Keynes, Fischer e noi

La marcia dei Quadri Fiat

La marcia dei Quadri Fiat

La grande crisi che stiamo vivendo inizia in realtà nei primi anni ’80 del secolo scorso. Volendo si può prendere come data emblematica e spartiacque la marcia dei 40.000 dirigenti, quadri e impiegati della FIAT avvenuta il 14 ottobre 1980. La fine degli anni ’70 segna l’inizio della massiccia introduzione dell’informatica nell’industria non solo negli uffici ma anche e soprattutto nelle linee di produzione. Cessa il ciclo virtuoso generato dall’applicazione delle teorie keynesiane ed inizia la fase che porta alla disoccupazione tecnologica.

Banalizzando: Keynes diceva che, per superare una crisi economica/occupazionale, fosse sufficiente assumere operai, fargli scavare buche e successivamente riempirle. Non era importante il tipo di lavoro svolto quanto il fatto che percepissero un salario. Con il salario gli occupati avrebbero acquistato quanto prodotto dalle industrie. Le industrie avrebbero così fatto profitti. I profitti reinvestiti avrebbero generato nuova occupazione, nuovi salariati che avrebbero a loro volta acquistato i prodotti generando profitti per le aziende che avrebbero investito… e così via. Il volano del rilancio è rappresentato dagli investimenti statali.
Per sommi capi: dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni ’70 tutto ha funzionato perfettamente. Poi la spirale virtuosa si è spezzata. Maggiori investimenti in nuove tecnologie comportano la riduzione dell’occupazione. Inizia l’introduzione dei robot nelle catene di montaggio. Le nuove tecnologie migliorano, in qualità ed efficienza, con ritmo esponenziale mentre i costi per gli investimenti diminuiscono in proporzione inversa.
La Fiat, ad esempio passa, dopo aver stroncato con la marcia di cui sopra la resistenza dei sindacati, in pochi anni, da 110.000 dipendenti a 50.000 incrementando notevolmente la produzione.
Altrettanto avviene nella maggior parte delle industrie.
In agricoltura la diminuzione degli addetti era stata continua a partire dal secondo dopoguerra spostando occupati verso l’industria manifatturiera.

Operai in fabbrica

Operai in fabbrica

Sempre a partire dagli anni ’80 inizia la “razionalizzazione” o ristrutturazione delle aziende pubbliche. Le aziende che erano servite ad assumere massicciamente personale oltre le reali necessità (invece di assumere per scavare buche si assumono più persone di quante ne occorrono) iniziano il processo inverso.
Si tagliano posti di lavoro ovunque, iniziano le Ferrovie che gradatamente passano da 230.000 addetti ai circa 77.000 odierni, poi le Poste, le banche…

Cambia la moda… basta Keynes! Fuori lo Stato dal mercato… Lo Stato era entrato pesantemente nell’economia per ricostruire l’Italia e le sue infrastrutture dopo la guerra.
Inizia, fine anni ’70, lentamente, la spirale recessiva che dura tuttora. La progressiva riduzione dei posti di lavoro, solo in minima parte compensata dall’aumento degli addetti ai servizi, significa contrazione dei consumi. La contrazione dei consumi provoca l’impossibilità per le aziende di vendere i loro prodotti. Quando un’azienda non riesce a vendere ciò che produce è destinata a chiudere con un ulteriore perdita di posti di lavoro. A questa situazione si reagisce con gli ammortizzatori sociali: prepensionamenti e Cassa Integrazione Guadagni (Cig). Soldi dello Stato, di tutti i cittadini (quelli che pagano le tasse!). Ed ecco che nascono, ovviamente, altri problemi: lo squilibrio del bilancio INPS, la carenza di risorse per la Cig.
La riforma delle pensioni così come a più riprese è stata realizzata ha due conseguenze: da un lato l’innalzamento dell’età pensionabile, mentre per assurdo contemporaneamente si pagano lavoratori affinché vadano in prepensionamento, impedisce il ricambio generazionale aumentando la disoccupazione giovanile e, dall’altro la diminuzione degli assegni di pensione, riduce la capacità di spesa di una larga parte (ormai) della popolazione con ulteriore contrazione dei consumi e sottrazione di ossigeno per le imprese.
È ovvio che il problema delle pensioni diventi sempre più serio: a fronte dei pochi lavoratori in attività ci sono milioni di nuovi pensionati. Il Fondo Pensioni dei Ferrovieri, ad esempio, era in forte attivo fino a quando in servizio c’erano 230.000 persone ed in pensione circa 30.000. Quando i ferrovieri in attività scendono a 77.000 ed in pensione (e prepensionamento incentivato!) c’è circa la differenza tra i 230.000 ed i 77.000 il sistema non regge più. Il problema delle pensioni oltre che all’aumentata aspettativa di vita è strettamente legato ai posti di lavoro… più sono gli occupati minore è il problema delle pensioni e del loro adeguamento al costo effettivo della vita.

negozio

Negozi che chiudono

Lo Stato, nel tentativo di reperire risorse, aumenta, in vari modi e al di là delle demagogie dei politici, le tasse riducendo ancora la capacità di spesa di tutti i cittadini che le pagano. Il circolo virtuoso instauratosi con le teorie keynesiane è diventato un terribile circolo vizioso liberista! I consumi crollano, le aziende non vendono, chiudono, licenziano, diminuisce la capacità di spesa e il collasso si avvicina…
La maggior parte degli italiani diventa più povera, mentre un 10% succhia la ricchezza e possiede il 50 e più percento della ricchezza nazionale. Infatti, a pensarci bene, il PIL in questi ultimi anni non è poi diminuito tantissimo, non tanto almeno quanto invece è diminuito il reddito dei meno abbienti…
Questo è un altro degli aspetti da considerare. Nel dopoguerra (sempre il secondo), anche grazie alle lotte sindacali, la distribuzione della ricchezza va equilibrandosi e questo processo dura fino all’inizio degli anni novanta… Poi il processo si inverte.
Questo aumento di ricchezza relativo al 10% della popolazione italiana spiega come, in periodo di crisi, i beni di lusso, gli hotel più cari, le ville, i ristoranti a 5 stelle non risentono della crisi anzi vedono il giro di affari crescere. L’ormai famosa frase “I ristoranti sono pieni” detta per negare la crisi percepita invece dagli italiani nelle proprie tasche, trova altra spiegazione: i giovani per lo più precari, anzi flessibili come li vuole la letteratura liberista, quelli con un reddito medio mensile di 600-1000€ che non riescono a rendersi indipendenti dalle famiglie di origine, nei fine settimana si concedono una pizza o una cena, la discoteca… insomma, questi “bamboccioni”, che non riescono a staccarsi dalla mamma, questi “choosy” di forneriana memoria, che non appartengono al mondo del 10% … osano divertirsi!!!

Il debito pubblico. Il debito pubblico ci dice l’Europa (chi è l’Europa?) deve diminuire, deve essere drasticamente ridotto ma… quest’anno può aumentare del 3% rispetto al PIL!!!
Lo spread è stato detto che cresceva per l’eccessivo debito pubblico. Dopo la cura Monti il debito pubblico era aumentato (2011 = 1.907 miliardi, 2012 = 1.988 miliardi) e lo spread era diminuito. Mistero!
Il rischio default. Come si evita il fallimento di uno Stato?
Si veda cosa succede nella Grecia prossima al default. L’Europa e il Fondo Monetario Internazionale danno la ricetta: rientro del debito pubblico immediato. Come si fa? si licenziano migliaia di dipendenti pubblici, si aumentano le tasse, si diminuiscono i servizi (vedi soprattutto sanità). Risultato contrazione dei consumi, chiusura di fabbriche, disoccupazione alle stelle, ulteriore contrazione dei consumi, diminuzione delle entrate da parte dello Stato, aggravamento del debito pubblico…

titoli

Titoli di Stato

E allora? allora la BCE, l’Europa e l’FMI concedono per evitare il fallimento un prestito, ma non la ristrutturazione del debito.
In questo modo il debito pubblico sarà diminuito o aumentato? Se per saldare un debito chiedo un prestito è difficile che il mio debito complessivo diminuisca!
Anche per l’Italia è fondamentale ridurre il debito… Gli italiani debbono iniziare a pensare di abbandonare lo stato sociale ormai insostenibile(?), i servizi vanno pagati, le pensioni vanno ridotte… E tutto questo per fare una “manovra” (famose le manovre!), per il 2012, da 50 miliardi… Fatto questo lo spread scende… e gli italiani, sempre quelli che pagano le tasse, sono tutti un po’ più poveri. Ma cosa sono 50 miliardi rispetto ai 2.000 complessivi? È un dato veramente così significativo? Probabilmente no, appena il 2,5% del debito complessivo.

La terza guerra che l’Europa e il mondo affronta a partire dal secolo scorso non si sta svolgendo con le armi ma a colpi di finanza… Le economie più deboli o mal dirette sono terra di conquista e le aziende, anche quelle italiane, sono in saldo!
Joschka Fischer, ex ministero degli Esteri tedesco, a maggio del 2012, in un’intervista al Corriere della Sera affermava: «Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l’integrazione d’Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo».
In realtà, purtroppo, non è un rischio… è ciò che stiamo vivendo con sofferenze, feriti e morti non inferiori a quello delle due guerre mondiali precedenti. Impoverimento di chi era benestante, miseria per chi era già in povertà, morti per fame a milioni, esodi di milioni di persone… prigionieri nei Centri di accoglienza (moderni campi di concentramento?)… mentre, come al solito, i potenti della terra stanno a guardare vivendo sicuri nelle loro tiepide case e non rileggono certo le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo“:

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Gianfranco Mancini

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