Vivere (e andarsene) da Messina

Le confessioni di un siciliano emigrato

messina_1Messina è una città che probabilmente negli anni ha prodotto innumerevoli ingrati – me per primo.
È facile lamentarsi di Messina: non funziona niente, non cambia niente, non c’è futuro, non c’è nenti. Come si fa a non odiarla? I cittadini hanno dimostrato negli anni un talento impareggiabile nell’eleggere sindaci che nella migliore tradizione romana hanno approfittato della posizione per riempirsi le tasche e lasciare la città in balìa di se stessa; e hanno anche dimostrato di accettare queste situazioni con la stoicità del condannato a morte che accetta la pena con serenità, per senso di colpa.
Ma che senso di colpa hanno avuto i nostri padri, che senso di colpa abbiamo noi e avranno i nostri figli per sorbirci questo scempio? Quando ci siamo convinti che lo status quo fosse insensibile ai nostri desideri di vivere in un posto migliore? Quando ci siamo rassegnati? In una maniera un po’ tragica, Messina è come quei ragazzi che a scuola “sono bravi ma non si impegnano” (presente!). Siamo un po’ la sintesi peloritana dell’Italia degli ultimi trent’anni, ma questa è un’altra riflessione…

La nostalgica scelta di tanti di noi ingrati è stata quella di emigrare. Bello emigrare. Vedi posti nuovi, puliti, funzionanti; cambi modo di vedere le cose, conosci gente nuova, si aprono porte a posti che non conoscevi o pensavi non avresti mai potuto visitare. E – ciliegina sulla torta – ti puoi lamentare di Messina quanto ti pare e piace, dall’alto del piedistallo di chi, coerentemente con le sue convinzioni, ha fatto le valigie, ha lasciato le proprie radici e se n’è andato. Ma a quale prezzo? Ogni tanto, quando mi affaccio da qualcosa – un balcone, un ponte, una finestra – abbasso la guardia, e la saudade che da anni mi accompagna silenziosa s’impossessa di me.

La mia mente normalmente occupata dalla preoccupazione di quale sarà il prossimo gioco alcolico a farmi perdere la memoria, si porta avventatamente avanti con gli anni, a quando una mia ipotetica famiglia potrebbe visitare la mia cara Zancle (mi piace chiamare Zancle quella che immagino come la parte bella di Messina, la parte che molti conoscono ma di cui pochi fanno tesoro), e faccio un tour onirico delle tappe d’obbligo. Sono tantissime. Vorrei che i miei figli potessero vivere, vedere, sentire, mangiare e capire tutto.
Vorrei che potessero mangiare la focaccia, gli arancini, le braciole, la norma, u piscistoccu, u tajuni, i pitoni, a sosizza, i cannoli, la frutta martorana, la pignolata, il bianco e nero, la granita, la mattonella gianduja, il mezzo freddo macchiato, la limonata al sale di Piazza Cairoli, il Piccolo Caffè, il Cavour, Primo, Lilla Currò, le Dolci Tentazioni, l’Edera, l’Eden, Rowenta, Barbuzza, persino l’Ancora.

Arancini siciliani

Arancini siciliani

Vorrei che potessero vivere un lunedì di pasquetta, un 25 aprile, un primo maggio tutti di fila sui colli San Rizzo, salire a ‘ndinnammare in motorino dopo avere “sparato” durante una di quelle mattine autunnali quando rinchiudersi in classe è un crimine contro l’umanità, farsi un pranzo e un falò a Ferragosto – che crudelmente non sono sempre in quest’ordine –, trascinarsi al bar più vicino durante una stanca mattina estiva per decidere letargicamente come ripetere la notte precedente ma convincendosi che sarà una notte diversa, fare la spola tra Piazza dei Catalani e il Duomo per vedere gente e farsi vedere invece di rinchiudersi fra quattro mura con altrettanti amici fidati e passare una notte più autentica.
Vorrei che potessero imprimere nelle loro memorie la vista dalla Caronte quando sta attraccando, e la vista della Caronte quando sta attraccando, la surreale giallinità di un giorno di scirocco, la catarsi del monsone di fine agosto che lava via l’estate, la cristallinità di una spatara che attraversa lo stretto al momento giusto mentre stai scendedo da Granatari, le mille vite pulsanti delle luci sulle due sponde quando ci si affaccia da Curcuraci o dall’Annunziata alta. Vorrei che Michele u Babbu gli cantasse una canzone a natale o che Alì gli vendesse una rosa. Come si fa a non amarla, Zancle?
E poi, nel giro di pochi secondi, la mia mente mi riporta al posto dove sono finito per colpa del mio odio per Messina, con l’eco del mio amore per Zancle che mi fa ossimoricamente desiderare che i miei figli possano vivere questa Messina senza mai essere costretti ad abitarci.

Robert ‘Suppo’ Ricciardi

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