Noi ragazzi dello stage di Berlino

stage 4Ed eccoci qua, noi laureati del post-2000, dispersi in una diaspora infinita tra capitali europee, paeselli e destinazioni dall’altra parte del mondo. Noi, quelli che grazie all’aiuto dei nostri genitori (e non ai contributi o prestiti statali come succede in molti altri paesi europei), sono riusciti a crescere e ricevere un’educazione.

Noi, che ci ritroviamo alla soglia della nostra tanto faticata laurea (sempre più spesso ottenuta all’estero) a guardare il mondo del lavoro come se fossimo capitani di una barca, la nostra, che sta in un mare in bufera e che continua a farci barcollare di qua e di là senza farci intravedere nemmeno un po’ di quella tanto sospirata costa: il lavoro. O forse è meglio chiamarla “lavoro a tempo determinato”, poiché l’”indeterminato”, a noi giovani del 2000, ci ricorda solamente quegli esercizi di grammatica delle elementari, quando imparavamo che cos’era un articolo, appunto, indeterminato.

Ironia della sorte, a distanza di anni, siamo noi ora gli ‘articoli indeterminati’ in un panorama che si prospetta ancora troppo difficile. A casa non c’è lavoro (e se devo essere sincera, anche un po’ troppo maschilismo e pregiudizio riguardo il ‘gentil sesso’, se così vogliamo definirlo). Allora, decidiamo di partire. Ampliamo gli orizzonti, cerchiamo fuori. Andiamo a cercare il nostro stage a Berlino, a Bruxelles, a Londra. Cerchiamo visti per il work and travel, occasioni di volontariato e quant’altro che ci apra una strada, che ci illumini, se vogliamo metterla biblicamente.
Purtroppo molte, ancora troppe volte, lo stage risulta non pagato o c’è sempre in agguato quello che gli anglosassoni, ad Halloween, chiamano il trick or treat, dolcetto o scherzetto. Perché dietro ogni treat, ogni dolce proposta, molte volte si nasconde un tricks da non poco. Infatti, tu, giovane straniero non sempre cosciente dei tuoi diritti, puoi cascarci molto più facilmente. Quindi, questi stage non diventano motivo di crescita, ma inizio di un circolo vizioso, o meglio, come dicono i tedeschi “Teufelskreis”, un circolo del Diavolo, un susseguirsi di stage che tolgono la sicurezza e aumentano i dubbi sulle proprie qualità e capacità.
Per cui, forse, prima di lamentarsi della disoccupazione giovanile, prima di pensare che non c’è nulla da fare, bisognerebbe dare, darci una mano più pragmaticamente. Bisognerebbe avere delle leggi comunitarie per il lavoro che riguardino tutta Europa.

esodoÈ un esodo, già si sa. Ma se siamo un’Unione, allora questo dovrebbe aiutarci a farci sentire comunque “a casa” e non l’ennesimo espatriata/o di turno. Abbiamo bisogno di Università che ci insegnino cose pratiche, come scrivere un curriculum in un paese straniero, come affrontare un datore di lavoro (tutte cose che vengono offerte nelle costose, ma efficienti, Università americane). Università e datori di lavoro in grado di capire cosa abbiamo studiato, collaborare e non creare ulteriori complicazioni dovute ai bizzarri titoli che ci ritroviamo in mano a fine corso (e poi come spiegarlo al datore di lavoro) e alla mancanza di dinamicità di molte aziende, incapaci di capire il potenziale dei nuovi post-2000.

Insomma, noi ce la mettiamo tutta. Ma, soprattutto ora che il mare è in tempesta, abbiamo veramente bisogno di avere una buona bussola.
Si salvi chi può.

Marta Novella

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