofi sono tutti posti in alto e ancora su, fino a sfiorare Dio.
Sarzana, in questo periodo si offre ai visitatori ancora più bella. “La Soffitta in Strada”, una mostra di antiquariato che si snoda tra le stradine della città, la rende suggestiva e unica.
Luni, o meglio, la zona archeologica della romana Lunae, mostra importanti reperti di oltre duemila anni fa. I resti di edifici, mosaici, statue, capitelli, terracotte e bronzi, nonché l’anfiteratro per il divertimento dei Romani, sono la testimonianza di un passato di cui tutti dovremmo avere contezza per meglio comprendere chi siamo oggi. Invece il sito è frequentato da pochissimi visitatori, mentre la spiaggia vicina è affollatissima.

Le nostre escursioni in verticale ci hanno condotto in piccoli e grandi centri della Lunigiana, ma una citazione particolare la merita Colonnata, un piccolo borgo delle Alpi Apuane famoso per il suo lardo stagionato nelle conche di marmo proveniente dalle vicine cave.
Colonnata, per tre quarti, è circondata da cave, che le si stendono attorno, come un grande stupendo scenario dantesco. Greppi, balze, canaloni, ravaneti, speroni accidentati, ecco il quadro del luogo che acquista risalto anche da una tavolozza cromatica, che va dal grigio ferrigno, all’ocra, ai verdi fulgenti offerti da rigogliosi castagneti.
Il lavoro, per l’estrazione dei marmi, è stato sempre duro, feroce. Anche se la tecnica moderna ne ha alleggerito la fatica, coi suoi strumenti e macchine, tuttavia la morte è sempre in agguato. E ben sanno le famiglie orbate del capofamiglia.
La montagna dà pane e benessere, ma vuole il suo tributo di sangue. La disgrazia, l’incidente, spesso mortale, è in tutto: un sasso che improvviso balza dall’alto; spessori, che, senza causa apparente, cedono di schianto; un filo d’acciaio che si trancia; un’improvvisa rottura di cavi; una scivolata dalla tecchia; la disgrazia è sempre presente; si accompagna, purtroppo, a questo duro, inconsueto tipo di lavoro. Così scrive Umberto Fregosi su una piccola guida del luogo.
RiposoAlla fine si scende a Carrara. Qui trovo finalmente riposo su un misericordioso triclinio collocato fuori la cattedrale di Sant’Andrea, lungo la via Francigena. È di duro marmo, ma a me sembra di soffici piume d’oca.
Un altro luogo suggestivo è Fosdinovo. Salire quassù significa respirare forte il profumo dei boschi che dipingono valli e monti. Di tornante in tornante scema l’oppressione del caldo e si gode la frescura della montagna, mentre il sole tramonta su Porto Venere e l’isola di Palmaria. Qui si trova il castello Malaspina, un maniero ben conservato, residenza della famiglia più potente della Lunigiana del XIV secolo.
Ma, questi luoghi che ora incantano per la bellezza del paesaggio sono stati teatro di scontri e stragi durante la seconda Guerra mondiale. E per non dimenticare, poco fuori dal centro abitato, è stato allestito un museo multimediale audiovisivo che ricorda la Resistenza partigiana e la gente semplice, che con azioni attive e passive si oppose alla prepotenza nazi-fascista. La visita suscita un forte impatto emotivo per le testimonianze di uomini e donne che hanno contribuito alla costruzione della democrazia in Italia.

Sulla strada del rientro a casa ci siamo fermati a Tivoli. Villa d’Este e Villa Adriana meritano di essere visitate e anche rivisitate. Anche qui, come a Cortona, Sarzana e Lerici, c’eravamo già stati, ma rivedere è più bello che vedere. Abbiamo solo un pomeriggio e decidiamo per Villa Adriana. Dall’ingresso, per raggiungere il cuore dell’area archeologica bisogna percorrere una strada… in salita, e scale, scalini e scalette non mancano. Ma il luogo è meraviglioso e si va su e giù per il piacere di tanta bellezza.

'Alfredo alla scaletta'

‘Alfredo alla scaletta’

È ora di cena. La mia fidata guida ‘Osterie d’Italia’ non indica nessun ristorante nei dintorni. Dobbiamo fidarci del consiglio della cortese signorina della reception del nostro hotel.
«Volete mangiar bene e spendere il giusto?» ci fa di rimando alla nostra richiesta.
«È la nostra massima aspirazione di questa sera» le rispondo.
«’Alfredo alla scaletta’ è una garanzia. Volete che prenoti?»
«Sì, ma al piano terra» supplico.

Insomma “Salir, sempre salir!”. È un’esortazione che mi fu scritta in un biglietto augurale a seguito del diploma di elettrotecnico. Era la prima volta che la sentivo e ancora me ne ricordo. Chi me la rivolse pensava a tutto tranne che a dure scale di pietra, e nei suoi intendimenti c’erano auspici sociali e non scalate madide di sudore sotto il sole. A me, quest’estate è toccata la seconda ipotesi. In compenso, però, insieme a me sono saliti testaroli al pesto, alici di Monterosso, lardo di Colonnata e torta di riso. E per farli scendere sono dovuto ricorrere al Vermentino dei Colli di Luni.
E vi assicuro che sia nel salire che nello scendere ce l’ho messa tutta.

mimmo

da leggere anche Pizza e TosèlaTrasimenando e Tempo brutto e tempi belli

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5 thoughts on “Salir, sempre salir!

  1. Conosco molto bene tutti i posti di cui parli… mi viene in mente di chiederti. “No, Alpitour? Ahi ahi ahi!”… Un domanda: a parte le “alici di Monterosso”, che essendo nel Parco Nazionale delle 5 Terre non possono essere pescate, il Vermentino di Luni spero fosse quello di Giacomelli e non quello di Bosoni (Lunae)…
    Bella esperienza… Avremmo potuto incontrarci a Cortona… 😉

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