Negazione

finestraFa molto freddo fuori e qui in casa il calore è anche eccessivo. Bisognerebbe abbassare la temperatura del riscaldamento. Ma il termostato è in cucina…
Sulla parete esposta a nord faceva bella mostra di sé una grande libreria in massello di ciliegio ricolma di libri e riviste con pochi ninnoli schiacciati dalla carta stampata. Da un lato, una poltrona di velluto verde bottiglia in compagnia di un tavolino tondo sul quale una lampada di ottone diffondeva la sua ombra. Sopra, un libro con la copertina bianca e l’immagine di una rosa rossa. Pablo Neruda, “Todo El Amor”. Più in là, su una mensola, le foto dei suoi nipotini, i figli della sorella, che spesso vedeva e sentiva con skype. Aveva provato a collegarsi proprio pochi minuti prima, ma non rispondevano, e ora il portatile era rimasto acceso mostrando tubi colorati che si andavano formando sullo schermo nero.

Umberto, in maniche di camicia, se ne stava disteso sul divano davanti al televisore che, in quel momento, trasmetteva una partita di calcio in alta definizione. Aveva finito di cenare da poco ed ora annusava e sorseggiava il suo cognac. Lo sport lo vedeva volentieri, anche se non era un appassionato, di quelli che non rinunciano a una partita per niente al mondo. Ciò che più gradiva in quel momento, però, era il tepore di casa sua rispetto al gelo che doveva esserci fuori. Accanto a sé c’era un orologio, di quelli che proiettano sul soffitto l’orario e la temperatura esterna. Pigiò il tasto: – 2. Da brividi!

stazioneEra terminato il primo tempo e l’aumento automatico del volume introdusse la pubblicità. Prima lo spot di un’automobile, una delle tante, poi una scena paradossale dove due barboni in mezzo alla neve si scaldavano con una stufa che bruciava pellet. La propaganda, per essere più efficace, cercava di dimostrare che quell’apparecchio assolveva bene al suo compito anche all’aperto e, per sottolineare che tutti ne apprezzavano la funzione, era stata utilizzata l’immagine di due poveri disgraziati. Il cinismo della reclame, ormai, non ha limiti, pensò. Quanti saranno coloro che stasera sono costretti a stare all’addiaccio perché non hanno una casa, un posto dove ripararsi? Gli venne in mente la stazione ferroviaria, quando di ritorno dai suoi viaggi di lavoro, di notte, notava la presenza di un’umanità che dormiva a terra, isolata dal freddo del pavimento solo dal sottile spessore di un cartone. Lui passava in fretta, desideroso di raggiungere il taxi che lo avrebbe portato nel calore del suo appartamento, e non percepiva la dura realtà di quei poveracci. Gli passava davanti come se fossero evanescenze da non considerare, fantasmi da mandare nel fondo dei pensieri. Senza un nesso apparente, ricordò che una volta era andato a trovare un suo amico, medico in una casa di riposo per anziani. In quel momento non fece molto caso a ciò che vide, ma ora gli ritornavano le immagini di alcuni ospiti che aveva incrociato nel giardino, seduti su una panchina con lo sguardo nel vuoto, in attesa di qualcosa che non sarebbe mai accaduto o di qualcuno che non sarebbe mai venuto. Vite vegetali senza futuro che avevano smarrito anche il passato.
Dopo la pubblicità venne il telegiornale con le solite notizie provenienti da città in guerra. Mentre passavano le immagini di feriti in un ospedale improvvisato, dentro letti con lenzuola sporche di sangue e di altro, Umberto pensava alle tante persone che versavano nelle medesime condizioni, anche in luoghi lontano dalla guerra. In pace? Che significato dare a questa parola? Assenza di conflitti armati? E quei poveri disgraziati là fuori, quei barboni, emarginati dalla società civile, con chi erano in guerra? chi erano i loro nemici? chi dovevano combattere? e con quali armi, poi? Troppi chiudono gli occhi. In tanti fanno finta che non esista chi vive ai margini del mondo. Molti negano a sé stessi l’esistenza di ciò che li circonda.

telefono 2Squillò il telefono.
«Oh! Ciao Sara».
«Ciao Umberto. Come stai?»
«Mah! se non penso, potrei dire, anche bene».
«Ehi, che ti succede? Non ti ho mai sentito così».
«Ti sei mai chiesta come vivono quelli che non hanno una casa? o come passa le giornate chi non ha famiglia? oppure i malati di mente?»
«Ma che discorsi fai? Ti senti bene, stasera? Come mai ti vengono in mente queste storie? cos’è un attacco di sensibilitite acuta?».
«Non scherzare, Sara, ti prego. Tu hai mai notato quello che io, soltanto da stasera, vedo?»
«Cos’è, una sciarada? Ascolta, Umberto, io ti consiglio di prendere un bicchiere di latte caldo e andartene a dormire. Accucciati sotto le coperte, al caldo, e non pensare al gelo che c’è fuori. È una notte da lupi, fa un freddo terribile e la cosa migliore è starsene rintanati in casa. Dormi bene che ci vediamo domani in agenzia. Se poi hai bisogno di qualcosa, dimmelo. Vuoi che venga da te?»
Umberto rispose che non aveva bisogno di nulla. Si salutarono e riattaccò.

Il giorno successivo, nella prima mattinata i due s’incontrarono in ufficio. Entrambi avevano un giro lungo da fare e numerose interviste commerciali per conto dell’agenzia presso la quale lavoravano. Si occupavano di indagini di mercato e la loro attività si svolgeva per lo più fuori, in mezzo alla gente. Umberto era visibilmente assonnato e turbato. Quella notte non aveva chiuso occhio e i suoi pensieri non lo avevano mollato un momento.
«Ma insomma, si può sapere che ti prende? Non ti conoscevo sotto questo aspetto. Facevi certi discorsi ieri sera… » esordì Sara appena lo vide.
«Ho l’impressione di essere un cieco che d’improvviso vede. D’un tratto ho visto l’altra parte della società, quella invisibile, quella negata dai più. Mi chiedo, quale meccanismo induce la gente a negare la sofferenza? Ti rendi conto dell’immoralità collettiva che ci circonda?»
Umberto quasi urlava e Sara ne ebbe timore.
«Io credo che tu debba prenderti una vacanza, mio caro».
«Vieni qui e guarda!» Umberto si era spostato vicino alla finestra, lo sguardo rivolto fuori verso due straccioni, un uomo e una donna, i quali, benché fosse mattina inoltrata, dormivano abbracciati sull’erba di un’aiuola al riparo di un albero d’ulivo dai rami contorti. «Guarda… ma per vedere, però! per vedere realmente quello che c’è davanti ai nostri occhi e che il nostro cuore cerca di ignorare, perché così ci conviene! Neghiamo a noi stessi una realtà sgradevole per salvarci l’anima e continuare a vivere nella nostra ipocrisia. Guarda quei due, laggiù, guarda la loro “casa” e prova a pensare dove e cosa mangeranno oggi. Guardali, abbracciati, e dimmi: si amano o si riscaldano?»
Sara fissò la scena e si sentì turbata. Lavorava in quell’ufficio da tre anni e aveva guardato fuori da quella finestra moltissime volte, ma solo ora si rendeva conto che ciò che vedeva era lì da sempre. Anche lei si sentì come una cieca che aveva acquistato la vista. Ora sì che comprendeva lo stato d’animo di Umberto. Fuori c’era un altro mondo. Silente. Un’umanità che forse aveva più dignità di tante persone in abiti griffati, che non protestava per la condizione in cui versava e che non reclamava per i diritti calpestati. Ma è la società civile che ci deve pensare, non io! Sono le istituzioni, il comune, la chiesa, gli enti preposti all’assistenza che se ne devono occupare! dov’è finito quello che chiamano il welfare? lo Stato come interviene? i ministri, il sindaco, gli assessori cosa fanno per questa gente? e il Padreterno perché non si dà una mossa? La sua testa era un turbine. Si voltò, guardò Umberto negli occhi e andò via senza dire una parola.

Nei giorni seguenti, contrariamente alle loro abitudini, non si sentirono più al telefono e, quando s’incontravano in ufficio, si sfuggivano. Sembrava come se ognuno fosse diventato la coscienza dell’altro. Uno specchio in cui era preferibile non osservarsi.

aeroporto“Il treno 9518 Frecciarossa è in partenza dal binario 9… “. È il mio treno, pensò Sara e si affrettò. Appena seduta nel posto accanto al finestrino, tirò fuori il telefonino e cominciò a pigiare i tasti. In quel momento il convoglio si mise in movimento.
Umberto, in piedi davanti a una grande vetrata, guardava in alto l’azzurro del cielo strappato dal bianco di qualche nuvola. Sentì un sibilo e la vibrazione del suo telefonino. Era un messaggio. Lesse: Addio, vado dove c’è bisogno. Sara.
Pigiò il tasto dell’opzione “Rispondi” e digitò: Anch’io… Arrivederci.
“I passeggeri del volo… “.

mimmo

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