Ultra-s-cordati

ultras 2Di per sé la parola ultras è già un programma. Tanto per essere chiari ricordiamo l’esatta definizione così come la riporta il dizionario Treccani: In Italia, dove è più comune l’adattamento ultrà, è usato nel linguaggio politico con il significato di “oltranzista, estremista” (sia di destra sia di sinistra), e in quello sportivo e giornalistico per indicare un tifoso fanatico di una squadra di calcio, spesso appartenente a gruppi organizzati (che così denominano sé stessi), autore di atti di vandalismo e di violenza contro appartenenti e sostenitori della squadra avversaria.

Potremmo chiosare che il codice penale punisce gli atti di vandalismo e violenza e chiuderla lì. Ma noi sappiamo che non sempre e non in tutti i luoghi è così consequenziale.

Ma andiamo con ordine. Il campionato di calcio è finito, lo scudetto è stato assegnato, il muro dei 100 punti è stato superato, qualche squadra è retrocessa, qualche altra disputerà la coppa dei Campioni e la Coppa Uefa (io le chiamo ancora così) e ci apprestiamo vivere quest’altra avventura calcistica chiamata ‘Mondiali di Calcio’.

E quello che è accaduto all’Olimpico qualche settimana fa? Acqua passata. Altro giro, altra corsa. Game over direbbero quelli che ripetono Champions League ed Europa League.
Ma come? tra uno spot pubblicitario e l’altro ci siamo indignati allo spasimo, dal Capo dello Stato in giù, e ora? ora non vogliamo più sentirne parlare?
Eppure quello che è successo a Roma la sera del 3 maggio scorso ha dell’incredibile, e non solo per i colpi di pistola sparati e gli scontri tra tifoserie e forze dell’ordine. Per l’ennesima volta abbiamo assistito al protagonismo di personaggi che, sebbene considerati dagli ortodossi del calcio estranei allo sport, hanno tenuto in scacco la finale di coppa Italia (non Tim cup) e ne hanno consentito lo svolgimento solo dopo quella che a tutti è sembrata una trattativa con un calciatore del Napoli.
hamsikMa le autorità hanno smentito. Hanno fatto a gara ad affermare che non c’è stata alcuna trattativa, ma solo la rassicurazione a quell’ ”estraneo al calcio” che il tifoso ferito non era morto. Ora, chiamatela informativa, chiamatela trattativa, resta il fatto che solo dopo uno scambio di battute tra Hamsik, capitano del Napoli e Genny la carogna, capo della tifoseria oltranzista, l’arbitro ha potuto fischiare il calcio di inizio. Tutto questo, alla presenza del Presidente del Consiglio, quello del Senato e della Federazione Calcio (l’ineffabile Giancarlo Abete), un trittico che in 45 minuti di prime time (piace?) sono stati, tra l’altro, testimoni del tiro di bombe carta indirizzate a vigili del fuoco e forze dell’ordine (altre Istituzioni dello Stato). Qualcuno ha detto che avrebbero dovuto lasciare lo stadio sdegnati e rifiutarsi di fare da cornice a una gazzarra che nulla aveva di manifestazione sportiva. Invece sono rimasti lì a boccheggiare l’inno di Mameli (Fratelli d’Italia… ???) coperto da una selva di fischi. Addirittura Pietro Grasso ha suggellato la serata consegnando personalmente le medaglie ai calciatori. Intanto, un giovane era sul punto di morire per mano di un altro “estraneo al calcio”.
Il giorno dopo, il premier ha telefonato alla vedova dell’ispettore di polizia Raciti, ucciso anni addietro da un ultras a Palermo, che aveva manifestato tutta la sua riprovazione per aver visto in tv inneggiare all’assassino del marito.

Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità.

Questo è Fabrizio De Andrè. Ma anche Pulcinella avrebbe detto la sua: Incredibibilia, sed vera!

rugbyIl tutto mentre telecronisti di ogni ordine e grado si affannavano a ribadire che quello che è successo non c’entra col calcio. Invece no! Il calcio c’entra. Eccome se c’entra! Accade qualcosa di simile forse nel nuoto, nel tennis, nell’atletica leggera, nel pugilato, nel rugby? Allora il calcio ha una sua funzione in queste vicende. O meglio, una funzione di responsabilità la portano alcuni suoi dirigenti insieme a quelle società che hanno rapporti con le tifoserie estremiste per scambiarsi appoggi in cambio di benefit. E anche una parte dei media che amplificano oltre misura discutibili comportamenti. Qualcuno afferma che è la marea di denaro che gira intorno e dentro il pianeta calcio che va a determinare questo sconcio. Certo, anche quello concorre al degrado sportivo, ma bisogna ricordare che in Inghilterra, per esempio, il campionato non si gioca negli oratori a opera di chierichetti, ma negli stadi contornati di propaganda commerciale, nei quali professionisti sponsorizzati e ben pagati tirano calci a un pallone, mentre la pay tv trasmette le partite tra un consiglio per gli acquisti e l’altro. Come da noi! Eppure lì certi episodi non accadono. I campi di calcio sono senza transenne, non ci sono poliziotti in assetto di guerra, nessuno scorta i tifosi provenienti da treni speciali, i biglietti si acquistano in rete o al botteghino senza tessera del tifoso, niente tornelli e niente perquisizioni. Ma se qualcuno insulta, minaccia, ferisce, lancia oggetti in campo, esplode mortaretti viene immediatamente arrestato e condannato per direttissima. Con severità. E senza attenuanti. E senza giustificazioni sociologiche.
Lì, Genny ‘a carogna o Ivan il terribile non dovrebbero scomodarsi neanche a scavalcare la rete per entrare in campo, basterebbe un passo. Ma dubito che lo farebbero, perché un minuto dopo si ritroverebbero con le manette ai polsi. E non solo in Inghilterra. David Campayo Lleo, il tifoso del Villareal che ha tirato la banana a Dani Alves del Barcellona è stato immediatamente arrestato e interdetto a vita dagli stadi.
Per una banana, non per una bomba carta.

Dani Alves

Dani Alves

Invece da noi le forze dell’ordine, spesso servendosi di un calciatore, vanno a parlottare, discutere, rassicurare, trattare (trovate voi il verbo giusto) con i capi ultrà. “Per salvaguardare l’ordine pubblico” spiegano. Sarà anche così, ma non si capisce per quale ragione le stesse forze dell’ordine non usano uguale metodologia con i No-Tav e gli studenti in corteo. In val di Susa e nelle piazze volano dure manganellate, negli stadi svolazzano suadenti parole. Perché?

Ma neanche buona parte dei tifosi sono immuni da responsabilità. Sono tantissimi quelli che vorrebbero guardare la partita abbandonandosi a un sano tifo, magari insieme alla famiglia. Ma tra questi ve ne sono anche molti che ritengono che i fenomeni delinquenziali che si consumano negli stadi e nelle immediate vicinanze siano ineluttabili perché, dicono, il calcio è uno sport popolare vittima di imbrogli, doping e violenze. Gli stessi che non perdonano niente alla politica, che quando apprendono che il tale politico ha rubato, sono pronti a condannare alla gogna tutti gli altri. Gli stessi che maledicono gli stipendi dei parlamentari ma non si scandalizzano se un calciatore prende tre milioni di euro netti di ingaggio. Gli stessi che non fanno una piega se il C.U della Nazionale si mette sotto i piedi il codice etico e convoca un calciatore utile alla squadra pur se squalificato per manifesta scorrettezza.
Allora è bene ribadirlo, e a voce alta: oggi in Italia il calcio è fatto di barbarie perpetrate attivamente e partecipate passivamente, di imbrogli, di connivenza con la malavita organizzata, di scommesse clandestine, di corruzione e concussione, di dichiarazioni ipocrite di calciatori, tecnici e dirigenti, della genuflessione dello Stato nei confronti di frange di energumeni. Quello stesso Stato, i cui rappresentanti annunciano leggi severe, che nei fatti hanno paura di varare perché temono un calo di consensi.

Affresco su una casa di Pompei

Affresco raffigurante gli incidenti nell’anfiteatro di Pompei

Non di rado qualcuno ci ricorda che le partite di calcio sono la versione moderna degli spettacoli circensi che i Romani offrivano al popolo, per farlo sfogare in maniera controllata. Proprio così, ‘in maniera controllata’, perché il potere, due secoli fa, le esagerazioni non le tollerava. La storia ci rimanda un episodio accaduto nel 59 d.C., dove nel corso di uno spettacolo di gladiatori nell’anfiteatro di Pompei, gli abitanti locali e quelli di Nocera si presero prima a sassate per poi passare alle armi. Alla fine dei tumulti, sugli spalti si contarono molti feriti e alcuni anche uccisi. L’imperatore Nerone investì il Senato dell’accaduto, che deliberò la chiusura dell’anfiteatro pompeiano per 10 anni, lo scioglimento dei collegia (le associazioni di allora) interessate e l’esilio per il senatore Livineio Regolo, organizzatore dei giochi.

Chiosa conclusiva (per adesso).
La Juve ha vinto lo scudetto, il Napoli la coppa Italia, ma il calcio ha perso campionato e coppa. A quelli che non hanno dimenticato e non vogliono dimenticare è andato il trofeo dell’amarezza, il sapore asprigno della delusione, l’odore acre dello sconforto. Ci siamo chiesti ancora una volta che fascino può avere uno sport dove si rischia la vita? Sono passate due settimane e noi una risposta la vorremmo. La mia generazione è cresciuta in strada dove l’unico divertimento era il pallone. Quel Superflex, che poi è diventato Super Santos, costava 350 lire e per metterle insieme facevamo una faticosa colletta. Quei calci tirati a un pallone sull’asfalto, senza righe per terra, con due pietre che segnavano la larghezza della porta e il limite della traversa immaginario davano luogo a partite interminabili tra due squadre formate da un numero di giocatori al momento disponibili. Ma si accoglievano volentieri i nuovi arrivati, anche se sconosciuti. E quel che più conta, nessuno sentiva la necessità di un arbitro, perché le regole stabilite di comune accordo si rispettavano senza barare, pena l’essere tacciati pubblicamente di slealtà verso gli altri, compagni e avversari. Una punizione severa e temuta. Ne è nata passione, partecipazione e tifo. Ecco perché, oggi, vedere il calcio ridotto a guerriglia, preda di biechi interessi e sfregiato proprio dai più importanti protagonisti, suscita pena e rabbia.
Ma constatare che l’amnesia diventa amnistia è insopportabile.

mimmo

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One thought on “Ultra-s-cordati

  1. La mia drastica proposta, anche se sono moderatamente tifosa: chiudete gli stadi per anni e mandate i calciatori a lavorare veramente, a sudarsi il pane, così non potranno più permettersi una porsche di proprietà e un ferrari a noleggio come Balotelli, che peraltro ha subìto recentemente anche il furto della porsche oltre a gioielli ed orologi costosissimi. Oltre al fatto che proprio questo giocatore non è certo un fulgido esempio di moralità, correttezza e mitezza (visto che è piuttosto violento), ma non vi sembra uno schiaffo alla miseria tanta ostentazione di ricchezza in tempi come questi?
    Uno sport come è il calcio oggi non vale la pena neanche di vederlo.

    LAURA

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