La malacreanza

genitoriQuanta influenza ha oggi il comportamento dei genitori sui figli?
Un tempo i figli vivevano quasi esclusivamente all’interno delle mura domestiche e lasciavano la casa paterna per andar soldato – gli uomini – o quando si sposavano – le donne -. Non c’era la televisione, ancor meno Internet, e la scuola non era per tutti e non per tanti anni. La licenza elementare era già un traguardo. Oggi, i nostri ragazzi, hanno tv e la Rete, studiano fino all’università, viaggiano molto e frequentano luoghi e gente, anche di nazionalità e culture diverse.
Le influenze sulla loro formazione sono molteplici e i genitori ne sono solo una componente. Ma comunque importante. Importantissima. I veri valori si assorbono sempre dalla famiglia e l’esempio che un padre e una madre possono dare rimane determinante per il percorso educativo di un figlio.

Tutto comincia dall’infanzia. È lì che vengono messe le basi del comportamento di una persona, a cominciare dall’insegnamento del rispetto che si deve agli altri. Nessuno è obbligato ad amare nessuno, ma tutti sono tenuti a rispettare tutti. In questa assioma, semplice e ovvio, ci sono le fondamenta dell’educazione che dovrebbe ricevere ogni uomo e ogni donna. Molti genitori, invece, cedono i loro doveri di educatori alla scuola e addebitano i comportamenti negativi dei figli alle tate o ai nonni. Credono di salvarsi la coscienza con regali costosi, li vestono con abiti e scarpe griffate e dicono sì a ogni loro richiesta. E, quando adolescenti, gli regalano soldi anziché doni. Eppure, è proprio l’oggetto da portare in dono che fa la differenza tra un meccanico gesto e la ricerca di qualche cosa, che sia un giocattolo, un libro o un indumento. Dare soldi significa che si offre qualcosa di estraneo al rapporto tra chi dà e chi riceve. Si dà del denaro per pigrizia e rappresentazione di quello che si ha piuttosto di quello che si è. Quel denaro non è qualcosa di noi che trasferiamo all’altro e forse neanche il segno di un rapporto affettivo. Invece dovremmo innanzitutto offrire il nostro tempo, quello dedicato alla ricerca di un oggetto che piaccia a noi ma che incontri soldigusti e personalità del destinatario, affinché in quel dono ci sia qualcosa di noi che entri in sintonia con lui. O lei. Un punto di unione delle nostre rispettive identità. È questo il miglior regalo possibile. E se il destinatario è nostro figlio, quel dono avrà una doppia valenza: amore e attenzione.

Naturalmente, quando si parla di figli, si intende sia i maschi che le femmine. È persino imbarazzante ribadirlo. Uomini e donne, che preferirei chiamare persone, hanno le stesse possibilità di far bene o male, di dire e ridire, di insistere e desistere.
Resta pur sempre, però, la tentazione di spingere le donne verso una condizione di inferiorità rispetto agli uomini e quasi sempre ad opera degli uomini stessi. E non è un caso che chi fa sfoggio di una presunta condizione di superiorità verso la donna ha un bagaglio culturale costruito su una pessima educazione nel rapporto con l’altro sesso, considerato “debole”.
L’adulto è diventato tale passando per l’infanzia, ed è nella famiglia di origine che ha messo le fondamenta di quale tipo di relazione avrà con una donna. La rispetterà come persona o la considererà “angelo del focolare” a seconda di come gli è stato mostrato con l’esempio quotidiano, quello che gli ha dato il padre, ma anche e soprattutto la madre.
cenerentolaPrendiamo un fratello e una sorella, laddove il maschio è considerato un principe e la femmina la cenerentola della casa. Qualsiasi incombenza all’interno delle mura domestiche sarà demandata sempre alla donna. Lui, il maschio, ha il diritto di lasciare in disordine la sua camera, pantofole in giro, indumenti sporchi per terra, far colazione senza sparecchiare. Non parliamo poi di passare la scopa elettrica o svuotare la lavastoviglie. Portare fuori il sacchetto della spazzatura, poi, è un compito così degradante che un “vero” uomo non farà mai. Lei, la sorella, deve occuparsi di ogni cosa e se si dovesse lamentare della mancata collaborazione del fratello cozzerebbe contro un muro di gomma. “Che vuoi farci, è un uomo e gli uomini sono fatti così” le direbbe la madre, più orgogliosa che rassegnata. E non si rende conto che sta allevando un bamboccione o un cattivo marito. E quando poi, sposato, dovesse ritornare da lei, perché la moglie non ne vuole più sapere, sarebbe l’undicesima piaga biblica. Lei, ormai, è convinta di avere già dato e che il rampollo, una volta passato di mano, deve rimanere a carico della subentrante, comunque e quantunque. Ciò che Dio congiunge, l’uomo non separi è il suo verbo. Tenetevi anche le corna, ma restate uniti, sentenzia. No, signora, questo si chiama scaricabarile. E se lei affermava che “gli uomini sono fatti così”, ci sono altre donne che la pensano in maniera diversa. Non tutte, infatti, sono disposte a tollerare il ‘capo di casa’ di medievale memoria che lei ha allevato. Anche se, come lui va sostenendo, è “l’unico produttore di reddito” che dà o toglie a seconda del suo umore. La famiglia non è più un feudo, ma una comune. E se c’è qualcuna che ha bisogno di un capo, o presunto tale, ci sono donne che vogliono un compagno di vita, col quale condividere il letto ma anche il mettere e togliere la tovaglia dal tavolo. Questo, indipendentemente da chi porta i soldi a casa.

Concita De Gregorio, nel suo libro “Malamore” (edito da Mondadori) racconta di aver incontrato nello scompartimento di un treno intercity, sulla tratta Roma-Milano, un ragazzo ventenne con le cuffie dell’i-pod seduto a gambe larghe accanto a me, mentre la madre è rimasta in corridoio, in piedi, per cinque lunghe ore. Non si scambiano una parola per tutto il viaggio, quando passa il carrello delle bibite lui le fa cenno di comprargli una coca light, gliela indica col mento, lei la compra, gliela porge guardandolo estasiata, sorride agli altri passeggeri, cioè anche a me, con l’aria di dire: sono ragazzi, che volete; quando scendono lei porta tutte e due le valige, lui solo il suo zainetto semivuoto su una spalla sola, annoiato. Lei gli parla, lui non le risponde. Lei arranca, lui la ignora.

lazio“Sono ragazzi, che volete?” spiega la mamma. Ma quel ragazzo che oggi si veste alla moda, il sabato va in discoteca e la domenica alla partita domani diventerà un uomo. Un uomo cresciuto tra giustificazioni compiaciute della madre e, magari, l’orgoglio paterno di quando gli insegnava, da bambino, le formazioni di tutte le squadre di calcio. E, nel momento in cui il piccolo “genio”, cantilenando, le snocciolava a memoria, aveva i lucciconi agli occhi, come se stesse suonando una sinfonia al pianoforte. E non capisce, il tronfio papà che se l’avesse spinto a declinare l’elenco telefonico, quel “genio” avrebbe fatto altrettanto.
Non parliamo, poi se il virgulto manifesta attenzione molesta nei confronti delle bambine. Egli è considerato un macho in pectore, in quanto già esprime la sua virilità precoce. Da giovanotto, poi, ha il diritto di avere anche più fidanzate contemporaneamente. Che male c’è? L’uomo è cacciatore. E mentre il padre si compiace, la madre, già fiera di aver partorito “il maschio di casa”, mostra malcelata soddisfazione.
E, allora, verrebbe da dire a quella donna del treno e tante altre come lei che “no, signora, non sono ‘ragazzi’, ma male educati da esempi cattivi. E, si sa, l’esempio vale più di mille parole.

In questi contesti, poi, si è sempre prodighi di raccomandazione nei confronti dei maschietti allorquando litigano con una bambina e le tirano manate. “Le donne non si toccano nemmeno con un fiore” li ammonisce papà. Forse sarebbe meglio spiegar loro che le donne si possono toccare, ma solo se lo vogliono loro, e con garbo. Altri sostengono che “la donna è sacra”, ma poi le lasciano pochi margini di autonomia e la tengono “legata” al guizaglio dei loro pregiudizi. E se qualche volta allentano quella corda, come fanno alcuni il giorno dell’8 marzo per la pizza in compagnia di altre sventurate in libera uscita, si vantano di essere uomini aperti e moderni. “Per una volta ci può stare” si dicono l’un l’altro mentre le aspettano impazienti all’uscita della pizzeria.

maritoAccade, a volte, che se c’è una donna che ha un marito/compagno che collabora a piene mani, è considerata una fortunata. Perché? Non è forse normale dividersi equamente compiti e responsabilità? Per quale strambo motivo lei deve sparecchiare, rigovernare e mettere a letto i figli mentre lui se può starsene davanti alla tv a vedere la partita dimenandosi e urlare come un invasato, anche se spaventa i bambini? Ma è semplice! è un uomo! E un uomo ha diritto alle sue passioni e a manifestarle. Se poi lei non le condivide o, ancor meno, non le accetta, vuol dire che non lo ama. Chi ti ama, deve amare innanzitutto le tue passioni, ha detto un marito ‘incompreso’. Lo stesso che se ne andava allo stadio nel giorno del loro anniversario di matrimonio e in quello dell’Epifania, dopo aver comprato un costoso regalo al figlio, che ha lasciato nella scatola perché non lo sa montare o non ha voglia di farlo (buona la seconda!). Poi si è capito che costui era uno di quelli che, sin da giovinetto, non ha mai avuto alcun rispetto per la propria madre e che, come l’altro, avrebbe portato in spalla lo zainetto e lasciato a lei il lavoro di sherpa. Lei gli parla, lui non le risponde. Lei arranca, lui la ignora. La stessa madre che probabilmente lo accompagnava a scuola in macchina perché a lui non andava di prendere l’autobus affollato. Scuola privata, naturalmente, e di quelle dalla sufficienza facile. Quella madre che, sollecita, gli ha sempre portato un bicchier d’acqua quando lui lo reclamava, che tollerava lo stereo a volume alto incurante del disturbo che arrecava ai vicini, che non ha mai mancato di coprire ogni sua malefatta e soddisfatto ogni suo desiderio, anche se al limite del consentito. Sono ragazzi, che volete? dice la madre; tvb gli fa eco il padre su Facebook. E il cerchio tra malcreandi e malcreato si chiude.

Mi lasci dire, signora: dietro un bravo marito c’è sempre una brava madre e un padre attento e sensibile. Entrambi dediti alla buona creanza.
Alla fine, si raccoglie sempre ciò che si è seminato.

mimmo

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