Il Partito secondo Matteo

primarie 2Le primarie del Pd hanno incoronato Matteo Renzi Segretario con un larghissimo consenso. Un successo ampio e netto, per altro legittimato da una platea elettorale di circa tre milioni di elettori. Una bella prova di democrazia utile alla democrazia.
Perché ancora una volta in tanti? Per convinzione democratica, innanzitutto. Convinzione e desiderio di partecipare. Nonostante tutto. E poi la voglia di incontrarsi e discutere, di sentirsi parte attiva in tempi in cui la passività televisiva ci costringe a subire insipienti talk-show con le solite facce in primo piano, che anche quando sono nuove sembrano più vecchie di quelle usurate dal tubo catodico.

E, una volta consacrato capo del Partito, il rampante Matteo non ha perso tempo e ha subito nominato i suoi 12 apostoli. Una Segreteria, la cui età media è di trentacinque anni. Andate e predicate. Ma soprattutto video-predicate.
Va bene il rinnovamento generazionale, ma può bastare il solo certificato di nascita come referenza? È pur vero che la politica ha bisogno di freschezza giovanile, ma anche di idee, progetti e pensieri. E l’esperienza, il vissuto, la conoscenza? per Mastro Matteo vanno in soffitta?
Pablo Picasso raccontava che a dodici anni dipingeva come Raffaello, ma che aveva impiegato tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino. Ed è proprio con quell’arte che ha rivelato la sua grandezza.

La nuova Segreteria del PD

La nuova Segreteria del PD

Poi, petto innanzi, Renzi ha fatto sapere a tutti, amici e nemici, che da oggi “comando io e si fa come dico io!”.
Ma si fa cosa? Intanto, ha sentito il bisogno di urlare che “la Sinistra non finisce”, come se volesse tamponare un potenziale esodo di chi crede ancora nella funzione di una corrente di pensiero che a quell’area fa riferimento. Nelle sue parole, però, non si è ravvisata un’idea forte intesa a rivoluzionare lavoro e rendita, produzione e finanza, povertà e ricchezza. In campagna elettorale si era sempre accompagnato a imprenditori e finanzieri piuttosto che a lavoratori e pensionati, ma una volta battezzato comandante in capo ha sentenziato: «Dobbiamo tornare ad essere il partito del lavoro, perché siamo il terzo partito tra gli operai, gli studenti e i disoccupati». E per dar corpo alle parole ha annunciato la sua Job Act. Al momento non si comprende bene quanto di buono ci sia nel suo progetto per creare nuovi posti di lavoro, ma quello che lascia dubbiosi è che piace più alla Confindustria che al Sindacato. È preoccupante non quando un compagno ti dà torto, ma quando il padrone ti dà ragione, diceva Giuseppe Di Vittorio.

Negrita

Negrita

Eppure all’Assemblea nazionale del Pd i Negrita cantavano: E’ un secolo che piove in questo buco di città, gonfia di rimpianti e di arroganza stupida…resta ribelle, non ti buttare via.
E una volta conquistato il proscenio, Renzi ha inviato un messaggio a Letta e al suo Governo: «Semplifichiamo subito le regole e diamo nuovi diritti a chi non li ha». Unioni civili, jus soli e modifica della Bossi-Fini. Poi, ha chiesto un rilancio della scuola e l’istruzione. E per finire, ha lanciato una sfida a Grillo sulle riforme istituzionali, mettendo sulla bilancia la rinuncia ai rimborsi elettorali. «Se non ci stai, sei un chiacchierone, un buffone» gli ha gridato. Un baratto e un linguaggio non proprio da futuro statista, anche se qualcuno ha detto che con Grillo bisogna parlare la sua stessa lingua, altrimenti non ti capisce. E forse ha ragione.
Poi se l’è presa con l’Unione Europea, che così com’è non gli piace. Ha detto che la tecnocrazia non gli sta bene, che bisogna finirla con i favori alle banche e con gli stipendi scandalosi dei manager pubblici. E, infine, «Basta con le larghe intese, che sono un’eccezione e non la regola». E se proprio è necessario continuare un percorso insieme per il bene dell’Italia, si fa un accordo capitolo per capitolo, paragrafo per paragrafo, punto per punto. Se avesse aggiunto una buona legge sul conflitto d’interessi e sollecitato la definitiva soluzione del problema esodati, non sarebbe stato male.
Ma l’accelerazione l’ha data con una trilogia su una nuova legge elettorale: il modello ispanico in collegi molto piccoli, il Mattarellum con l’introduzione di un premio di maggioranza e il doppio turno di coalizione, dichiarandosi disposto ad accettare una di queste medicine. Lui. A lui va bene una qualsiasi di queste tre soluzioni. Ma, caro Matteo, il partito di cui sei Segretario ha anche una Direzione che sarebbe il caso di coinvolgere, non credi? Non fosse altro che quel partito si chiama Democratico non Monocratico. E tu ne sei il leader non il dominus.

Comunque, un bel programma, non c’è che dire. Un orizzonte filosofico degno di un vero progressista. Una rivoluzione copernicana di cui l’Italia ha un gran bisogno. Impegnativa e ambiziosa. Un manifesto che se attuato cambierebbe la politica e la società. Sorprendente, però. Sorprendente perché fino a un attimo prima delle votazioni per le primarie, Renzi è andato in tutti i salotti televisivi e queste cose non le ha mai dette. Anzi, dal suo discorrere si evinceva il nulla, anche se quel nulla lo ha sempre detto molto bene. Tanto che viene il sospetto che la sua carta di intenti sia solo un modo per rompere con Alfano&soci e andare subito alle elezioni, così come dimostrano i penultimatum al Governo dei suoi colonnelli.

Massimo D'Alema e Rosy Bindi

Massimo D’Alema e Rosy Bindi

Resta il fatto che ora è diventato il depositario di un enorme patrimonio di speranze. Con lui scompare definitivamente il Pci-Pds-Ds. Il suo Pd è un partito nuovo, a cui gi italiani hanno affidato il compito di salvare la Politica e forse, addirittura, la democrazia. Egli se ne è reso conto, perciò ha riempito il suo nulla con una piattaforma programmatica importante. Il problema, ora, è capire come saranno declinate quelle proposte, Quali saranno le “circolari applicative”. In che modo le belle parole saranno tramutate in “opere di bene”. E soprattutto con chi?
E’ un biglietto per le stelle, quello lì davanti a te, cambierai la pelle, ma resta speciale non ti buttare via!

La sua chiave di lettura, però, rimane la modernità. “La meglio gioventù”, se non va più rottamata, è comunque scaduta, e notabili come Rosy Bindi e Massimo D’Alema dovranno sedersi nelle ultime file. Il fatto è che liberarsi di loro non sarà facile. E non so neanche quanto sia utile in questo momento. La vera struttura del Pd è tuttora ancorata al territorio. Per fortuna. Quella a contatto con i problemi concreti della gente non sempre si riconosce nei nuovi referenti renziani. Soprattutto al Sud. Tanto è vero, che se una parte della nomenklatura meridionale (Bassolino, De Luca, Emiliano, Lumia, per fare alcuni nomi) non si fosse schierata con lui, il risultato delle primarie sarebbe stato diverso. E se Cristo fermò la predicazione a Eboli, viene da pensare che la rottamazione si arresterà alle porte di Napoli.

Spurinna e Cesare

Spurinna e Cesare

Ma non è solo con la vecchia classe dirigente che dovrà fare i conti il sinda-segretario. C’è un nutrito gruppo di parlamentari ancora non allineati che presto si faranno sentire, anche se non passerà troppo tempo e molti di questi gli diventeranno amici. E il suo carro, già pieno, rischierà di affollarsi. E quando lo spazio è poco, prima o poi, qualcuno comincerà a sgomitare. Il bello deve ancora venire. Se un consiglio mi è consentito, gli direi di fidarsi più di coloro che la pensano diversamente da lui, piuttosto che di nani e ballerine in pectore.
Plutarco di Cheronea narra che l’indovino Spurinna, il giorno precedente l’attentato delle Idi di Marzo mise in guardia Giulio Cesare contro la congiura che lo uccise. «Cesare, guardati dalle Idi Di Marzo!» gli disse. Ma Cesare non tenne conto del consiglio e al mattino fatidico, incontrando Spurinna fuori dal Senato, ribatté spavaldo: «Spurinna, come vedi, le Idi son giunte… ». E quello lo ammonì: «Si, son giunte, o Cesare, ma non sono ancora trascorse».
Anche tu in ostaggio, di una lunga redenzione, ti offro il mio coraggio, ma questo viaggio tocca a te!
Alcune adesioni sono sincere, ma altre sembrano sospetti riposizionamenti. Un fenomeno che ha avuto inizio già prima del voto alle primarie e che lo ha aiutato a vincerle. La spinta determinante che gli ha fatto fare filotto, però, l’ha ricevuta dagli esterni al Partito, elettori che simpatizzano per lui, che forse non voteranno mai Pd, ancorché l’abbiano considerato una novità rispetto ai vecchi equilibri. E pare che siano circa un milione. È un problema di non poco conto.

Matteo-RenziMa, a dispetto della rappresentazione, lo scorso 8 dicembre, il giovanotto di belle speranze è stato concepito leader dei democratici, ma non è un immacolato. Ancorché tenti di farsi passare per un imberbe rivoluzionario egli fa politica da oltre vent’anni. Nasce nel Partito Popolare, converge nella Margherita e finisce nel Pd. Ha fatto il Presidente di provincia e, mentre fa il Sindaco di un’importante città italiana è diventato Segretario di uno dei maggiori partiti italiani. Insomma, il Palazzo, in forma e declinazione, è stata la sua unica trincea. E se si aggiunge che siede su due poltrone, per certi versi fa venire in mente la vecchia classe dirigente. E tutto lascia pensare che se fosse per lui, in contemporanea, occuperebbe anche la seggiola di Premier. Se il decaduto è stato unto dal Signore, il subentrante è uno e trino.
Però è giovane, sveglio e capace. Tempestivo nell’azione. Ma le sfide a cui si è votato sono ambiziose e complesse e richiedono progetti realizzabili in fretta. Di promesse la gente è stanca e se vota Grillo e plaude al movimento dei forconi significa che siamo veramente alla frutta. Figuriamoci quanta voglia ha di digerire un altro gattopardesco passaggio. Sarebbe la pietra tombale per il Pd e forse per l’intero centrosinistra. Con l’aggravante che alla sinistra del centrosinistra non c’è gran che a cui affidarsi. Perciò non ci è piaciuto quel “Fassina chi?”. Sgradevole e supponente. Qualcuno deve pur dire a Renzi che ci vuole scienza e umanità nello scegliersi il grimaldello con cui sfasciare un vecchio mondo (Francesco Merlo su Repubblica).

Renzi non è Berlusconi e non è neanche Grillo. Con loro però ha in comune diversi tratti, primo fra tutti, una spiccata forma di populismo. Un populismo diverso da quello volgare di Grillo e di convenienza di Berlusconi, ma pur sempre populismo. La sua missione è conquistare Palazzo Chigi e si può star certi che userà tutte le armi per raggiungere l’obiettivo.
Volerai. Lontano, lontano. Tutto è in movimento, tra pause e mutamento, crisi e rivoluzione, sarà la tua canzone!
Poi, magari, una volta agguantato il campanello presidenziale, come i re di Francia si rifugiavano con la corte a Versailles e i re di Napoli nella reggia di Caserta, lui si rintanerà con i suoi a Palazzo Ruspoli, a Firenze. E da lì, corona in testa, governerà il Paese.
Ma la corona si mette sulla testa dei re, mentre l’Italia ha bisogno di servitori con ramazza, secchio e straccio. Qui c’è tanto da ri-governare.

Cantastorie

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