La casa di via Palestro

franco buffoni“La casa di via Palestro” (edito da Marcos y Marcos) è l’ultimo libro di Franco Buffoni, nel quale  l’autore intreccia le storie di alcune persone realmente vissute nella sua Gallarate con la Storia più cruda del Novecento.

Ma è anche il racconto di ricordi personalissimi  che nasce da dentro l’anima di Buffoni ed entra nell’animo di chi legge.

A noi piace riportarne qui alcuni passi.

Clara Pirani

Se il 16 marzo 2006 il Teatro del Popolo tornò alla sua vocazione originaria, con l’attrice Ottavia Piccolo a presentare una lettura dedicata alla storia e al senso della Casa del proletariato e del suo teatro, il 27 gennaio 2007 – Giornata della Memoria – sullo stesso edificio, accanto al portone laterale del quale da bambino entravo con mia madre per salire la scala Cozzi, e da adolescente per attraversare il cortile e raggiungere l’agognata palestra, venne murata una sobria lapide che recita: “A Clara Pirani Cardosi, che in questa casa abitò. Qui arrestata il 12 maggio 1944, deportata ad Auscwitz per l’unica colpa di essere ebrea. La città pose”.
Clara Pirani era nata a Milano da una famiglia della buona borghesia ebraica del 1899. dopo la laurea in lettere, nel 1924, sposa con rito cattolico il collega Francesco Saverio Cardosi, stabilendosi a Torino. Nel 1938, per via delle leggi razziali, le viene impedito di continuare a insegnare, mentre il marito, ‘ariano’, come vincitore di concorso, ottiene la nomina a preside del Ginnasio superiore di Gallarate, situato in via Palestro proprio di fronte all’ex Casa del proletariato, ormai trasformata in casa abitazione. E in quell’edificio la famiglia trova alloggio, Clara dedicandosi a tempo pieno alle due figlie, Giuliana e Marisa, e felicemente portando a termine, nel 1941, una terza gravidanza.
Per comune volontà dei coniugi Cardosi le bambine furono battezzate ed educate nel cattolicesimo. Intanto cadeva il regime e con l’instaurazione della Repubblica Sociale si fece stretta l’alleanza tra i fascisti e gli occupanti nazisti. Una circolare emanata dal governo di Salò nel marzo del 1944, tuttavia, tranquillizzò i coniugi Cardosi: l’internamento degli ebrei di famiglia ‘mista’ era esplicitamente vietato.
Malgrado ciò, il 12 maggio Clara Pirani, per il tramite del comando di polizia di Gallarate, riceve l’ordine di presentarsi in questura a Varese. Dove viene arrestata con l’imputazione d’essere “soggetto di razza ebraica” e consegnata alle SS di stanza a Milano.
Dopo alcune settimane nel carcere di San Vittore, in giugno – mentre avviene lo sbarco in Normandia – Calra è trasferita nel campo di Fossoli.
Da Fossoli, in agosto, attraverso Verona, Calra Pirani Cardosi è deportata ad Auschwitz-Bikenau. E alla prima selezione, dopo l’infame viaggio in carro bestiame, viene assassinata nella camera a gas. Mentre il marito, ancora ignaro della sua fine, compie gli ultimi disperati tentativi per ottenerne il rilascio: tentativi fondati sulla prerogativa che gli conferiva la circolare della Repubblica Sociale. Una prerogativa che gli viene esplicitamente riconosciuta dalla questura di Milano. Che però al contempo si dichiara impotente ad agire perché l’ordine di internamento era partito dalla questura di Varese.

La giustizia negata

Il titolo apposto dalle figlie di Clara Pirani – le sorelle Giuliana, Marisa e Gabriella Cardosi – al loro memoriale-testimonianza, La giustizia negata, apparso nel 2005 a Varese per Arterigere/Essezeta, è particolarmente esplicito. La giustizia venne negata esplicitamente a Clara Pirani perché non si volle tenere conto del suo matrimonio con un ‘ariano’: circostanza che in sé avrebbe dovuto escluderla dai rigori delle leggi razziali. E fu proprio questo status, questa prerogativa, che il marito – il ligio prescrittivo, attentissimo preside Cardosi – fino all’ultimo cercò di far valere nelle sue ‘suppliche’ alle autorità competenti. Egli era certo di avere ragione: le autorità non potevano commettere un’ingiustizia deportando sua moglie, la quale, “grazie al matrimonio misto contratto con rito sia civile sia religioso, e la promessa – mantenuta – di educare la prole nel cattolicesimo”, aveva acquisito il diritto a essere salvata. Ragionamento che sottintende la considerazione: se Clara Pirani non avesse sposato Cardosi e fosse rimasta un’ebrea pura, deportarla e sopprimerla sarebbe stato secundum legem.
E questo fu il motivo della docilità della coppia Pirani-Cardosi nel sottoporsi alla convocazione in questura a Varese, confidando nel fatto di avere la legge dalla propria parte. E quindi che Clara sarebbe stata presto scagionata in quanto ‘non colpevole’, non passibile di pena.
È questa la ragione che impedì a Clara Pirani di comportarsi come si comportò la famiglia Servi, che dal civico 1 di via Volta dove abitava, lo stesso giorno in cui Clara si presentò in questura a Varese accompagnata dal marito, sparì da Gallarate per riapparire solo nel maggio del 1945 a guerra conclusa.
Clara si sarebbe potuta nascondere anche solo in casa dell’amica sarta Cozzi, insieme alla quale cuciva i vestiti per le bambine; oppure a Milano, che era la sua città, o a Torino, dove aveva a lungo vissuto, avvalendosi della solidarietà di amici. Ma non lo fece, su consiglio del marito, per restare con le sue bambine, certo; ma soprattutto perché il preside Cardosi era convinto di avere la legge dalla sua parte.
“Poi tornò papà dalla scuola e ci disse che solo la mamma sarebbe dovuta partire. Era triste ma forte: volle indicarci come dovevamo preparare la cena per la sera, quando non sarebbe stata più con noi. Non volevamo staccarci da lei, avremmo voluto seguirla, ma nessuno di noi nel momento dell’addio parlò né pianse. Nostro padre poté accompagnarla fino a Varese; nell’ultimo tratto di strada che fecero insieme, prima di arrivare alla questura, la mamma si sfilò dal dito la fede e la consegnò a papà dicendo di non pensare più a lei, ma solo alle figlie”.

…………………………

È il caso di ricordare che la grande maggioranza degli ebrei italiani era di estrazione piccolo-borghese e, come la grande maggioranza degli italiani di classe media e medio-bassa, appoggiò il fascismo? E continuò a sostenerlo persino dopo il 1938. Era come se non credessero alla realtà intrinseca del regime. Perché in quelle signore e in quei signori ebrei allignava lo stesso male che era nella maggior parte degli italiani. Che era nel preside Cardosi.

Franco Buffoni
Poeta, scrittore, traduttore e docente universitario di letteratura inglese e comparata. Dal 1989 è direttore della rivista di teoria e pratica della traduzione poetica “Testo a fronte” e dal 1991 è curatore dei “Quaderni italiani di poesia contemporanea”. L’Oscar Mondadori “Poesie 1975-2012” raccoglie tutta la sua opera poetica.

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