Sapone made in Naples

quattro giornate 5

La rivolta

Tra il 27 settembre e il 1° ottobre del 1943 si accese, si sviluppò e si concluse a Napoli quell’insurrezione che va sotto il nome “Le quattro giornate di Napoli”. Fu una guerra di strada, di piazza, di vicolo. Una rivolta spontanea, che seppur priva di preparazione e sostegno politico, riuscì a liberare la città dalle truppe tedesche agli ordini del colonnello Scholl, qui di stanza per presidiare la città e tenerla in soggezione.

Dopo la ribellione, ritornata la calma, alcune centinaia di prigionieri tedeschi erano ancora in mano ai rivoltosi napoletani. Che fare? lasciarli liberi? giustiziarli?
Il timore di rappresaglie escluse la prima ipotesi. La seconda non fu proprio presa in considerazione. I “carcerieri”, allora, legarono mani e piedi i prigionieri e li rinchiusero all’interno dei loro tuguri in attesa dell’arrivo degli Alleati. Intanto però bisognava nutrirli e il cibo era già scarso per gli stessi napoletani. Ma lasciarli morire di fame non se la sentiva nessuno. Inoltre, l’odio e il furore per i nemici si era placato con la fine della sommossa e cedeva il passo alla pietà. In fondo anche quelli lì erano cristiani. Erano padri, mariti, fratelli. Figlie ‘e mamma, che qualcuno, lontano, aspettava con ansia. Così, senza neanche rendersene conto, le donne, col tacito assenso dei loro uomini, dividevano la zuppa di fagioli e di lenticchie, l’insalata di pomodori, il poco e miserabile pane con quelli che erano stati i loro nemici. Togliendolo di bocca ai loro figli. E non soltanto li nutrivano, ma li lavavano e li curavano come bambini in fasce.

alleati

Gli Alleati a Napoli

Finalmente giunsero gli americani. Preso il controllo della città e venuti a conoscenza della presenza di prigionieri tedeschi, fu affisso sui muri di Napoli un avviso con il quale s’invitava la cittadinanza a consegnarli alle autorità militari alleate, promettendo un premio di cinquecento lire per ogni soldato carcerato a fronte delle spese per il loro sostentamento. Ma non era così semplice. La promessa di un indennizzo accese nei napoletani lo spirito di trattativa e le famiglie dei “prigionieri” pensarono bene di nominare una “commissione”, la quale si recò dal Governatore americano per presentare le osservazioni dei “carcerieri”. Sfamare quegli uomini era costato non poco sacrificio. Il costo del pane, dei fagioli, dei pomodori, dell’olio, complice il mercato nero, negli ultimi tempi, era notevolmente lievitato, per cui il prezzo di cinquecento lire non era compensativo dei sacrifici sostenuti.

prigioniero

La cattura di un soldato tedesco

«Cercate di capire, eccellenza! Per meno di mille e cinquecento lire a testa non possiamo darvi i prigionieri. Noi non vogliamo farci un guadagno, ma nemmeno rimetterci».
Tra indignazione da una parte e irremovibilità dall’altra, non se ne fece niente. Passarono alcuni giorni e il Governatore, pur di chiudere la questione pacificamente, fece affiggere un nuovo manifesto nel quale prometteva un compenso di mille lire per ogni prigioniero consegnato.
«Voi non capite, Eccellenza!» ribatté la commissione nuovamente ricevuta dall’ufficiale statunitense. «Ogni giorno che passa, il prezzo dei prigionieri aumenta. Oggi, per meno di duemila lire a testa, non possiamo darveli. Noi non vogliamo farci una speculazione, vogliamo semplicemente rientrare nelle spese. Per duemila lire, Eccellenza, un prigioniero è regalato!»
Il Governatore s’infuriò minacciando di rastrellare Napoli e mettere in galera coloro che detenevano i soldati tedeschi. Ma i napoletani, per nulla intimoriti, risposero:
«Metteteci pure in prigione… fateci fucilare se così vi piace, ma il prezzo è quello… » E infine: «Se non li volete, ne faremo sapone!»
Il generale Clark restò senza parole. Frugare in tutta la città, in ogni casa, in ogni scantinato, in ogni soffitta non era possibile. Arrestare qualche napoletano non sarebbe servito a niente, senza contare che i “liberatori” sarebbero apparsi come i nuovi nemici. Lasciar correre la cosa era rischioso. E se qualche prigioniero si fosse ammalato per poi morirne? Agli occhi degli inviati di guerra sul posto l’esercito statunitense non ci avrebbe fatto una bella figura. E se poi, veramente avessero bollito i tedeschi per farne sapone? No, i napoletani non ne sarebbero stati capaci, ma il sonno del generale era turbato da pentoloni fumanti che rilasciavano eteree bolle di sapone.

No, non v’era scelta. Per chiudere la questione bisognava pagare. E pagare al più presto! Perché più giorni passavano e più il prezzo sarebbe aumentato.

mimmo
(Il brano è liberamente tratto da “La Pelle” di Curzio Malaparte)

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One thought on “Sapone made in Naples

  1. Grande libro, grande esempio di genio ed amore dei Napoletani. Purtroppo anche esempio di scelleratezze di alcune donne, basti rileggere quei passi in cui c’era la frase ” PUT THE FINGER “.

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