Fuoco e passione

Micco Spadaro - Eruzione del Vesuvio e processione  delle reliquie di San Gennaro

Micco Spadaro – Eruzione del Vesuvio e processione delle reliquie di san Gennaro

Fuoco e passione, le due anime di Napoli, una soprannaturale e una naturale, che hanno influito in modo determinante sull’indole, il carattere e i destini di un popolo e di una città. Si potrebbe sintetizzare così il legame tra il patrono di Napoli e il Vesuvio. Fuoco e passione, come il titolo di una mostra che si e tenuta in città fino a tutto febbraio scorso. Da una parte il vulcano, con la sua potenziale forza devastatrice, ma anche con le sue storie, la sua cultura, il suo folclore. Dall’altra, lui, Faccia ‘ngialluta, san Gennaro, il santo a cui i napoletani si affidano e confidano. “San Gennaro è il vero dio di Napoli” diceva Alexandre Dumas.

Quella tra Napoli e il santo è un’unione inscindibile, tanto che la sua protezione è invocata con la stessa intensità, sia che si tratti di scampare la città da un terremoto o un’epidemia, sia che si tratti di assistere la squadra di calcio cittadina in occasione di partite importanti. Devozione e divertimento. Trascendenza e immanenza. Religione e superstizione.
E il connubio tra sacro e profano trovano la massima affermazione in occasione del “miracolo” del santo, dove la liquefazione del suo sangue è ritenuta foriera di buoni auspici, mentre il contrario è presagio di eventi negativi per la città e i napoletani.

Lo scioglimento del sangue

Lo scioglimento del sangue

Si narra che il sangue di san Gennaro si sarebbe sciolto già ai tempi di Costantino, ma la prima notizia documentata risale al 1389. Oggi, le due ampolle che contengono la reliquia sono conservate nella cassaforte dietro l’altare della Cappella del Tesoro nel Duomo di Napoli. Forse non tutti sanno che una delle due ampolle contiene pochissimo sangue, poiché parte di esso fu sottratto da re Carlo III di Borbone che lo portò in Spagna, convinto delle sue facoltà prodigiose.

La comunità scientifica, però, nutre molti dubbi sul miracolosità dell’evento e studi accurati hanno spiegato che si tratta di un fenomeno tissotropico, cioè la proprietà di alcuni materiali pseudo-plastici di diventare fluidi se sottoposti a piccole scosse o vibrazioni, per poi coagularsi se lasciati a riposo. Sarà irriverente, ma una delle sostanze che ha un comportamento analogo è la salsa ketchup.

Ma anche la storia ci riporta dubbi sulla genuinità del prodigio. Si racconta che quando nel gennaio 1799 il generale Championnet entrò a Napoli e proclamò la Repubblica Napoletana, una delle prime cose che fece fu di convincere il cardinale Capece Zurlo a convocare i fedeli nel Duomo affinché invocassero il miracolo della liquefazione del sangue in segno di giubilo per la vittoria dei francesi. L’evento si verificò in una data fuori da quelle canoniche (la prima domenica di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre) e causò non poco stupore nei napoletani, molti dei quali attribuirono il miracolo più al generale che al santo, tanto che dalla folla si levarono grida di accusa: “Jennà, te si vennute!”

Per altro, anche la Chiesa ha precisato che lo scioglimento del sangue di san Gennaro non rappresenta un miracolo nel senso autentico della parola, ma semplicemente un fatto straordinario, rispetto al quale è consentita la venerazione popolare. Un culto al quale partecipano le cosiddette “parenti di san Gennaro”. Si tratta di donne anziane che, presenti al rito della liquefazione del sangue, evocano il miracolo con implorazioni e ingiurie affinché questo si manifesti. È un gioco di ambigue relazioni che si riproduce nei secoli, fatte di timoroso rispetto e aggressività, di suppliche e invettive, di cordoglio ed esultanza. Un diritto preteso e riconosciuto a coloro che si ritengono discendenti di Eusebia, la nutrice del santo, che per prima raccolse il suo sangue subito dopo il martirio.

Faccia gialla!
faccia senza culore!
faccia ‘ngialluta
nun fà ‘o traditore!
fancillo ‘stu “Miracolo”, fa ampresso.

Sono queste alcune delle litanie che rivolgono al busto di bronzo ingiallito del santo. Frasi che Matilde Serao definì “vezzeggiativi scherzosi”.

San Gennaro

San Gennaro

San Gennaro, però, non è napoletano. Egli è nato a Benevento e il suo vero nome è Procolo, discendente della Gens Januaria, una famiglia gentilizia sacra al dio bifronte Giano. Un aristocratico, insomma. Al proposito, si racconta un curioso e simpatico battibecco che sarebbe avvenuto tra un canonico e un gruppo di popolani, che in occasione di un’eruzione del Vesuvio si recarono nel Duomo con la pretesa di portare in processione il busto del santo per invocarne la protezione.
«San Gennaro è un patrizio, un signore, e non si può scomodare per il primo venuto» rispose offeso il prelato.
«Gesù Cristo, però, si è scomodato per tutti, particolarmente per i poveri» ribatté uno dei popolani.
«E si capisce! Cristo era figlio di un falegname, san Gennaro, invece, aveva un padre senatore e una madre patrizia. Rivolgetevi a Gesù, che un vostro pari, e non disturbate gli aristocratici» fu la chiosa del canonico.
Fuoco e passione, appunto.

E, da santo blasonato, Gennaro possiede anche un Tesoro. Una collezione di gioielli e oggetti, il cui valore supera quello della Corona d’Inghilterra e degli Zar di Russia. Tra questi, una collana composta da 13 maglie di oro massiccio, 700 diamanti, 276 rubini e 92 smeraldi. Poi la preziosa mitra pastorale, sempre in oro e ricoperta da 3.964 pietre sfavillanti, tra diamanti, rubini, e smeraldi, simboli rispettivamente di purezza, sangue versato ed eternità. Inoltre, tabernacoli, anelli, coppe, candelabri, tessuti intarsiati di oro e argento, ex-voto e quadri di artisti famosi.
Un favoloso tesoro che ha ispirato anche un film, “Operazione San Gennaro”, nel quale Totò e Nino Manfredi, diretti da Dino Risi, organizzano con successo il furto delle gioie, ma poi, pentiti, riportano il bottino nella Cappella del Duomo di Napoli.

La mitra di san Gennaro

La mitra di san Gennaro

Ma c’è un altro episodio che vale la pena raccontare. Durante la seconda guerra mondiale, per mettere al sicuro il Tesoro del santo, minacciato da bombardamenti, si decise di trasferirlo in Vaticano. Alla fine del conflitto si rese necessario riportarlo a Napoli, ma non era un’impresa facile per il timore di alcune bande di malfattori senza scrupoli che infestavano le strade di collegamento tra le due città. Si offrì per l’operazione un certo Giuseppe Navarra, meglio conosciuto come “il re di Poggioreale”, un palombaro che aveva fatto fortuna durante la guerra con il mercato nero e altri traffici poco leciti. Costui, si racconta, nella sua casa aveva fatto installare un trono e riceveva gli abitanti del quartiere di Poggioreale per dirimere questioni e accogliere suppliche. Un po’ come “il sindaco del rione Sanità” dell’omonima commedia di Eduardo De Filippo.
Il Navarra, si recò a Roma accompagnato dal novantenne principe Stefano Colonna di Paliano, vicepresidente della Deputazione di San Gennaro, con una credenziale del cardinale Ascalesi, allora arcivescovo di Napoli. Si presentò in Vaticano a bordo di una Alfa Romeo 2880 appartenuta a Benito Mussolini e ritirò le casse con gli ori e i preziosi del santo. Il viaggio di ritorno fu abbastanza movimentato, ma riuscì comunque a portare a termine la sua missione. Al cardinale Ascalesi, che voleva offrirgli una ricompensa per ringraziarlo, rispose:
«Mi basta l’onore di aver reso un servizio a san Gennaro e a voi. Lasciatemi solo baciare il sacro anello. Il denaro datelo ai poveri».
Un nobile gesto di un principe plebeo.

A Napoli, san Gennaro è anche questo, storia e leggenda. Conosciuto e amato in tutto il mondo non sarebbe esistito senza Napoli, né Napoli potrebbe esistere senza san Gennaro.

mimmo

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