Un paradiso abitato da diavoli?

panorama napoli 2“Vedi Napoli e poi muori” è un modo di dire per intendere che il capoluogo partenopeo è una città stupenda e dopo averla vista ci si può anche fermare perché nulla esiste di più bello. Naturalmente, questa è una maniera un po’ esagerata di considerare Napoli, in genere espressa da chi è pervaso da un impeto di napoletanità.

Il forestiero, che raggiunge la prima volta Napoli in piroscafo, doppiato il Capo di Posillipo, rimane incantato da una vista panoramica meravigliosa: tutta la città si distende ai suoi occhi, in un alternarsi di scenari fantastici, dalla Gaiola a Castel dell’Ovo, che si spinge in mare come una quinta, dominato da Pizzofalcone, con le sue case colorate e gaie, poi la Villa, come una larga macchia di verde. In alto è il Vomero, che si protende, sentinella avanzata, con Castel Sant’Elmo, in mezzo ai due archi naturali e collinosi, l’uno da Posillipo a Pizzofalcone, l’altro da questo fino alle ultime propaggini della collina di Capodimonte, nei quali è adagiata ad anfiteatro la città, celebre in tutto il mondo per la sua storia e le sue bellezze naturali. La quasi perfetta conservazione dei due archi collinosi, che giacciono intermedi fra la regione dei Campi Riarsi (Flegrei) e la superba montagna del Vesuvio, che testimonia la sua fervida vita interiore col suo pennacchio di fumo, aveva destato sempre, nell’animo degli antichi abitatori del paese, il concetto di trovarsi in una zona vulcanica, che abbia esaurito ogni traccia di manifestazione esteriore, tanto che i Greci, fin dai tempi della loro prima colonizzazione, chiamarono craterela forma circoide, su cui Napoli è adagiata. (Francesco Castaldi, 1937) Napoli è ancora questa. Una città meravigliosa, incantevole e ricca di fascino. Insomma, un paradiso. Un paradiso… abitato da diavoli? In una lettera indirizzata ad Alessandro Corvino nel 1539, Bernardino Daniello scrisse: Io pur venni a Napoli gentile e da bene, il cui sito a me pare meraviglioso e il più bello ch’io vedessi mai, perché io non ho veduto città ch’abbia dall’un de’ lati il monte e dall’altro la batti il mare, come fa questa; ed anche per altre sue particolarità, che tutte insieme e ciascuna la fanno parer mirabile. Ma perché dovete sapere che la natura… propose fra se stessa di dare questo paradiso ad habitare a diavoli. L’espressione “paradiso abitato da diavoli” non appartiene al Daniello, ma al Piovano Arlotto che già un secolo prima ebbe a dire: L’aria di Napoli opera bene in tutte le cose e male negli uomini, i quali nascono di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimenti, e se non fosse così, Napoli sarebbe un Paradiso.

tamorre

Tamorre sotto il Vesuvio

Che i napoletani siano maligni, cattivi e pieni di tradimenti mi sembra un’espressione fuori misura, mentre è semplice constatazione che Napoli abbia un’attrazione antica. Le bellezze naturali, il suo golfo, il Vesuvio che si staglia dietro di esso con accanto il monte Somma conferisce al vulcano un aspetto unico. ‘A muntagna, la chiamavano i napoletani un tempo. Un’altura fumante, viva, quasi a proteggere l’agglomerato urbano posto ai suoi piedi. Capisco che può sembrare assurdo considerare protettivo un vulcano in attività che tanti danni ha fatto e tanti ancora potrebbe provocarne, ma noi napoletani, il Vesuvio, non siamo mai riusciti a considerarlo ostile. Esso ci appartiene, è dentro di noi. E a dispetto della sua potenzialità distruttrice abbiamo sempre trovato lo spirito per conviverci. Forse perché il Vesuvio non è solo terremoto ed eruzione, ma anche storia, cultura, natura, gastronomia, canti, suoni, balli, botanica, viticoltura, tradizioni, racconti, folclore… Anzi, è proprio l’uomo che è in debito con lui. È l’uomo che lo ha ferito profondamente con le sue costruzioni abusive fin quasi la bocca del cratere. È l’uomo, che con la sua arroganza e strafottenza, gli ha mancato di rispetto e invaso il suo territorio, fino a stravolgerne le sue peculiarità geofisiche e ambientali. Ma Napoli è anche caratterizzata da una storia importante, intrisa di tradizioni culturali intense. Svevi, Angioini, Francesi, Spagnoli, Austriaci sono tutti passati per questi luoghi e tutti hanno lasciato il segno della loro presenza. Nel bene e nel male. Una città che è sempre stata una dei centri più vivi d’Europa. Una città pulsante che ha inciso non poco sulla vita economica e culturale d’Italia.

Gioco delle tre carte

Gioco delle tre carte

Ma se ogni medaglia ha il suo rovescio, allora tornano i demoni-abitatori, responsabili della mancata armonia fra il territorio e la gente che vi dimora. Il nascervi è spesso una gran calamità, infieriva il Filangieri. Ma per colpa di chi? Chi sarebbero questi esseri diabolici, guastatori di un territorio disegnato dagli dei? Sono i sanfedisti di sempre. Coloro che, seppur appartenenti alla classe non agiata, non dirigente, anziché rivendicare diritti e giustizia chiedono gratuite prebende e brigano col potere. Alcuni direttamente, altri tacitamente. I primi sono quelli che credono di avere una marcia in più e di poter ottenere ogni cosa grazie alla loro abilità di raggiungere i propri scopi, anche ricorrendo a ingegnosi espedienti, anche a danno di altri, e che rappresentano un malinteso senso di napoletanità da vantare. I secondi invece sono i superficiali, i pressappochisti, gli indolenti, quelli che hanno fatto della loro filosofia di vita il motto “campa oggi ca’ dimane Ddie ce pensa”. E sono questi, primi e secondi, che in ultima sintesi determinano la poca vivibilità di questa martoriata città. Loro, i veri responsabili di quello che è decrepito e di quello che funziona male o non funziona affatto. Espliciti e impliciti, che favoriscono o accettano i furtarelli e gli scippi, incoraggiano le clientele politiche spesso colluse con la camorra, che non collaborano nella raccolta differenziata dei rifiuti, che giustificano chi va in motorino senza casco, contromano o circola sui marciapiedi, che esaltano quello stesso concetto di napoletanità fatto di arroganza e supponenza, che vogliono in scienza e coscienza sentirsi estranei alla cosa (res) pubblica (pubblica). Perché così è più comodo, si affrancano da ogni responsabilità. E affacciati alla finestra sono sempre pronti a criticare tutto e tutti, quando poi, ignavi, filosofeggiano che adda passà ‘a nuttata. Però non si svegliano all’alba per fare la loro parte, ma a mezzogiorno pronti a carpire i frutti del lavoro altrui. Vivere a proprio comodo è plebeo. Il nobile aspira all’ordine e alla legge (Goethe). E nobili sono tutti gli altri, i napoletani onesti, corretti, garbati. Sono tanti, ma messi in ombra dai plebei. Un banco del lotto E che dire poi di quelli che assumono un atteggiamento rinunciatario e fatalista, sempre in attesa di un evento straordinario, fosse anche un miracolo? Scampoli di umanità interessati solo a qualcosa che di punto in bianco possa mutare la loro condizione individuale, sempre pronti a mescolare illusione e realtà, farsa e commedia così come il mare e la sabbia sulla battigia. La Napoli bagnata dal mare e quella dove il mare non arriva, il Vesuvio e il contro-Vesuvio. I napoletani che passano il tempo a coccolare e calcolare mistificazioni del genere, a venderle al maggior offerente, a chiedere comprensione e ammirazione come se esigessero un credito, con un’aria imbarazzata e altezzosa Scontano il destino più forte di loro, pagano anche per gli altri napoletani la colpa di aver fatto di se stessi una leggenda. Di sfruttare questa leggenda. Di crederci, di nutrirla con la propria vita. Di cercare in essa l’assoluzione da ogni condanna, il riposo della coscienza inquieta, l’enorme straripante indulgenza della Gran Madre Napoli. (Raffaele La Capria, 1961) È amaro, ma c’è molta verità in queste parole. C’è un precipuo piacere di rappresentarsi piuttosto che essere. A volte sembra di trovarsi su un palcoscenico nel bel mezzo di una recita collettiva. Perché qui tutto trova modo di convivere: Francesco De Sanctis e Pulcinella, Il San Carlo e la sceneggiata, le grandi idee e l’arte di arrangiarsi. Ci sono momenti in cui Napoli sembra una città fuori dalla storia, fuori dal mondo, immersa in un tempo tutto suo. Detestavo i toni della mia città sempre tra due estremi, il sentimentalismo e lo sfottò. Detestavo le declamazione col cuore in mano, l’eccesso emotivo per strappar lacrime o risate (Domenico Starnone, 2006). Bisogna anche dire, a onor del vero, che su Napoli esiste un’ampia letteratura che sfrutta la sua leggenda di città facile, superficiale, di canti e mandolinate, di panni sciorinati al sole, di irresponsabilità al limite del metafisico. Una Napoli usata come allegoria morale per far balenare altre luci dopo averne offuscato la sua. Perché, in fondo, qui succedono quelle cose che, più o meno, accadono in ogni parte del mondo. Ma a Napoli vengono amplificate e contraddette. In ogni parte del pianeta c’è gente che sale su un autobus e non paga il biglietto, che parcheggia in doppia fila, che ascolta la radio o la tv a volume alto, che fuma al ristorante, in ufficio o, peggio, in un ospedale, che parcheggia fuori dalle strisce, attraversa la strada col rosso, non rispetta la fila, occupa il posto auto di un altro, accende gli abbaglianti quando non è necessario, che si sottrae dal fare la raccolta differenziata dei rifiuti, che strombazza a qualsiasi ora del giorno e della notte, che parla ad alta voce… Accade dappertutto, ma qui assume una valenza diversa, smisurata.

MAV di Ercolano

MAV di Ercolano

Spesso la cronaca riferisce di azioni di malavita. Sulle pagine dei giornali e nelle immagini dei telegiornali la nostra città è protagonista di notizie criminali, quando non cruente. Napoli è anche questo, ma non solo questo. Perché il Museo Archeologico Virtuale di Ercolano, per esempio, non fa notizia quanto lo scippo di un Rolex? È ingiusto. È scorretto. È irrispettoso. Soprattutto nei confronti della stragrande maggioranza di cittadini normali, che non sparano e non ammazzano, non chiedono il pizzo e non si dedicano al contrabbando. L’illegalità, piccola e grande, per i napoletani è una piaga, per tutti gli altri è folclore. Quando non funzionale a supportare tesi razziste. Il campione olimpico Alex Schwazer, che nel 2012 fu trovato positivo a un controllo antidoping, nel corso di un colloquio con un medico della Fidal giurò sulla sua onestà esprimendosi in questi termini: «Ti ho dato la mia parola, non ti deluderò. Sono altoatesino, non sono napoletano». Pare che il Nord non riesca ad avere una propria identità, se non rapportata a un Sud minore. Si avverte l’ansia di chi ha bisogno di diminuire qualcuno per sentirsi superiore. (Pino Aprile, 2010)

Alex Schwazer

Alex Schwazer

Intanto, a Schwazer bisogna far notare che atleti come Patrizio Oliva, Franco e Pino Porzio, Massimiliano Rosolino, Diego Occhiuzzi, Pino Maddaloni, i fratelli Abbagnale e altri, titoli, medaglie e coppe le hanno conquistate senza stimolanti, con impegno, costanza e serietà. E volendo usare i suoi stessi parametri di valutazione qualcuno di questi potrebbe rispondergli che: «Le gare le ho vinte senza ricorrere al doping. Sono napoletano, non sono altoatesino». Ma nessuno farà queste affermazioni, perché come quelle di Schwazer sono stupide e senza senso. E razziste. Essere napoletano o altoatesino non è una categoria, ma soltanto l’appartenenza a una regione geografica, fatta di peculiarità etniche e culturali, dove non deve mancare l’orgoglio per la propria storia e le proprie tradizioni, ma anche la consapevolezza di essere italiani e subito dopo cittadini del mondo. Ma tutto questo non può esimerci dall’autocritica, perché Napoli è pur sempre una città che ti ferisce o t’addormenta. È un amore inappagato e forse anche non corrisposto. Una città con difetti e pregi, dove non di rado gli uni sovrastano gli altri. E il parlarne in direzione autocritica è anche un modo per amarla ancora di più, cosi come ci ricorda Benedetto Croce a proposito di paradiso e diavoli: Non solo anche qui c’è stata, nei secoli, un’alta vita morale e intellettuale, rappresentata da personaggi di levatura alquanto superiore…; ma ci sono stati anche qui, nei secoli, coloro che hanno amato e sofferto e operato per la loro patria, e anche qui si è compiuta opera di avanzamento civile e politico, che solo gl’ignari di storia possono leggermente disconoscere. E se ancor oggi noi accettiamo senza proteste o per nostro conto rinnoviamo in diversa forma l’antico biasimo, e se, anzi, non lasciamo che ce lo diano gli stranieri o gli altri italiani ma ce lo diamo volentieri noi a noi stessi, è perché stimiamo che esso valga da sferza e da pungolo, e concorra a mantenere viva in noi la coscienza di quello che è dover nostro. E, sotto questo aspetto, c’importa poco ricercare fino a qual punto il detto proverbiale sia vero, giovandoci tenerlo verissimo per far che sia sempre men vero.

mimmo

Leggi anche Puzzoni, Il Cristo velato, Il presepe napoletano.

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5 thoughts on “Un paradiso abitato da diavoli?

  1. io ho sposato un napoletano: la persona più onesta, seria e perbene che io abbia mai conosciuto. Eppure non sopporto Napoli. So bene che non tutti sono camorristi e delinquenti ma c’è quel sentirsi più furbi degli altri perché non si rispettano le regole che mi lascia perplessa. Vivono tutti malissimo: dove starebbe la furbizia? Qual’è lo scopo nel non rispettare i semafori se questo crea un ingorgo nel quale poi non ci si muove più? Mio marito odia Napoli, la violenza nella quale è immersa e la continua prevaricazione, la sporcizia, il degrado, i soprusi. Considera una iconografia fasulla l’idea del napoletano “con in cuore in mano”. Le persone di cuore non riducono la loro città come sono ridotti Napoli e i comuni limitrofi: sono tornata ieri sera e ho pena di chi deve viverci. Non credo che sia una questione di sentirsi superiori: le strade della mia città sono pulite, se vado all’anagrafe non devo dare la mancia all’impiegato per avere un certificato che mi spetta di diritto e all’ospedale non devo portarmi le lenzuola da casa. Non che i problemi non esistano anche al nord, non che non esistano anche qui corruzione e malavita ma insomma, la differenza si vede a occhio nudo. Ed è evidente che il problema è nelle persone, non nella città.

    • Gentile Catia, in quello che dici c’è una buona dose di verità e credo che ciò che si evinca bene anche dal post che ci occupa. Permettimi, però, di ‘correggere’ la tua conclusione in questo modo: “è evidente che il problema è in PARTE delle persone e non nella città”. Qui ci sono tantissime persone perbene che vivono male tutte le cose che tu enunci e denunci e, ti assicuro, ancorché ce la mettano (ce la mettiamo) tutta, non è facile vincere quella ‘furbizia’ che tanto male fa a Napoli e a chi ci vive rifiutandola. Per altro, da napoletano, scrivere queste cose è anche una forma di richiesta di riscatto.
      Tra i tanti napoletani perbene ce ne sono alcuni, che per scelta o per esigenza, sono andati via. Tra questi, tuo marito, con il quale sono d’accordo nel considerare una iconografia fasulla l’idea del napoletano “con in cuore in mano”, come non mi piace rappresentarla solo con panni sciorinati nei vicoli e pizza e mandolini. Non per questo, però, credo che sia giusto giungere a una forma di odio per questa martoriata città senza associarlo all’amore che pur merita.

      • grazie della risposta ma resto convinta che la città in sé non abbia colpe: le colpe stanno tutte nelle persone. Ovviamente mi rendo conto che non è affatto facile andare contro corrente ma i napoletani parlano quasi tutti di se stessi come di brave persone vittime dell’ambiente, Mi pare evidente che non possa essere vero: se TUTTI fossero bravi e ligi non esisterebbe l’ambiente di cui si lamentano. Con questo non intendo affatto farla facile e lasciar intendere che la volontà dei singoli sia sufficiente a cambiare la situazione. Così come mi rendo conto che a volte ci si adegua all’ambiente per sopravvivere.Solo che così facendo le cose non cambieranno mai. Purtroppo.

  2. Ho letto tutto appassionatamente, condivido quanto riportato. Ogni città ha la sua storia ed i suoi abitanti, la nostra città è tanto bella ed i suoi abitanti non tutti la curano, purtroppo.
    Sono napoletano, mi piace la città, ma tante persone hanno dei comportamento non consoni e non rispettosi della città in cui vivono. Per non parlare delle istituzioni !

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