Gli extraparlamentari

Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino

«L’Italia è un Paese strano ma bellissimo». Lo ha detto Paolo Sorrentino mentre veniva premiato per il suo film “La grande bellezza”. Chissà se il bravo regista in quel momento pensava anche alla situazione politica italiana, perché strano lo è davvero un Paese dove i tre maggiori partiti hanno il loro leader fuori dal Parlamento. Dei tre, uno non ci pensa proprio ad andarci, un altro vorrebbe ritornarci, il terzo ci andrà, anche se intanto fa di mestiere il premier.

Quello che colpisce è che pur di affermare il proprio ruolo Grillo, Berlusconi e Renzi, nel cercare un’esposizione mediatica a tutto campo, spesso si abbandonano a strategie di marketing proprie di un piazzista. È pur vero che le idee di un leader sono assimilabili a prodotti da “piazzare”, da “vendere”, nel senso che bisogna convincere i “clienti” della loro bontà e fargliele “comprare”. Ma la sua “mercanzia” deve essere di buona qualità e percepita come tale. Altrimenti è un magliaro. O un azzeccagarbugli.

Qualcuno poi sostiene che, in fondo, l’odierno “marketing” politico non è altro che la vecchia retorica. E se prima dittatori e monarchi non avevano bisogno di essere buoni oratori, ma era sufficiente che fossero valorosi comandanti militari con tanto di scettro e uniforme gallonata, nell’antica Grecia, proprio con l’introduzione della democrazia, si rese necessaria un’arte intesa a ottenere consenso, tanto che il sofista Protagora ebbe a dire che i sapienti e buoni retori fanno sì che alle città appaia giusto il bene anziché il male.

Martin Luther King

Martin Luther King

Ma l’arte della persuasione può avere in sé anche qualcosa di nobile se usata per aprire il buio della coscienza critica. Per far questo è necessario che le tecniche di comunicazione usate debbano avere come fine l’argomentazione logica piuttosto che la suggestione emotiva. Perciò, quando Renzi, Berlusconi e Grillo dicono di credere nella democrazia, non possono pensare solo a quella carismatica praticata attraverso i media. John Kennedy, Martin Luther King, Nelson Mandela avevano una grande capacità di farsi ascoltare, riuscivano a polarizzare l’attenzione della gente e strappare l’applauso convinto, proprio perché le loro parole incarnavano azioni. E chi le ascoltava aveva la percezione di trovarsi di fronte a uomini convinti dei concetti che affermavano e che ce l’avrebbero messa tutta per realizzare quei disegni. La loro ambizione era costituita dall’offrire una prospettiva migliore piuttosto che il compiacimento della propria immagine. Erano politici non politicanti. Statisti non piazzisti.

Un vero leader deve avere un orizzonte, una visione chiara della società, credere in principi a sostegno della propria azione politica e cercare di mettere le gambe alle idee che esprime. Un leader deve brillare di luce propria e circondarsi di collaboratori altrettanto onesti e convinti dei progetti da portare avanti. Un leader non deve cercare il facile applauso, addirittura fanatiche acclamazioni, ma stimolare obiezioni, ascoltare critiche e accettare suggerimenti. Da chiunque possano venire. Soprattutto, deve parlar chiaro, anche se il tema richiede argomentazioni sgradite a chi ascolta, ma senza il ricorso all’offesa e al dileggio. Ancor meno alle minacce ultimative e all’accusa di cercare visibilità per chi dissente.

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Invece, i nostri extraparlamentari non fanno altro che rincorrere i media (o farsi rincorrere). Usano in luoghi diversi le stesse frasi, le stesse battute, i medesimi ammiccamenti, magari studiati davanti allo specchio.
E per rendere efficace la loro narrazione hanno sempre bisogno di un nemico, un “loro” da contrapporre al “noi”. Recitano una parte e snobbano – o fingono di snobbare – le aule parlamentari. “Si può far politica anche stando fuori dal Parlamento” dicono. Sì, certo. Ma solo se sei un cittadino qualunque come me. Io posso fare politica nel salotto di casa, alla fermata dell’autobus, nella sala d’attesa di un studio medico, nello spogliatoio della piscina che frequento, ma tu no. Tu sei un capo partito. E in quanto dirigente politico devi respirare l’aria delle stanze parlamentari, devi percepire gli umori di chi esprime un voto importante nel momento in cui è chiamato a votare, devi dare indicazioni e direzioni quando il tuo gruppo mostra incertezze. Insomma, devi trovarti nel posto giusto al momento giusto. E senza ulteriori impegni. Come si fa a fare il dirigente di partito e insieme il comico di avanspettacolo, il detenuto a ore o il premier a tempo pieno? Ne consegue, che se non puoi o non vuoi entrare nelle stanze delle Istituzioni rischi di apparire uno che sfugge alla democrazia rappresentativa. Un extraparlamentare, appunto.

E allora, come diceva il calvo conduttore, la domanda sorge spontanea: ma la democrazia rappresentativa funziona o no?
A sentir parlare Grillo, no di certo. E se fosse per Berlusconi, lui l’avrebbe abolita da un pezzo. E Renzi credo che ne farebbe volentieri a meno.
Senza democrazia rappresentativa, però, c’è il populismo. O la dittatura.
Scartiamo la seconda ipotesi e cerchiamo di ragionare sulla prima.

tweet 1Mai come in questi ultimi anni si è inseguita la forma di rapporto diretto tra elettori e politici. Grazie al web, che ormai è una piazza telematica frequentatissima, chiunque può parlare (o crede di farlo) con chiunque. Dialoghiamo con politici di qualsiasi rango direttamente. Siamo informati costantemente di dove si trovano e cosa fanno, a che ora si alzano e cosa prendono per colazione. E se il tweet digitato all’alba fa eco alla luce accesa fino a tarda notte nello studio di piazza Venezia di antica memoria, non ci scomponiamo più di tanto, ma lo consideriamo addirittura un segno di ulteriore vicinanza.

Chi del populismo ne ha fatto la ragione sociale è Beppe Grillo, che con il suo “Mandiamoli tutti a casa” è riuscito a raggiungere percentuali di consenso altissime. Del populismo ne è diventato il trombettiere, ma poi si è mostrato incapace di dare concretezza ai suoi voti. Ha congelato i suoi (aggettivo possessivo) parlamentari e ha mandato fuori dai coglioni quelli che hanno tentato di obiettare. Dice di scegliere quello che il “popolo sovrano” vuole, ma in realtà decide tutto lui (e Casaleggio).

Ma chi è il populista? Populista è colui che la politica la deve mettere innanzitutto in scena. Il populista lancia sfide simboliche utili a indurre i media a discuterne quotidianamente. Cerca accreditarsi come colui che vince le resistenze della vecchia politica e dimostrare che quello che non era possibile prima ora lo è. Parla direttamente alla gente. A tutti stringe la mano. Guarda dritto nella macchina da presa e sembra rivolgersi personalmente a ognuno di noi.
E sulla scia di Berlusconi e Grillo, Matteo Renzi ne sta diventando uno dei principali interpreti. Per questo Grillo lo ha preso di mira come il suo principale concorrente. Perché la sua “mercanzia” è più appetibile! Allora lo accusa di essere alleato della peggiore Europa, le banche, i mercati, gli immigrati, le élite, i giornalisti, i vecchi partiti e la politica che esprimono.

Ma il catalogo dei populismi è ben più ampio. In Italia lo hanno fatto proprio anche Nichi Vendola con il suo parlar per immagini, Matteo Salvini con i suoi latrati alla luna e persino Mario Monti con il cagnolino in braccio. All’estero, se ne servono Alba Dorata in Grecia e Marine Le Pen in Francia. Ma non ne sono immuni alcune formazioni politiche nel Regno Unito, in Ungheria, Belgio, Slovacchia, Romania e nel Nord Europa. E per certi versi, più o meno consapevolmente, anche Barak Obama e papa Francesco si abbandonano a espressioni e concetti analoghi.

Il Gigante amico

Il Gigante amico

Nell’eloquio del populista la parola che più ricorre è “popolo”. Un richiamo che sottintende l’esclusione della rappresentatività. Perché il “popolo” non vuole delegati, vuole interloquire direttamente con il capo, quello che ha scelto perché gli risolva ogni problema. Gigante pensaci tu, recitava un vecchio slogan pubblicitario. Ghe pensi mi, andava dicendo un capopopolo duro a morire (politicamente parlando). E in tanti gli hanno creduto. E in tanti gli credono ancora. Credono a lui e anche agli altri due demiurghi che non fanno parte della schiera dei parlamentari ufficialmente eletti.
Ma forse è proprio questo status che conferisce loro maggiore attrazione. Perché, quando le istituzioni fanno il bello e il cattivo tempo è proprio l’extraterritorialità che consente di negarsi o riconoscersi in esse a seconda delle convenienze. E per convogliare il consenso di critici e disaffezionati cosa c’è di meglio del populismo, sintomo e terapia del malessere democratico?
Cavalcare il nulla, usare verbi al futuro, dare con una mano e togliere con l’altra è la strategia vincente. Contraddizioni e incongruenze si confondono nel marasma generale nella consapevolezza che presto ogni bugia cadrà nell’oblio assoluto, affossata da una propaganda spacciata per informazione. Il “popolo” dimentica, si allinea e vota. E senza rendersene conto scivola verso una nuova forma di autoritarismo, dove uno vale uno, ma LUI vale per tutti. LUI, il leader carismatico che urla e sorride, che minaccia e blandisce, che promette e dimentica. Che usa l’inglese per snobismo culturale. Per far sembrare ciò che esprime una cosa diversa. Più importante. Ma i disoccupati hanno bisogno di un serio piano per il lavoro non di Job act, le associazioni politiche sono circoli non claubs e il V-day non è una nobile ricorrenza ma il giorno del vaffanculo.
“Parla come mangi” dicevano i nostri nonni. E allora vien da chiedersi cosa resta della serietà di un impegno politico se si è soliti ricorrere a stratagemmi lessicali utili solo ad aumentare l’impatto delle proprie parole sui vari segmenti dell’elettorato.

E già che ci siamo, forse sarebbe opportuno anche abolire il termine “leader” e ritornare a “segretario”, perché tale è il titolo che si attribuisce a funzionari con mansioni di fiducia al servizio di un organismo collettivo.
Ban Ki-moon è il Segretario Generale dell’ONU, Pietro Parolin è il Segretario di Stato Vaticano, John Kerry è il Segretario di Stato americano e Niccolò Machiavelli fu il Segretario della Cancelleria della Repubblica Fiorentina. Quest’ultimo assunse su di sé un numero così elevato di compiti da essere storicamente considerato, senza ulteriori distinzioni, “Il Segretario Fiorentino”.

Machiavelli non Renzi.

Cantastorie

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