Cortigiani

cortigiani milano 2Avendo paura della morte, il primo imperatore della Cina Qui Shi Huang si fece seppellire in un mausoleo con 10 mila cavalieri di terracotta fabbricati a grandezza naturale con tanto di armi, corazze, carri e cavalli. Era il suo popolo della libertà, pronto a immolarsi per non lasciarlo da solo ad affrontare quello che non voleva: le tenebre.
Ventidue secoli dopo eccoci al cospetto di quest’altro esercito di terracotta fabbricato a grandezza naturale con tanto di grisaglie e tailleur, uomini e donne adulte dotate di tutto, i denti, le unghie, ma non la vergogna, che si offrono a ogni ora del giorno e della notte televisiva pronti a farsi seppellire (dal ridicolo e dal dramma) con il loro imperatore che li aspetta nel proprio mausoleo a Arcore, frastornato da una sentenza irrevocabile quanto la morte, ma che più moderatamente si chiama Cassazione.

Sono note di Pino Corrias scritte su Il Fatto Quotidiano del 12 settembre scorso. Ma già alcuni secoli fa il barone Paul H.D. d’Holbach (1723-1789) scriveva un pamphlet dal titolo molto significativo: “Saggio sull’arte di strisciare”. D’Holbach rivolgeva le sue attenzioni al cortigiano, che ancor oggi si conferma il prodotto più bizzarro di cui dispone la specie umana.

Bisogna ammettere che un animale così bizzarro risulta difficile da definire; ben lungi dall’essere definito dagli altri, a malapena egli capisce sé stesso; tuttavia sembrerebbe lecito classificarlo grossomodo nella categoria degli esseri umani, fermo restando che gli uomini ordinari hanno solo un’anima, mentre l’uomo di Corte pare ne abbia diverse. Infatti un cortigiano è a volte insolente e a volte è vile; può dar prova della più squallida avarizia e della più insaziabile avidità così come di un’estrema magnanimità, di una grande audacia come di una codardia vergognosa, di un’impertinente arroganza e della correttezza più calcolata; in poche parole egli è un Proteo, un Giano o ancor meglio un Dio indiano raffigurato con sette volti differenti.
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Pur di garantire il buon umore del Sovrano, si votano alla noia, si sacrificano per i suoi capricci, immolano in suo onore, onestà, amor proprio, pudore e rimorsi.
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cortigiani 1La vera abnegazione è quella del cortigiano verso il proprio padrone; guardate come si umilia in sua presenza! Diventa pura macchina, o meglio, si riduce a niente; attende di ricevere da quello la propria essenza, cerca di individuare nei suoi tratti caratteri che lui stesso deve assumere; è come una cera malleabile prona a ricevere qualsiasi calco le si voglia imprimere.
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Un buon cortigiano non deve mai avere un’opinione personale ma solamente quella del padrone o del ministro, e deve saperla anticipare facendo ricorso alla sagacia; ciò presuppone un’esperienza consumata e una profonda conoscenza del cuore degli uomini. Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, non è in nessun caso autorizzato ad essere più brillante del suo padrone o di colui che gli dispensa benevolenze, deve tenere ben presente che il Sovrano e più in generale l’uomo che sta al comando non ha mai torto.
Il cortigiano ben educato deve avere uno stomaco tanto forte da digerire tutti gli affronti che il suo padrone vorrà infliggergli.
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Per vivere a Corte è necessario un dominio assoluto dei muscoli facciali, al fine di ricevere senza batter cigli le peggiori mortificazioni.
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La nobile arte del cortigiano, l’oggetto essenziale della sua cura, consiste nel tenersi informato sulle passioni e i vizi del padrone, per esserne in grado di sfruttarne il punto debole: a quel punto sarà certo di detenere la chiave del suo cuore. Gli piacciono le donne? Bisogna procuragliene. È devoto? Bisogna diventarlo o fare l’ipocrita. È di temperamento ombroso? Bisogna istillargli sospetti riguardo a tutti coloro che lo circondano. È pigro? Non bisogna mai parlargli di lavoro; in poche parole, lo si deve servire secondo i suoi desideri e soprattutto adularlo continuamente.
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sviolinata 3Il cortigiano deve ingegnarsi per essere affabile, affettuoso e, educato con tutti coloro che possono aiutarlo o nuocergli; deve mostrarsi arrogante soltanto con chi non gli serve a niente.
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Il suo attaccamento sarà riservato all’uomo al comando fino al momento in cui questo perde il potere. È necessario odiare senza por tempo in mezzo chiunque abbia contrariato il padrone o il favorito di turno.
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Non spingono forse ogni giorno il sublime abbandono di loro stessi fino al punto da eseguire presso il Principe quelle funzioni che il più umile dei valletti compie per il suo padrone? Non trovano nulla di meschino in tutto ciò che fanno per lui; che dico? Si inorgogliscono nell’esercizio dei più infimi incarichi presso l’adorata persona; giorno e notte aspirano alla gratificazione di essergli utili; lo scortano, si atteggiano a intermediari compiacenti di ogni suo piacere, si attribuiscono le sue sciocchezze o si affrettano ad approvarle; in poche parole, il buon cortigiano è talmente assorbito dall’idea del dovere, che spesso si sente fiero nel compiere atti disprezzati anche dal più leale servitore.

Ma già due secoli prima Étienne de La Boétie (1530-1563) trattava l’argomento in un altro libello dal titolo “La servitù volontaria”.

ruffiani e seduttori

Inferno – Gli adulatori

È accaduto sempre che cinque o sei siano stati i confidenti del potente, avvicinatisi da se stessi o chiamati da lui, per essere i complici delle sue crudeltà, i compagni dei suoi piaceri, i ruffiani delle sue voluttà e i compartecipi delle sue ruberie. Questi sei indirizzano così bene il loro capo che egli, a causa dell’associazione, deve essere disonesto non solo per la sua disonestà, ma anche per la loro.
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Avvicinarsi al potente significa solo allontanarsi dalla propria libertà e, per così dire, afferrare a due mani ed abbracciare la servitù.
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Non basta che essi facciano ciò che egli ordina, ma devono pensare ciò che egli vuole e, spesso, per soddisfarlo, devono persino prevenire i suoi pensieri. A loro non basta obbedirgli. Devono anche compiacerlo. Devono rompersi le ossa, tormentarsi, ammazzarsi di lavoro per i suoi affari e, inoltre, amare ciò che egli ama, mettere da parte i propri gusti per i suoi, violentare la propria indole, spogliarsi del proprio carattere. Devono stare attenti alle sue parole, alla sua voce, ai suoi gesti ed ai suoi occhi. Non devono aver né occhio né piede né mano che non siano totalmente protesi a cogliere i suoi voleri e ad indovinare i suoi pensieri.
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Quale condizione è più misera di una tale vita, in cui non si ha niente per sé, ma si ricevono da altri le proprie possibilità, la propria libertà, il proprio corpo e la propria vita?

Non c’è che dire, la condizione del cortigiano è decisamente misera e indegna del rispetto altrui e forse neanche il suo stesso ‘principe’ lo stima veramente. Esporre tesi non sue e se le circostanze lo richiedono anche esporre la propria persona al ridicolo non deve essere una gran bella vita, ma alcuni lo fanno in maniera professionale perché, in fondo, non sono capaci di altro.

Scriveva Ralph W. Emerson (1803-1882) che finché un uomo pensa egli è libero. Contrariamente aprirà una pagina bianca del libro della vita e la foraggerà semplicemente con il nulla.

mimmo

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