Zi’ monaco ‘o ‘mbriacone

monaco ubriaconeAlle falde del Vesuvio, in presenza di qualcuno che non si fa pregare per un bicchiere di vino, se eccede, gli si dice: «Ti comporti come zi’ monaco ‘o ‘mbriacone».

Suolo lavico, ben drenato, ricco di minerali, le falde del Vesuvio, erano e sono, terre molto favorevoli alla coltura delle viti, e questo, insieme ai cavoli, era, un tempo, il prodotto agricolo più coltivato e diffuso, tanto da far affermare, già nel 1758, all’archeologo tedesco Johann J. Winckelmann, che aveva visitato più volte Pompei, Ercolano e Paestum: «Non invidio altro a’ Napoletani se non una cotal loro specie di vino detto lagrima». Winckelmann faceva riferimento al Lacryma Christi, che veniva prodotto già allora da alcuni monaci, il cui convento sorgeva, appunto, sulle pendici del Vesuvio.
Sembra che in seguito alcune diocesi napoletane diventarono proprietarie di terreni e fondi situati intorno al vulcano, tant’è che molti centri vesuviani hanno assunto nomi di santi (San Giovanni a Teduccio, San Sebastiano al Vesuvio, Sant’Anastasia, San Giuseppe Vesuviano, San Giorgio a Cremano e altri ancora).

Sappiamo anche che in quel tempo il prezzo che gli affidatari dei campi dovevano corrispondere ai proprietari era fissato in natura e, dal momento che il vino era un prodotto pregiato, i coloni, nel periodo del raccolto e della vendemmia, erano sottoposti a controlli mediante l’invio sul posto di una persona di fiducia dei padroni. Il fiduciario doveva accertare che la quantità convenuta (quasi sempre la metà) fosse regolarmente inviata al proprietario, ed evitare che il contadino finisse col dichiarare meno del raccolto reale, per poi tenere per sé e la sua famiglia la parte maggiore.
Inoltre, tenuto conto che il processo di vinificazione passava attraverso due stadi: una prima spremitura che dava luogo al binum mustum mundum, il vino puro e forte, che era quasi tutto appannaggio del padrone e, successivamente, aggiungendo acqua alla vinaccia e lasciandola fermentare, si otteneva il mezzo vino o saccapanna. Questo vinello leggero e annacquato, sicuramente meno nobile del primo, al quale, non di rado, si aggiungevano i residui delle varie botti, secondo le intese (spesso sorrette anche dalla prepotenza dei signori) era destinato al fittavolo. Si trattava di una bevanda scadente, pur tuttavia, utile a scaldare le lunghe sere invernali.
Questi gli accordi…

Ora, affinché nessuna frode fosse perpetrata dai contadini, quantità e qualità del vino erano sotto il controllo dell’inviato padronale, il quale con la sua presenza vigile e attenta doveva garantire l’esecuzione di quanto pattuito contrattualmente.
Questo in teoria…

Delegato dalle comunità religiose era nominato un monaco, il quale costretto normalmente a privazioni e sacrifici, non visto dai suoi superiori e incoraggiato dolosamente dai contadini, sovente si abbandonava ad abbondanti libagioni, tanto che la sua funzione di controllo sul vendemmiato conseguiva piuttosto blanda e superficiale, a tutto vantaggio dei mezzadri.
Ed è proprio a causa della sua condizione sempre alticcia che gli fu conferito l’appellativo di zì moneco ‘o ‘mbriacone.

Da allora, nell’immaginario collettivo, questo è anche il nomignolo che si attribuisce a chi non disdegna mai un bicchiere di vino di troppo.

mimmo

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2 thoughts on “Zi’ monaco ‘o ‘mbriacone

  1. Simpatico aneddoto di un appellativo del nostro dialetto.
    Una “bacheca” che raccogliesse aneddoti e/o il significato di tanti appellativi del nostro dialetto, specie di quelli in disuso, sarebbe gradevole e interessante e contribuirebbe a tenere viva tradizione e cultura della nostra “lingua”

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