Mi ricordo a Natale…

Se mi togli i ricordi, cosa rimane di me?

presepe 4Il compariello Pascalino era molto bravo a costruire presepi. Abitava sui Quartieri Spagnoli e a Natale ne allestiva uno con tanto di fiumicello nel cui alveo scorreva acqua vera. Mia sorella ed io restavamo incantati di fronte a quel fenomeno, al quale non sapevamo dare una spiegazione. La soluzione della mirabilia (per noi era tale) mi è stata rivelata anni dopo, quando nella commedia “Natale in casa Cupiello”, Luca, per l’ennesima volta cerca di strappare al figlio Tommasino, Nennillo, l’approvazione per il presepe che sta realizzando.
LUCA (indicando un altro punto del Presepe): Qua poi faccio il laghetto, col pescatore, e dalla montagna faccio scendere la cascata d’acqua. Ma faccio scendere l’acqua vera!
TOMMASINO (scettico): Già, l’acqua vera!
LUCA: Sì, l’acqua vera. Metto l’ “interoclisemo” dietro, apro la chiavetta e scende l’acqua. Te piace, eh?
TOMMASINO: No!
LUCA: Ma io non mi faccio capace! Ma lo capisci che il Presepio è una cosa religiosa?
TOMMASINO (sostenuto): Una cosa religiosa con l’ “interoclisemo” dietro? Ma fammi il piacere!
E un enteroclisma, molto probabilmente, era il “segreto” del compariello Pascalino.

Una volta, in dicembre, in preparazione del Natale, mia madre decise di dedicare alla Madonna dell’Immacolata la cosiddetta “novena”, cioè la replica di nove esecuzioni musicali consecutive eseguite dai zampognari. Era un omaggio a Maria, a cui faceva seguito la richiesta di una grazia. Gli zampognari dovevano suonare davanti ad un’icona della zampognariMadonna, che doveva essere sempre la stessa. L’immagine sacra dove avevano cominciato già da qualche giorno era in camera da letto, attaccata alla stessa parete dov’era appoggiata la testata del letto. Ma quel giorno mio padre stava dormendo, non so se reduce o in procinto di una notte di lavoro. Mia madre provò a svegliarlo, ma lui non aveva alcuna voglia di alzarsi per consentire la replica musicale. E neanche mia madre aveva intenzione d’interrompere la liturgia che aveva iniziato. Soluzione: mio padre rimase a letto, ficcò la testa sotto le coperte nella illusoria speranza di mimetizzarsi ai due zampognari, che incuranti cominciarono a soffiare nei loro strumenti la nenia natalizia.

Il Natale lo trascorrevamo in casa dei nonni paterni insieme a tutti i miei zii. In quella gioviale serenità la festa praticamente si svolgeva in convivio gastronomico. Mia madre preparava gli struffoli e delle ciambelle fritte cosparse di zucchero: buonissime e sempre gradite a tutti. Forse anche perché costituivano una variante, anzi un’aggiunta al classico menu natalizio.
Ma la cosa più bella resta in ogni caso il ricordo di un’atmosfera fatta di gaiezza derivante dal piacere di ritrovarsi insieme. Un piacere che travalicava ogni cosa e rendeva più saporoso quello che si mangiava.
La vigilia di Natale invece restavamo a casa nostra, a Fuorigrotta. Non avendo ancora l’automobile, rientrare dopo la mezzanotte era piuttosto disagevole, se non impossibile, con i mezzi pubblici. A mezzogiorno mia madre usava preparare la pizza di scarole e il baccalà fritto. Si trattava di uno “spuntino” in attesa del cenone.
Il menù della festa era rigorosamente uguale tutti gli anni: spaghetti con le vongole, pesce in bianco, capitone fritto, insalata di rinforzo, mele e mandarini; poi, le ciociole, cioè frutta secca (noci, fichi canditi, nocciole, mandorle, ecc.), e, per finire, struffoli, roccocò e “paste reali”.

paste realiPer “paste reali”, pasteriale, s’intendeva cassatine e marzapane a forma di frutta. Sono dolci di origine siciliana trasmigrati nella tradizione partenopea nel periodo del regno delle due Sicilie, quando i sudditi dell’isola, in prossimità del Natale, per rendere omaggio al Re, che risiedeva a Napoli, gli portavano in dono le prelibatezze della loro terra. I dolci furono così apprezzati dal sovrano, per il gusto, ma anche per la bellezza delle forme e dei colori, che fu ordinato ai cuochi di corte di imparare a farli.
Ora è noto che a seguito di ogni banchetto, le pietanze avanzate venivano distribuite ai popolani che si raccoglievano fuori dalle cucine di Palazzo Reale. I dolciumi siciliani furono ben graditi e immediatamente battezzati “paste reali”.

Non tutto quello che era presente sulla nostra tavola si consumava, ma tutte le pietanze tipiche del Natale dovevano esserci. «Pe’ devuzione», diceva mia madre. Non aveva torto: la festa è fatta anche di questo.
L’ “insalata di rinforzo”, piatto tipicamente napoletano, con i suoi colori, rappresentava un effetto scenografico gradevolissimo. Gli ingredienti sono vari, e regalano un tocco di colore al desco natalizio: cavolfiore, insalata riccia, alici sotto sale, sottaceti, peperoni forti, olive bianche e nere, capperi. Non può mancare la cosiddetta papaccella, un tipo di peperonerinforzo tondo, giallo o rosso, conservato sott’aceto. L’ “insalata di rinforzo” è legata a stretto filo al Natale e prende il nome dalla pratica di “rinforzare” quotidianamente la pietanza; cioè ogni giorno la si integra, fino a capodanno, con l’aggiunta degli ingredienti mancanti consumati pasto dopo pasto.  In genere si accompagna al capitone o al baccalà fritto, quello avanzato da mezzogiorno.

La cena si protraeva per tutta la serata per terminare qualche minuto prima di mezzanotte. Si diceva: fare mezza notte; e, al suo scoccare, era d’uso deporre il Bambinello nel presepe. In alcune famiglie si celebrava una funzione dal cerimoniale ben preciso: ci si metteva tutti in fila, in ordine di età, il più piccolo davanti portava il Bambinello accomodato su un cuscino. Quindi, tutti in processione per la casa recanti candeline accese al canto di “Tu scendi dalle stelle”. Infine, sempre il più piccolo adagiava delicatamente la statuina tra il bue e l’asinello.

presepe sugheroDa noi, il presepe era sempre allestito da mio padre. Un presepe di legno e sughero che aveva costruito anni addietro mio nonno Mimì. Il classico presepe napoletano. Lo scenario era quello tipico: una specie di collina, con tanti sentieri e piccoli spiazzi, dov’erano sistemate casette di cartone dipinto ricavate da scatole di medicine vuote. Poi una serie di antri e grotte e l’immancabile fiume che scorreva da un lato. Nella parte più bassa, al centro, dominava la scena la grotta con la Sacra Famiglia. Il tutto era scrupolosamente dipinto, dopo aver tamponato le inevitabili crepe con il muschio. I pastori erano quelli tradizionali, in terracotta. Li avevamo da molti anni e li conservavamo, accuratamente, in una scatola delle scarpe. Inevitabilmente, però, quando aprivamo quel contenitore di cartone, ne trovavamo alcuni mutilati di gambe o braccia o addirittura decollati, per cui la prima operazione consisteva nel ripararli servendosi della colla di pesce.
La colla di pesce era un collante, che oggi definiremmo ecologico e si vendeva in tavolette simili a quelle del cioccolato; si spezzavano in piccole parti e si mettevano al fuoco dentro un pentolino. Mentre si scioglievano, con un’asticella di legno si amalgamava il tutto, mentre un odore particolarissimo… disgustoso si diffondeva per la casa. Ricordate la famosa scena in “Natale in casa Cupiello” del grande Eduardo?
LUCA: … Conce’, ‘a colla l’hai squagliata?
CONCETTA: (sgarbata) Lucarie’, io adesso mi sono alzata. Se mi date il permesso di vestirmi per andare a fare la spesa, bene, e se no ci sediamo e ci mettiamo agli ordini di Lucariello. (Siede e incrocia le braccia).
LUCA: (aggressivo) Non l’hai squagliata ancora?
CONCETTA: No.
LUCA: E io aieressera che te dicette? «Domani mattina, appena ti svegli, prima di fare il caffè, squaglia la colla perché sennò non posso lavorare e il Presepio non è pronto per domani».
CONCETTA: (si alza di scatto, prende il barattolo della colla e si avvia per la sinistra) Ecco pronto, andiamo a squagliare la colla, così stamattina mangiamo colla! Quando viene Natale è un castigo di Dio! (Esce e si sente la sua voce che si allontana) Colla, pastori… puzza ‘e pittura!
Sì, un odore molto sgradevole, ma caratteristico dei giorni che precedevano il Natale.
Con lo stesso adesivo si attaccavano i pastori sulla scena e, siccome non erano dotati di una base, per far sì che restassero in piedi in attesa che il collante facesse la sua presa, si puntellavano con stuzzicadenti. Le statuine erano di misura diversa e andavano disposte in modo decrescente dal basso verso l’alto per creare una certa idea di prospettiva. Alla fine l’effetto scenico era bellissimo. Splendido sì, ma lontano dal reale contesto ambientale del luogo dove, si narra, sia nato Gesù Cristo.

alberelloL’albero di Natale, invece, entrò in casa nostra verso la metà degli anni Cinquanta, quando un alberello finto e di piccole dimensioni fu bandito in una riffa. Il numero lo scelsi io su invito di mia madre. Indicai il 90. Il sabato successivo fu proprio il 90 il primo estratto sulla ruota di Napoli.
L’albero di Natale rappresenta un collegamento tra la terra e il cielo. Esso simboleggia il peccato originale che viene espiato con la venuta di Cristo al mondo. Ecco perché l’abete natalizio è decorato con sfere colorate di rosso che richiamano la mela.
Il suo significato cristiano risale ad una tradizione medioevale, dove nella notte santa si mettevano in scena davanti ai portali delle chiese delle rappresentazioni teatrali ambientate in Paradiso con Adamo ed Eva, il diavolo e l’albero con il frutto proibito. Di solito erano usati alberi locali a seconda delle zone, mentre col tempo si diffuse un po’ ovunque l’abete, forse perché sempreverde, simbolo dell’eternità.

Albero o presepe, un grande augurio di Natale a tutti. Ma forse è ancor meglio un grande ‘Buona digestione!’
E non dimenticate che “A Natale puoi… “. Ma anche per il resto dell’anno.

mimmo

Annunci

2 thoughts on “Mi ricordo a Natale…

  1. Che bella Mimmo la tua descrizione della preparazione al Natale! Sappi che a casa mia quando ero bambina e poi ragazza si allestiva sempre il presepe e l’albero. I pastori, alcuni dei quali mi porto ancora dietro ora che sono adulta e faccio il presepe a casa ogni anno pur non essendoci bambini ma è una tradizione che non abbandonerò mai, sono quelli napoletani. Come tu hai descritto, alcuni di anno in anno si ritrovano mutilati ma a ripararli ci pensa Mimmo (mio marito per chi legge e non conosce la famiglia).
    E’ importante continuare ad alimentare questi bei ricordi e queste tradizioni antiche. In un’era tecnologia dove tutto è materialità sono fiera che nella nostra famiglia, miei nipoti compresi anche se giovani, si perpetui questo rito della preparazione dell’albero e in special modo del presepe, simbolo classico del Natale.
    A te, ai tuoi cari e agli amici che ci leggono allora Buon Natale e….buon appetito (con una cuoca come Elena!!!!)

    LAURA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...