Il buongiorno si vede dalla sera

francesco e gesùNon sono credente, in certi casi… confesso, un po’ anticlericale. Ho il massimo rispetto per chi crede, così come l’ho sempre avuto per chi la pensa diversamente da me in materia di filosofia, politica e anche di sport. Ho, però, un leggero senso di ripulsa per i bigotti, i qualunquisti e gli invasati dal calcio.
Non credo in nessuna religione e ancor meno in un Ente supremo che tutto regola, semplicemente perché non ne sento il bisogno. Vivo la mia vita in serenità e con una certa dose di fatalismo. Non temo la morte, ma un’eventuale fine poco dignitosa, quella sì, mi fa paura. Cerco di gestire le mie angosce quotidiane con la forza della ragione e considero le ansie parte ineluttabile del vivere. Credo nella scienza e nel pensiero, in una parola, nell’illuminismo. Mi hanno sempre affascinato, però, le figure di Gesù di Nazareth e Francesco d’Assisi.

Sono nato sotto Pio XII, del quale non mi è mai piaciuto il suo silenzio sull’Olocausto. È pur vero che la storiografia moderna ha in parte riabilitato la sua figura e che proprio uno storico israeliano, Gary Krupp, ha affermato che egli fece tutto quello che era in suo potere per proteggere e difendere gli ebrei, ma a me sembra una tesi difensiva un po’ ardita. La mia convinzione è che papa Pacelli avrebbe potuto fare molto di più solo se avesse alzato la voce con più determinazione.

Ricordo il giorno dell’elezione di Papa Giovanni, la sua figura e la sua predicazione. Soprattutto, mi risuona ancora nelle orecchie la famosa esortazione «Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite “questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare, dite una parola buona “il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza”». Era il 1962 e quelle parole sembravano pronunciate da un curato qualsiasi, invece era la conclusione di quello che è stato poi definito “Il discorso della luna”, con il quale aprì il Concilio Vaticano II. Uno dei più celebri discorsi di Papa Giovanni, un discorso semplice, dolce, poetico. Come il suo pontificato.

Paolo VI, invece, mi colpì per la sua riservatezza. Forse eccessiva. Si mostrò piuttosto riflessivo, a volte austero, tanto da apparire troppo distante dal popolo cattolico, ma anche poco gradito alle diverse tendenze culturali, politiche e teologiche.

Così, d’istinto, simpatizzai per Papa Luciani, una meteora, la cui scomparsa per certi versi resta ancora un mistero.

Il futuro Benedetto XVI e Giovanni Paolo II

Joseph Ratzinger e Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II, invece, non ha mai incontrato le mie simpatie. Un globetrotter sempre in mezzo alla gente ma lontano dalle loro preoccupazioni. Nel corso del suo lungo pontificato ha sempre anteposto ai problemi dell’umanità – compresa la fame – il tema della “sfida della vita” contro quella che definì “la cultura della morte”, rappresentata, secondo lui, da aborto, fecondazione artificiale, eutanasia, unioni civili e matrimoni tra omosessuali, definendo questi ultimi, in una lettera ai vescovi poi resa pubblica, dediti a un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale, e perciò oggettivamente disordinato. Il documento (Cura pastorale delle persone omosessuali) porta la firma anche dell’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger, che gli successe sul soglio pontificio.

Benedetto XVI si distinse subito per la condanna di qualsiasi forma di relativismo. Nei suoi discorsi aveva più volte manifestato l’intenzione di riferirsi ai documenti del Concilio Vaticano II, ma nei fatti si è sempre allontanato dall’interpretazione che vorrebbe la Chiesa più vicino alle problematiche della gente, giungendo persino a tentare di reintrodurre la messa tridentina. Anche nell’esteriorità ha espresso distanza e poca comprensione per le incertezze quotidiane dei fedeli. È considerato un raffinato teologo, ma Gesù Cristo non era un teorico, ma uno che si identificava nelle angustie di chi credeva in lui e si adoperava per alleviarne gli affanni con parole e opere di misericordia. Come San Francesco.

papa-gente 3E proprio al poverello di Assisi si è ispirato l’attuale pontefice. Appena eletto Papa, un anno fa, Jorge Mario Bergoglio si è presentato con un semplice “Fratelli e sorelle, buonasera”, e, se il buongiorno si vede dal mattino, tutti abbiamo compreso che all’interno della Chiesa qualcosa sarebbe cambiato. Da subito ha rinunciato allo sfarzo del ruolo e in ogni circostanza continua a violare il protocollo per cercare il contatto spontaneo con la gente. Ne sanno qualcosa gli addetti alla sicurezza che impazziscono a stargli dietro. Ha subito conquistato tutti, credenti e non credenti. Ha aperto un dialogo a trecentosessanta gradi con una tale umiltà da sconcertare le gerarchie ecclesiastiche e ha fatto capire che in Vaticano si può discutere di tutto: dal celibato dei preti al sacerdozio per le donne, dalla morale sessuale alle questioni etiche. Con la sua affermazione Chi sono io per giudicare gay e divorziati? e il battesimo impartito a un bambino nato da una coppia non sposata, ha chiarito, al di là di ogni dubbio, che intende porsi in ascolto per comprendere le ragioni di tutti, scettici e miscredenti compresi, riconoscendo a ciascuno la propria visione del mondo. Conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l’importante è che portino verso il Bene, ha detto. E, per rafforzare il suo pensiero, ha aggiunto Le situazioni che viviamo oggi pongono sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Come annunciare Cristo a una generazione che cambia?
Un vero rivoluzionario che disturba e preoccupa una parte delle gerarchie ecclesiastiche e del notabilato politico e rompe tradizioni codificate, interessi esistenti ed equilibri consolidati.

Usa un linguaggio semplice e mostra la più ampia disponibilità per cercare un senso comune a convinzioni diverse. Considera imprescindibile il dialogo perché solo attraverso di esso nasce l’amore per i propri simili e quindi verso Dio. Parlare con l’altro significa affrontare la sua realtà e farsene carico. Ama il prossimo tuo come te stesso è il comandamento divino. Ogni vita vera è un incontro è l’affermazione terrena di Martin Buber, il teologo austriaco naturalizzato israeliano. E sembra che papa Francesco, dopo aver fatto proprio il primo, pensi e agisca come il secondo. E non si ritrae nemmeno di fronte a chi cerca la soluzione dei propri problemi contingenti nel divorzio, la contraccezione, l’aborto, la fecondazione artificiale, l’eutanasia. Particolarmente quando questi sono credenti, perché lo fanno con l’angoscia di chi sa che la propria religione li condannerà per come hanno scelto di vivere, convivere e morire.

don Andrea Gallo

don Andrea Gallo

Il suo modo di fare, ma soprattutto di essere, sarebbe piaciuto anche a don Andrea Gallo, che si teneva distante da Roma, in dissenso con certe scelte delle alte gerarchie vaticane. Una volta, il vescovo si recò nella sua Comunità per rimproverargli certi suoi comportamenti ritenuti poco ortodossi perché a favore di migranti, prostitute, tossicodipendenti, ladruncoli, ragazze madri. Tra l’altro gli contestò di non tenere nel suo studio la foto del papa.
«Ma la foto del papa è lì, attaccata alla parete» rispose don Gallo, e indicò un vecchio ritratto di Giovanni XXIII.
«Ma ora il papa è Benedetto XVI!» esclamò piccato il vescovo.
«Lo so, ma il mio papa è lui».
Ecco, io credo che, se don Andrea fosse ancora tra noi, accanto a quella di papa Giovanni, metterebbe anche la foto di papa Francesco.
Don Gallo voleva una Chiesa al servizio degli ultimi, perseguiva il confronto con tutti e a tutti apriva le braccia senza chiedere chi fossero e da dove venivano. Si spogliava di quello che aveva per condividerlo con i meno fortunati, così come gli avevano insegnato Gesù Cristo e San Francesco. Sono venuto per servire e non per essere servito, ripeteva. E, infatti, egli, per tutta la vita, si è messo al servizio dei poveri e ha lottato contro le ingiustizie sociali, operando sempre nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II.
In fondo, sono questi gli intendimenti di papa Bergoglio.

Francesco, infatti, cerca di conciliare il valore assoluto della fede con il relativismo che coinvolge la vita di ognuno di noi. Ci ha spiegato che la “verità assoluta” da sola non ha alcun senso perché assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di relazione, mentre la verità è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione, e la verità, essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Non absoluta, ma relatio. Non il dogma, ma il dubbio.
E proprio per testimoniare in quello che crede cerca di dissipare i dubbi con il dialogo, che è l’unica leva per costruire un mondo dove si devono amare gli altri come sé stessi. Il dialogo come cultura dell’incontro, di chi ricerca percorsi comuni, ma soprattutto comuni obiettivi.
Ha messo al centro l’uomo e ha cercato di valorizzare la sua coscienza. E, in nome di essa, ha chiesto a laici e religiosi, atei e mistici, di fare buon uso della propria natura e della propria ragione.

Eugenio Scalfari

Eugenio Scalfari

Il peccato, anche per chi non ha fede, c’è quando si va contro coscienza. Ascoltare e obbedire a essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene e come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire, ha risposto a Eugenio Scalfari che gli chiedeva di peccato e di perdono.
Ha affermato che i più gravi mali che affliggono il mondo in questi anni sono la disoccupazione dei giovani e la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi. È un assioma “sovversivo” per un Clero spesso autoreferenziale, poco incline a cogliere i mutamenti sociali e le relative implicazioni.

Se la Chiesa diventerà come papa Francesco la concepisce, la rivoluzione iniziata troverà piena affermazione e nel grigiore dell’OltreTevere quella luce nuova che si è accesa un anno fa brillerà sempre di più. Intanto il suo buonasera dal balcone di San Pietro prelude a un Buon Giorno per tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

mimmo

Annunci

2 thoughts on “Il buongiorno si vede dalla sera

  1. un percorso di “ascesi”, il tuo, assolutamente condiviso dal mio cammino che quotidianamente faccio sulla Strada cercando di rimanervi “impelagato” sempre dentro.

  2. Caro Mimmo condivido il tuo pensiero fino a che diventi entusiasta per Bergoglio da li in avanti le convergenze non sono più parallele. Hai mai pensato che potrebbe essere un gran furbacchione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...