Il giovanotto di belle speranze

2-renzifonzieLa “discesa in campo” di Matteo Renzi è stata una scossa per la politica italiana e per il Partito democratico. La “rottamazione” ha posto con forza il problema del ricambio generazionale nei partiti, e anche nelle istituzioni. L’espressione però è orribile perché riferita alle persone, laddove il verbo “rottamare” esprime il concetto di ridurre a pezzi qualcosa. Peggio, se si usa in senso figurato: un rottame è una persona mal ridotta moralmente o fisicamente.
E, secondo i criteri di Renzi, dovremmo considerare scarti di cui liberarci molti di quelli che vivono intorno a noi, senza tener conto dell’esperienza e di cosa sono stati testimoni. E tra questi viene da pensare anche ai suoi genitori, molti familiari e conoscenti, i vecchi insegnanti, il parroco che gli ha fatto catechismo, i capi scout che, a suo dire, gli hanno insegnato molte cose e anche molti impiegati e dirigenti del comune che amministra. Insomma, questi e molti altri, più di quanti si possa immaginare. Me compreso, naturalmente.

Resta il fatto che Renzi ha costretto il Pd a fare i conti con sé stesso. E anche il centrosinistra nel suo insieme. In passato solo un certo movimentismo di Sergio Cofferati, i “girotondi” e la pubblica irritazione di Nanni Moretti li avevano scalfiti. Ma sono stati solo piccoli graffi ben metabolizzati. Ora, però, si è aperta una vera discussione sulle prospettive del Partito democratico e si profila un confronto piuttosto serrato, dove Renzi sarebbe l’innovazione. E lo ribadisce con un martellamento che non conosce tregua. Come la pubblicità. Qui la prima regola, infatti, è ripetere incessantemente qualcosa di molto semplice fino allo sfinimento dei destinatari del messaggio. Insomma, la tecnica della goccia che spacca la pietra.
Non è un caso, quindi, la sua partecipazione a trasmissioni popolari in abbigliamento giovanile, che rappresentano il marchio di un prodotto da riconoscere e memorizzare, reclamizzato come qualcosa di ineluttabile, quasi salvifico.

3-renzisindacobisOgni tanto qualcuno gli rammenta che il suo mestiere dovrebbe essere quello di fare il sindaco di una delle più importanti città italiane. Ma lui risponde che a Palazzo Vecchio va tutto bene. Però è oggettivamente difficile pensare che sia un amministratore efficiente dal momento che è sempre in giro per l’Italia, senza farsi mancare neanche qualche puntatina all’estero. Governare un corpo vivo e complesso come la città di Firenze, percepirne gli umori, progettare innovazioni e gestire le problematiche quotidiane richiede una presenza costante in loco e una mente impegnata sui temi.
Io non so che tipo di sindaco è Matteo Renzi, sono i suoi concittadini a doverlo giudicare, ma in quanto tale se ne parla poco. La fama di altri suoi colleghi ha travalicato i confini municipali spandendosi in tutta Italia e anche all’estero. Del primo Bassolino, di Veltroni, del Cacciari prima maniera, di Illy, del vecchio Zangheri, tanto per fare alcuni nomi, se ne sentiva parlare in positivo su tutta la stampa nazionale. Le loro iniziative erano apprezzate e costituivano esempi da imitare. Sindaci che, al secondo mandato, furono eletti subito, anche con il voto di chi li aveva avversati in precedenza. E pure Giuliano Pisapia e Ignazio Marino stanno facendo parlare di sé per la loro attività amministrativa. Di Renzi invece si parla solo in funzione del Pd e delle sue smanie nazionali.

Intanto, da corpo estraneo al Pd ne è diventato una risorsa. Almeno, così affermano tutti. E forse è di quel “tutti” che il casereccio royal-baby dovrebbe preoccuparsi. L’effetto bandwagoning è cominciato e ha già messo in moto il posizionamento di alcuni nomi anche importanti con sviluppi e compromessi tutti da valutare.
Dice di volersi candidare alla Segreteria dei democratici, ma non ha un’idea chiara di dove vuole portare il partito. L’unica cosa che ha detto è che vuole un partito ‘cool’. Meglio sarebbe se ci dicesse che idea ha, per esempio, su unioni civili, testamento biologico e 4-renzi pdfecondazione assistita. Non perde occasione di alimentare la polemica nel dibattito interno al Pd, ne chiede regole e garanzie, ma per procura. Rifugge da ogni riunione di partito definendole “terapie di gruppo” e non si esime dal criticare il Segretario di turno. Biasima ogni forma di correntismo interno, come se lui ne fosse estraneo. E forse è così, perché, più che una corrente dà l’impressione di voler formare un partito nel partito.

Anche i più sprovveduti sanno che non è il Nazzareno che gli interessa ma la seggiola di Palazzo Chigi. Si considera premier ereditario per grazia di Dio e volontà della Nazione, ma non ha un progetto politico per l’Italia e ancor meno ha dimostrato di avere la capacità di approfondire problemi, indicare soluzioni e attrarre personalità in grado di formare insieme a lui una squadra idonea per affrontare le tematiche che affliggono il Paese. Sembra un solista senza spartito. Ma anche un Robespierre borghese, un Masaniello raffinato, un Bossi acqua e sapone.

Trasmette una quantità di messaggi contraddittori e assume posizioni ondivaghe. Un giorno fa l’occhiolino a sinistra agli scontenti delle larghe intese e l’altro cerca di attrarre gli insoddisfatti di centrodestra. È stato il primo a sollecitare l’accordo di governo con Berlusconi e oggi accusa Letta delle conseguenze di quegli stessi accordi.
Nelle sue ricorrenti prediche i contenuti sono pressoché assenti. Dice e contraddice. Afferma e corregge. Insinua e ritira. Parla e straparla. Ma il messaggio è uno solo: il cambiamento è necessario e io ne sono il profeta. Il rischio è che, in caso di successo, possa ritrovarsi in uno spazio neutro aperto ad avventure personalistiche tipiche di un leader carismatico, che presenta come proposta politica sé stesso, la propria novità, la guerra tra il nuovo e il vecchio. Insomma, un brutto film già visto.

5-renzi contraddiceSi rivolge a tutti, elettori di destra e di sinistra, e non si rende conto o non gliene importa nulla, che i voti degli “altri”, quando non convinti ma solo espressi per simpatia o protesta, sono un boomerang difficile da governare.
Nelle sue uscite pubbliche, però, incassa consenso. Piace. Mostra entusiasmo e sdegno, sfrontatezza e vittimismo, ammicca e punge. Chi lo acclama non vede in lui un altro Blair o l’Obama italiano, ma solo uno a cui affidare il mandato di cacciare via i politicanti di lungo corso. Più che un rottamatore, un ramazzatore.

Il Pd non è Renzi e Renzi non è il Pd. Allo stato delle cose, però, senza Renzi il Pd sembra non avere futuro. E neanche Renzi senza un partito già strutturato. Questo costringe entrambi a continuare a stare insieme come coppie di “separati in casa”. Ma l’aspettativa e il destino di queste coppie è quella di andare ognuno per la propria strada, che per definizione è divergente.

mimmo

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One thought on “Il giovanotto di belle speranze

  1. Dico solo che:
    – forse Renzi non avrà un gran progetto politico, ma sempre meglio di quelli precedenti che sapevano solo odiare Berlusconi è. Almeno Renzi parla di qualcosa e non contro qualcuno

    – non cambia sempre idea… Per quel che riguarda l’accordo con Berlusconi aveva semplicemente detto che allo stato delle cose dopo le elezioni era l’unica cosa possibile. ora chiede che non possa accadere più e vuole una legge elettorale che faccia governare. non ci vedo nulla di contraddittorio… almeno che non si voglia contraddire Renzi per partito preso

    -per quel che riguarda la sua attività di sindaco: dice un vecchio adagio “nessuna nuova, buone nuove”. non sarà che non se ne sente parlare perché sta, nonostante tutto, lavorando bene come sindaco? Di Marino si sente tanto parlare, ma è tutto fumo e niente arrosto, tanto che a me, di sinistra dalla nascita, sta facendo rimpiangere Alemanno; basti vedere la finta, ridicola pedonalizzazione dei Fori…

    E’ vero, probabilmente Renzi ed il PD sono dei separati in casa, ma credo che dal divorzio abbia infinitamente da perderci più il PD che non Renzi.
    Io stesso, in caso di divorzio, non esiterei un solo attimo a votare Renzi in sfavore del PD

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