Euro e sesterzi

Marine Le Pen

Marine Le Pen

I recenti risultati del voto francese hanno sottolineato ancora una volta che quando la politica non dà ascolto ai bisogni dei cittadini si trasforma in astensione e voto di protesta. È accaduto in Italia, è accaduto in Francia e i presupposti per le prossime elezioni non sono incoraggianti. Ogni volta che qualcuno ci propina un sondaggio, ci tocca prendere atto che un numero impressionante di cittadini vive con distacco, se non addirittura con ostilità, la politica. E quel che è peggio, moltissimi giovani non credono più nel futuro perché non vedono riconosciute le proprie aspirazioni e potenzialità. E spesso per dare sfogo alla propria rabbia aderiscono a pseudo-partiti contrabbandati per Movimenti che promettono di rivoltare il mondo come un calzino, ma poi si limitano solo goliardiche reazioni.

In Francia Marine Le Pen e in Italia Beppe Grillo prendono molti voti, troppi per un partito che indica la sola via del vaffanculo. Ciò nonostante, non è improbabile che le prossime elezioni europee possano regalare un enorme consenso proprio a questi masaniello di ultima generazione, ben lontani dal formulare soluzioni utili a superare i gravi problemi italiani ed europei. Perciò è necessario comprendere fino in fondo questi fenomeni. Comprenderli e arginarli con misure e interventi opportuni, perché quando un partito prende i voti dei disoccupati, degli artigiani, dei pensionati, attira intellettuali, ma soprattutto affascina i giovani, non si può liquidare come dedito al qualunquismo destrorso e xenefobo. C’è anche questo, ma non solo questo.

Matteo Salvini

Matteo Salvini

Da quando è nata, l’Unione Europea si è mostrata sempre appiattita su rapporti di ordine economico e l’unico tentativo di assumere una dimensione politica è fallita con il rifiuto della sua Carta Costituzionale. E in assenza di un progetto culturale che ne definisca identità e ideali è difficile pensare che possa andare oltre l’unione monetaria. Berlusconi, Grillo, Salvini descrivono l’euro come la causa di tutti i nostri mali, ma trascurano di dire che in tutta la Comunità il nostro è l’unico Paese dove il prodotto interno pro-capite è diminuito. Tutta colpa dell’euro o di chi ha governato la sua transizione dalla lira? Forse non è male ricordare che in quel periodo il premier era Silvio Berlusconi e Umberto Bossi era il suo migliore alleato. E che insieme mangiavano caldarroste e bevevano vino ogni lunedì che Dio mandava in terra, piuttosto che occuparsi degli speculatori che hanno manipolato a loro comodo i prezzi. E Grillo? Il priore della confraternita dell’apriscatole non era ancora presente sulla scena politica, ma oggi che c’è, se la prende con Prodi e il Pd anziché con il pregiudicato di Arcore o la Lega ladrona.

Di vero c’è che a Bruxelles e Strasburgo (perché due sedi? anzi, tre: gli uffici amministrativi e il segretariato generale sono in Lussemburgo) il più delle volte non si discute seriamente e con convinzione di politica estera, ma di norme bizzarre e incomprensibili che attengono le dimensioni delle carote o le linguette delle lattine. Si discute poco di fisco, lavoro e scuola e tanto della preoccupazione di tenere a bada i conti degli Stati in difficoltà, i cui cittadini si mostrano sempre più provati e disillusi. E questo fa sì che gli unici rimasti a parlare con passione dell’Europa siano i nemici dell’Europa. Da Altiero Spinelli a Matteo Salvini, da Jacques Delors a Marine Le Pen. C’è di che farsi cadere le braccia.

europaNegli ultimi anni Berlusconi, Prodi, Monti, Letta e Renzi hanno puntualmente lamentato lo scarso ascolto che i nostri partner europei hanno per noi. Pretendiamo in patria ed elemosiniamo a Bruxelles attenzione per la nostra situazione economica. Bussiamo alla porta della Commissione, del Fondo Monetario e della Banca Centrale, ma nessuno ci apre e se lo fanno è solo per consegnarci l’ordine di servizio. Ce ne lagniamo, ma facciamo la nostra parte? E non mi riferisco solo al fatto di tenere i conti a posto, di non sforare il deficit-pil e ridurre il debito pubblico, ma anche di altro. Parlo delle nostre potenzialità mortificate da noi stessi. Mi riferisco, per esempio, alla nostra naturale industria: ai beni culturali, le città d’arte, i beni paesaggistici.
Se è vero com’è vero che il nostro Paese detiene più del 50% del patrimonio artistico mondiale, non si capisce per quale strano motivo non bisogna cominciare a partire da lì. «Con la cultura non si mangia» ebbe a dire un ministro, forse bravo in aritmetica ma ancor più forse in economia. No, signor ex ministro, il settore della cultura può avere un ruolo cruciale e strategico nel rilancio dell’economia e, perché no, anche per la ricostruzione del perduto senso di comunità. Lei non l’ha mai capito, o non voluto mai capire, ed è finito nel dimenticatoio della classe politica italiana.
Per la verità, nemmeno quelli che sono venuti dopo di lei e dei suoi colleghi di allora si sono prodigati nel modo e la misura giusta, tanto che se una volta l’Italia era meta del 20% del turismo mondiale ora siamo intorno al 5%. Il bello è che l’Italia rimane pur sempre una meta sognata da tutti, ma gli stranieri ci evitano. Perché?
Perché da noi la politica non ha mai considerato il turismo come un’opzione di sviluppo economico. Il nostro patrimonio artistico è fatto di incuria e manutenzione disattesa. Eppure sono decine i siti che l’Unesco ha inserito nel patrimonio dell’umanità, quegli stessi che tutto il mondo vede cadere in rovina. Pompei, ormai ne è l’esempio più eclatante, ma non è l’unico.
Gian Antonio Stella, sul Corriere della Sera, ha scritto: Villa Adriana, nel 2003 era al 14º posto tra i luoghi più visitati ed ebbe tra paganti e non paganti 322 mila ospiti: nel 2013 solo 207 mila. Peggio ancora la Reggia di Caserta: era sesta con 687 mila visitatori, è precipitata al 10º posto con 439 mila. Un crollo del 36% nel decennio del boom. C’era da aspettarselo. I tesori vanno curati con amore. Non possono essere abbandonati a se stessi. Sono la nostra ricchezza. Potrebbero essere il nostro futuro.

Scavi archeologici di Pompei

Scavi archeologici di Pompei

Un’attività programmatica diversa ci avrebbe consentito un certo respiro e, oggi, ancor di più sembra un passaggio cruciale, un presupposto irrinunciabile se si vuole perseguire quel rilancio auspicato e propagandato.
La legge elettorale, il monocameralismo, il Titolo V, la riforma della Pubblica Amministrazione sono temi da affrontare, ma la valorizzazione del nostro patrimonio culturale fatto di pensiero, arte e scienza (che poi è la nostra identità), va difeso, valorizzato e, mi si lasci passare il termine prosaico, ottimizzato. Una miscela che potrebbe essere un’opportunità utile a creare le condizioni affinché emergano energie e talenti di tanti giovani italiani pronti a rivelarsi e realizzarsi.
Senza contare che il rispetto per la nostra storia ci consentirebbe di guardare i nostri partner negli occhi e pretendere maggiore attenzione. Invece Pompei continua a sbriciolarsi, il dissesto geologico distrugge il territorio e i veleni prodotti da scellerati individui inquinano intere aree del Paese.
Se la nostra patria europea deve essere ancora costruita, possiamo dire che la nostra patria italiana non è vissuta nel modo giusto?

E smettiamola di invocare il ritorno alla lira! Quei blateranti omuncoli in felpa meneghina che usano l’euro per predicare pessimismo collettivo dimenticano (o fingono di non sapere) che prima del 2002 l’Italia non era certo una nazione dall’economia florida. Dimenticano (o fingono di non sapere) che il petrolio bisognava pagarlo in dollari, il marco tedesco catalizzava l’import-esport, il cambio era determinato da altri e l’inflazione snaturava il mercato interno (21% negli anni Settanta). Questi teorici del nazionalismo autarchico e della decrescita felice fingono di non sapere (sì, fingono di non sapere) che i costi di un’eventuale quanto impossibile uscita dall’euro sarebbero disastrosi: una svalutazione calcolata intorno al 46% (stima CEPR), le banche e le imprese che hanno emesso prestiti obbligazionari sui mercati internazionali rischierebbero il fallimento, diminuirebbe il valore reale dei salari e delle pensioni, e i tassi di interesse sul nuovo debito pubblico aumenterebbero a dismisura. O qualcuno è disposto a credere che quello che oggi costa 1 euro, con la retromarcia monetaria, domani lo pagherebbe 1.000 lire?

Sesterzio

Verrebbe allora da dire: se proprio bisogna tornare indietro, perché non introdurre il sesterzio? Era una moneta solida, molto più della lira e del marco tedesco!
Ma forse Matteo Salvini preferisce il tallero e Beppe Grillo il genovino. Berlusconi invece stamperebbe le Am-lire per riempire boutique e ristoranti.

                                                    Cantastorie

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One thought on “Euro e sesterzi

  1. “…i costi di un’eventuale quanto impossibile uscita dall’euro…”

    Sono d’accordo. Dalla neurozona non si può uscire, e d’altronde i sistemi nazionali di pagamento interbancario sono stati distrutti proprio per rendere ingestibile una eventuale uscita. Chi è dentro ci resta fin alla fine.

    Semplicemente, un bel dì vedremo le fiamme delle rivolte (altro che Grillo, un bravuomo un po illuso secondo me); a quel punto sarà comunque finita. Stiamo correndo tutti assieme verso un muro in calcestruzzo, e sbatterci la testa in 18 piuttosto che da soli non sarà di alcun aiuto.

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