A Carnevale…

carnevaleIl Carnevale è la celebrazione dell’allegria per eccellenza, dove tutto diventa lecito perché vige la più assoluta libertà. Ieri, più che oggi, nella festa crollava ogni gerarchia e i rapporti erano liberi, estroversi. I freni inibitori imposti dalle convenzioni sociali si allentavano. Cadevano le barriere create dalle differenze di classe, di età e di sesso. Nelle giornate dedicate ai festeggiamenti dominava l’irrisione all’ordine e all’autorità costituita. Tutto era concesso! Ogni regola capovolta. Regnava il rifiuto della normalità e tutte le leggi che costringevano, bloccavano, vietavano erano buttate all’aria.

I potenti, in occasione del Carnevale hanno sempre accettato e tollerato i lazzi della classe subordinata, anche perché la dissacrazione temporanea dell’autorità rappresentava una valvola di sfogo per chi nel quotidiano era sottoposto a obblighi e divieti. Le classi agiate favorivano i festeggiamenti, proprio perché quei momenti di apertura concessi alla gente servivano a garantirsi privilegi e vantaggi per tutto l’anno. E nel mondo rovesciato dai festeggiamenti chi non ha mai avuto possibilità adesso può, chi è costretto al silenzio urla, chi è sottoposto all’obbedienza contravviene.
Il Carnevale è un sogno di libertà! Luogo del riso e della follia, dello scherzo e dello scherno, della materialità e dell’abbondanza. Canzonatura e burla sono d’obbligo e tanto sono più arditi e sguaiati, tanto più hanno valenza goliardica. A Carnevale ogni scherzo vale: tanto basta ad autorizzare tutti a tutto… O quasi.

L’etimologia del termine, molto probabilmente, deriva dal latino “carnem levare”, togliere la carne. Cioè l’espressione con la quale nel Medioevo s’indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal mangiar carne per un periodo di quaranta giorni a partire da quello successivo al martedì grasso, ultimo giorno del periodo di Carnevale, a sua volta iniziato con l’Epifania. La Quaresima, infatti, è il lasso di tempo che va dal mercoledì (detto “delle Ceneri”) fino ai Vespri del giovedì precedente la Pasqua (detto “Giovedì Santo”). Periodo rivolto alla penitenza.

Il sanguinaccio

Il sanguinaccio

Il martedì grasso rappresentava la fine di una fase di libertà, dove sregolato godimento di cibo, bevande e piaceri sensuali saranno vietati dal dettato cattolico, per introdurre un ciclo d’astinenza e digiuno. La tradizione vuole che questa giornata si festeggi con grande solennità gastronomica lasciandosi andare in un lauto banchetto in buona e gioviale compagnia. A Napoli è d’uso mangiare le lasagne, un timballo abbondantemente farcito di ricotta e carne. Non manca mai il sanguinaccio, una mousse di cioccolato che in origine aveva come componente principale il sangue di maiale appena ammazzato, la cui ricetta tradizionale prevede:
• 1 litro di sangue di maiale, 1 litro di mosto cotto, 6 tazzine di caffè ristretto, 150 grammi di cioccolato (o cacao), 100 grammi di zucchero, 50 grammi di mandorle (tostate e tritate), bucce d’arancia e cedro candito.
È una ricetta antichissima ed è stata introdotta dai Longobardi o dai Normanni. Originariamente non prevedeva neanche l’uso della cioccolata, ma solo sangue di maiale fresco, latte e cannella. L’idea di aggiungere il cacao o il cioccolato fondente nacque a Napoli determinando un cambiamento travolgente e creando un dolce accattivante. Successivamente, per motivi sanitari e d’igiene, fu vietata la vendita del sangue di maiale e la ricetta cambiò così:
• 1 litro di latte, 350 grammi di zucchero, 200 grammi di cioccolato fondente, 1/2 bustina di cannella, 80 grammi di amido, 150 grammi di cacao amaro, 100 grammi di burro, 1 bustina di vaniglia, 100 grammi di frutta candita.

maschereL’emblema del Carnevale è la maschera. Essa rappresenta il significato della festa. Indossare la maschera è un modo per uscire dalla quotidianità, disfarsi del proprio ruolo sociale per negare sé stessi e divenire un altro. Assumere un’altra identità, fondendosi e confondendosi nel vortice gioioso della festa, per meglio mescolare realtà e apparenza, verità e finzione. Per nascondersi, ma anche per scoprirsi. Insomma, mascherarsi è, è stata e sarà sempre un’attrazione irresistibile!
Il termine deriva dal longobardo “mascka” e significa larva, strega, demonio. Identificava le anime dei morti che, evocati attraverso riti propiziatori, avrebbero dovuto favorire un abbondante raccolto. La prima funzione, infatti, a cui è chiamato il complesso rituale dei festeggiamenti è l’invocazione della prosperità, l’eliminazione del male, l’auspicio di giorni migliori, laddove il culmine del rito è proprio la morte di Carnevale con tanto di cerimonia funebre e rogo purificatore.

‘A vecchia ‘o Carnevale

‘A vecchia ‘o Carnevale

A Napoli e in Campania in genere, il Carnevale ha le fattezze di un personaggio ambiguo rappresentato da un Pulcinella gobbo a cavallo di una vecchia altrettanto gobba e dal naso adunco: ‘a vecchia ‘o Carnevale. È una maschera doppia che si ottiene sovrapponendo all’abito bianco una gonna colorata e legando all’altezza dello stomaco un busto di donna insaccato di paglia o stoppa. Il tratto più vistoso della Vecchia è il contrasto tra l’aspetto di strega dal viso grinzoso e un seno procace. Caratteristiche che esprimono, da una parte, la natura appassita, le negatività che hanno segnato il tempo precedente e per l’altro verso si configura in simboli che portano in sé i semi prosperosi della rinascita positiva.
Questa doppia maschera, distesa su un giaciglio contornato da addobbi funerari, foglie di cavolo e fiori di broccolo, salcicce, mortadelle e lampioncini di carta era trasportata su un carretto per glorificare la morte di Carnevale. Ai lati, le prefiche facevano sentire il loro lamento che terminava con un augurio corale per i presenti.
Il “defunto”, immobile, muoveva solo le mani per salutare o indirizzare gesti osceni al pubblico. Il “funerale” era accompagnato da un’orchestrina di quattro “pulcinelli” che suonavano il “putipù”, il “triccaballacco”, le “castagnelle” e la “canna”.
Il “putipù” è un tamburo a frizione usato nella musica popolare partenopea, costituito da un recipiente di terracotta o di latta con un foro al centro, dentro al quale è introdotto un bastone che, sfregato con la mano inumidita, fa vibrare la membrana, producendo così un suono cupo. Il “triccaballacco” è uno strumento formato da tre martelli di legno uniti alla base da uno stecco; i due laterali spinti verso quello centrale danno luogo a un suono sordo e allo stesso tempo metallico, dal momento che sui martelli sono stati fissati dei grossi bottoni di stagnola. Le “castagnelle” sono delle nacchere. Infine, la “canna” non è altro che una specie di zufolo realizzato con un pezzo di culmo.

Il putipù

Il putipù

Nel suo percorso, ogni tanto il corteo faceva una sosta e il Pulcinella-Vecchia si alzava dal suo pagliericcio per ballare una sfrenata tarantella producendosi in atteggiamenti sconci e schiaffeggiando violentemente il fantoccio della megera che portava addosso, trasformandola in capro espiatorio per tutti gli eventi negativi dell’anno precedente. Si trattava, come già detto, di una forma d’esorcismo e al tempo stesso un rito propiziatorio per il futuro. Poi, prima di adagiarsi nuovamente su quella specie di catafalco, pronunciava il suo testamento. Era questo il più alto momento catartico utile per l’eliminazione del male, il quale per essere completamente cancellato doveva essere dichiarato pubblicamente senza infingimenti.
Non mancava la denunzia ad alta voce dei propri peccati, che poi erano i peccati della comunità, e soprattutto quelli dei potenti e dei governanti. Ai delitti denunciati da Re Carnevale si univano gli esposti estemporanei della gente che portava alla luce episodi d’immoralità pubblici e privati, corruzioni, disonestà, anche di semplice e comica rozzezza o balordaggine. Seguivano consigli, raccomandazioni, esortazioni affinché ogni possibile negatività potesse sfociare in un processo di fecondazione del bene.

Questo cerimoniale, allegorico e popolare, oggi è quasi scomparso. Forse resiste in qualche cittadina dell’entroterra campano, ma da bambino, quando ci si mascherava con quello che si aveva in casa il passaggio del carro di Carnevale in ogni quartiere della città era una vera festa.

mimmo

Annunci

2 thoughts on “A Carnevale…

  1. Molto carino tutto il racconto del carnevale, è bello riscoprire tradizioni popolari ed origini antiche di feste ora solo consumistiche. mi piace!!!
    Unico piccolo appunto (ma liturgico!!!): la quaresima non termina la domenica delle palme, bensì ai vespri del giovedì santo
    Ciao
    Mauro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...