De cazzibus

Questa volta ci intratterremo su una parolina di cinque lettere di uso piuttosto frequente nel lessico di tutti i giorni. La usano moltissimo i giovani, ma non disdegnano di intercalarla nei loro discorsi anche i meno giovani. Qualche remora a pronunciarla resiste in alcuni anziani. La parola è “cazzo
Sentite la descrizione che ne fa Wikipedia:

wikipediaÈ una parola della lingua italiana, di registro colloquiale basso, che indica, in senso proprio, il pene. Non è un semplice sinonimo del termine anatomico, bensì rappresenta una forma dell’espressività letteraria e popolare. Talvolta nella lingua parlata può essere utilizzato per il compiacimento nell’uso di un termine proibito o di registro eccessivo, il che non può essere reso dal semplice uso di «Pene!». Il termine è usato piuttosto spesso nella lingua parlata anche senza correlativo semantico, con la funzione linguistica di “rafforzativo del pensiero”, ovvero come un intercalare con funzione emotiva per rendere un’espressione colorita o enfatica.

“Rafforzativo del pensiero”. Ed è questo lo spirito con il quale ne parleremo. Ma prima e per completezza d’informazione diamone alcuni cenni etimologici. Sono molti i linguisti che hanno effettuato ricerche sulle origini del termine che ci occupa, ma l’ipotesi più accreditata è stata espressa in estensione metaforica dell’uso di un termine dialettale, “cattia”, riferito al mestolo e derivato dal latino antico. Tant’è, che nel dialetto napoletano, per esempio, di due persone che stanno sempre insieme, si usa dire stanno cazze e cucchiare. Appunto, mestolo e ramaiolo.
Anche la letteratura, antica e moderna, ne ha disquisito molto. Pietro Aretino ne fece uso con dovizia nei suoi “Sonetti lussuriosi”, Gioacchino Belli scrisse un sonetto dal titolo “Er padre de li Santi” e Alberto Moravia ne fece un protagonista nel romanzo “Io e lui”, dove un uomo colloquiava con il suo organo genitale disquisendo di istinto e ragione.
Anche il grande Cesare Zavattini, sceneggiatore, tra l’altro, del bellissimo film di Vittorio De Sica “Ladri di biciclette”, uno dei massimi capolavori del neorealismo italiano, molti anni fa, in una trasmissione radiofonica, ebbe ad usare la parola ”cazzo”. E fu la prima volta in RAI. Zavattini, conosciuto anche per la sua spontaneità, decise di parlare esplicitamente del membro maschile arricchendo il termine di particolari filosofici e di costume. La cosa fece grande scalpore, al punto tale che l’immancabile ascoltatore benpensante lo denunciò. Inutile dire che Zavattini fu assolto perché il giudice non ravvisò alcun intenzione volgare e gratuita.

In alcune locuzioni dialettali, il Nostro Lemma trova frequente collocazione per l’importanza insostituibile che esso ha per esprimere un’idea con la necessaria efficacia concettuale. Qui, di seguito, ne menzioneremo alcune tratte dal dialetto napoletano, ma naturalmente anche in altre regioni se ne fa un uso lessicale appropriato e puntuale.

Non me ne importa niente.
Nun me passe manco po’ cazze.

Non saprei.
Che cazze ne sacce!

Accidenti, perdindirindina!
A facce d’o cazze!

Ho tanti pensieri per la testa.
Tenghe ‘e cazze appezzate ‘ncape.

Adesso la situazione si complica.
Mo’, so’ cazze ‘a cacà.

Ma chi è costui che avanza spavaldo?
Ma chiste, chi cazze se crede d’essere?

Si può sapere cosa vuoi da me?
Ma che cazze vuò?

Non siete stati capaci di combinare un bel niente!
Nun avite fatte manco ‘o cazze.

Dovresti essere più discreto e non occuparti degli affari altrui.
Fatte ‘e cazze tuoie!

Sei proprio una persona assillante.
Sì overe ‘nu cacacazze.

Fa come il tuo cuore desidera.
Fa chelle che cazze vuò tu!

Adesso basta, non ne possiamo più!
Mo’ ce rutte ‘o cazze, oj!!!

È ovvio, no?
Grazzie ‘o cazze!

Questa cosa è molto bella!
‘Sta cosa è ‘o vero ch’e cazze!

È una cosa fatta proprio bene, ma bene, bene.
‘Sta cose è fatte ch’e cazze e ch’e contracazze.

Che faccia di bronzo!
Che facce ‘e cazze!

Sei uno stupido!
Si’ ‘nu cazze all’erta!

Sei un buono a nulla!
Si’ ‘nu cazze chine d’acqua!

Qui, non otterremo un bel niente
E mo’ so’ cape ‘e cazze!

Mi ha fatto una tale ramanzina…
M’ha fatte una ‘e chelli cazziate…

Non capisci niente
Nun capisce manco ‘o cazze.

Non c’è proprio nulla da fare
Nun ‘nce stanne cazze ’appennere.

Non farmi arrabbiare.
Nun me fa ‘ncazzà.

Ma, insomma…
E che cazze…

Hai fretta? ma si può sapere che impegni hai?
Vaje ‘e presse? ma che cazze tiene a fa?

Non ne posso più, sono stufo.
Mo’, me so’ scassate ‘overo ‘o cazze.

Poi, c’è cazzillo (bambino piccolo), cazzimma (egoismo malevolo), cazzangularia (propensione all’inganno), cazzimbocchio (cubetto di porfido)…

A questo punto, spero che nessuno s’indigni e che trovi l’occasione per sorridere. In fondo si tratta solo di un “rafforzativo del pensiero”, ovvero come un intercalare con funzione emotiva per rendere un’espressione colorita o enfatica.
Non siete d’accordo? Va bene, ma… tante pe’ sape’, che cazze aggio ditte ‘e male?

mimmo

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