La divisa

Un autobus londinese

Un autobus londinese

«Questo è Giac, un mio carissimo amico che ho incontrato dopo tanti anni. Non conosce nessuno. Lo affido a te, Alfonso».
«Oh, sono ben lieto di conoscerla. Si accomodi pure» lo accolse il frate. «È di origine francese, suppongo?»
«Oh, no! Giac sta per Giacobbe, una semplice contrazione. Non rida, la prego: mio padre era un fervente cattolico e ha marchiato noi figli con nomi biblici. Isacco e Magdala sono gli altri nomi che lo hanno folgorato».
«“Marchiare” è un termine molto pesante» osservò padre Alfonso.
«Pesante quanto i nomi che portiamo».
«Posso chiederle cosa fa nella vita?» chiese il frate.
Giac sorrise. «Sono un ricercatore alla Dublin City University».
«Scommetto che è uno di quei “cervelli” in fuga dall’Italia?»
«Proprio così. Dopo aver maturato una buona esperienza professionale nelle università italiane, sono stato costretto ad andarmene. Uno dei tanti casi di stupidità nazionale: qui ci formano e altrove sfruttano le nostre capacità».
«E l’Irlanda l’ha accolta a braccia aperte».
«Per la verità, avevo avuto una proposta anche da un’università inglese, ma l’Inghilterra mi intristisce».
«Eppure Londra è una splendida città!» esclamò padre Alfonso.
«Sì, bella e malinconica. Tutto è in perfetto ordine, al punto che sembra innaturale. Il rosso dei suoi autobus e delle cabine telefoniche, per esempio, pare messo apposta per vivacizzare il grigiore diffuso. Ha notato gli inglesi in inverno? Gli uomini, con la bombetta e l’ombrello, le donne, in un orribile impermeabile di plastica trasparente. Tutti uguali! Non ridono mai e il loro humour, non a caso, è definito glaciale. Persino i Beatles, grandi musicisti, suonavano e cantavano con seriosa professionalità».
«In compenso, lì funziona tutto. Da noi, invece…»
«È vero. In Italia acclamiamo piazzisti e pifferai, crediamo a tutto quello che ci raccontano e li mettiamo in posti di comando con la facoltà di scegliere, agire e pensare per noi. Altrove, un dittatore deve imporsi con la forza, qui è sufficiente una buona campagna pubblicitaria. Accanto al disordine e la confusione, però, in Italia si respira fantasia, creatività, calore umano. In Inghilterra, tutto è irreggimentato. Anche le anime! … Mi scusi, non volevo… »
«Non si preoccupi, parli pure in libertà. Lei saprà che in Irlanda, la religione, particolarmente quella cattolica, è molto sentita».

Dublino - St. Patrick Cathedral

Dublino – St. Patrick Cathedral

«Sì, ma la religione non c’entra nulla con la mia scelta… Almeno, così credo».
«Riccardo l’ha presentata come un vecchio amico» cambiò discorso padre Alfonso.
«Sì, conosco Riccardo dal Liceo, ma non lo vedevo da quando mi sono trasferito in Irlanda. Qualche giorno fa, l’ho incontrato per caso, abbiamo preso un caffè insieme e mi ha detto che oggi si sarebbe sposato… Ed eccomi qui! Ma perché mi fa tante domande?» chiesi d’un tratto.
«Mah… Cerco di capire bene con chi sto parlando. Vede, io credo che tutti, uomini e donne, dovrebbero indossare una divisa».
«Una divisa?… Non capisco».
«Cercherò di spiegarmi meglio. Già dal momento della presentazione, grazie al mio abbigliamento, lei ha percepito di me molte cose. L’abito talare le ha rivelato che aveva di fronte un religioso. Dal saio, poi, si è reso conto che la mia scelta non è la stessa di un sacerdote in clergyman. Io, invece, quando l’ho vista brancolavo nel buio. Ho dovuto aspettare le sue battute sui nomi di battesimo e farle alcune domande per avere qualche informazione sul suo conto».
«Capisco cosa intende e cercherò di mettermi alla pari. Le dico subito, allora, che non ho un buon rapporto col trascendente. Davanti a me non si è mai accesa una luce e, con tutta franchezza, non sento nemmeno il bisogno di riferimenti soprannaturali. Ritengo che la nostra vita avrà termine qui, su questa terra, e diventeremo polvere, ma non penso che prima eravamo altrettanto. Perdoni la crudezza, padre, ma dovevo indossare in fretta la mia “divisa”».
«Lei ha concluso con una richiesta di perdono anziché far ricorso al verbo “scusare”. Mi dica, quando le capita, si esprime sempre così oppure di solito usa l’espressione “mi scusi”?»
Per un attimo mi sentii imbarazzato.
«È vero. Confesso… ci ricasco» sorridemmo entrambi. «Ammetto che il suo abito possa aver influito sul modo di esprimermi. In effetti, di solito, non uso chiedere perdono, ma scusa. Questo, però, dimostra che un abito, oltre che scoprire, in certi casi, può anche condizionare».
«Non posso negarlo. Ma non crede che, oltre al corpo, noi possediamo un’anima che ci induce a compiere il bene o il male?» chiese il frate.
«Lei, frate Alfonso, mi sconcerta? A fronte delle mie affermazioni mi sarei aspettato teorie sull’ente supremo che trae dal nulla, che conforta e regola i rapporti tra gli uomini».
«Lei mostra di avere poca stima di me se pensa che avrei fatto ricorso a un vecchio armamentario lessicale utilizzato solo da chi presume di essere nel giusto assoluto».
«Non intendevo offenderla. Ma deve convenire che è la Chiesa ufficiale a ritenere di essere nel “giusto assoluto”, come lo chiama lei, e condanna qualsiasi forma di relativismo. I dubbi sono banditi e dai precetti non bisogna mai derogare. Il clero pretende di decidere della nostra nascita, della vita e anche della morte».

Francesco d'Assisi

Francesco d’Assisi

«Ahimé! ciò che sostiene è vero, non posso negarlo. Ma non tutti la pensiamo allo stesso modo e le assicuro che certe prese di posizione di alcuni prelati creano non poche difficoltà a chi, come me, ha deciso di vivere in mezzo alla gente e portare la parola di Gesù Cristo e di Francesco».
«Sono sempre più colpito dalle sue argomentazioni. Lei saprà, comunque, che la sua posizione nei confronti del cattolicesimo ufficiale non è molto diffusa nel mondo ecclesiale. Riconosco, però, che i francescani, per comportamento, si sono sempre distinti dalla Chiesa di Roma».
La nostra conversazione aveva assunto la forma di una vera disputa teologica, quando fummo interrotti da Riccardo.
«Ehi, voi due, sembrate molto presi dalla vostra discussione. Caro Alfonso, chissà che tu non riesca a far tornare all’ovile questa pecorella smarrita».
«Guarda, che in quell’ovile, io credo di non esserci mai entrato» ribattei.
«Si può essere vicino al Signore anche fuori da quello che lei chiama ovile» fece padre Alfonso «importante è come si vive, non dove».
«Intanto, per essere accettati nella comunità cattolica è necessario una specie di lasciapassare, che voi chiamate battesimo» obiettai. «Per giunta, nella stragrande maggioranza dei casi, imposto e non richiesto».
«Non posso negarlo» ribatté padre Alfonso e, ancorché avesse notato la mia incredulità, continuò «ma per quanto mi riguarda, penso che il battesimo, proprio perché è un rito di iniziazione, dovrebbe essere impartito a persone consapevoli, che ne accettino liberamente tutte le implicazioni».
«Lei è uno strano ministro della Chiesa, padre».
«Comprendo la sua perplessità. Lei ha sempre visto chierici, sacerdoti e frati come persone sottomesse al dettato della Chiesa, molti dei quali amministrano riti e sacramenti guidati soltanto da un qualcosa d’indefinito che chiamano “fede”. Fortunatamente non siamo tutti uguali. Le assicuro che oggi alcuni di noi cercano tra mille difficoltà di portare la parola del Signore laddove questa è compresa e accettata in coscienza e non per trasporto familiare o educazione ingessata o, addirittura, per convenienza terrena e spirituale. La religione è una cosa molto seria e presuppone un modo di vivere conforme alle sue regole. Ed io, per essere coerente con la scelta di vita che ho fatto, desidero parlare, non a un gregge di pecorelle all’apparenza ubbidienti e remissive, ma a un’assemblea di persone in carne, ossa e spirito alle quali insegnare ad osservare tutto quanto Cristo ha comandato, come sostiene Matteo nel suo Vangelo».

Fonte battesimale di Siena

Fonte battesimale di Siena

«Ma senza il battesimo, il peccato originale resta».
«Già, il peccato originale. Ma si può condannare un’intera umanità per una colpa commessa da qualcuno che ha con noi un legame lontano anni luce? Come si fa a ritenere colpevole una persona per un delitto commesso da un suo antenato? ammesso che Adamo lo sia. Ma fu veramente un errore voler conoscere il bene e il male? Che genere di persone saremmo oggi, noi, se non fossimo in grado di discernere il male dal bene? Emeriti ebeti! Scimuniti incapaci di aiutare chi ne ha bisogno e di amministrare la giustizia. Inetti, ignoranti, incompetenti e impossibilitati ad apprezzare ciò che è giusto e ciò che non lo è. No, amico mio, il battesimo non può essere la cancellazione di un’ipotetica colpa, per altro, non commessa da noi. È scritto anche nel Nuovo Testamento: Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo».
«Mi scusi se glielo dico, padre, ma, dal punto di vista della sua religione, lei bestemmia!», esclamai «o, quanto meno, il suo, è un caso di apostasia».
«No, amico mio, non bestemmio e non sono un apostata. Il mio è solo un modo di affrontare in maniera esegetica la parola della Chiesa, che, per altro, ha già subito diversi mutamenti nel corso dei secoli. I casi di Giordano Bruno e di Galileo sono degli esempi eclatanti, anche se lontani nel tempo. E non sono gli unici! Non sono certo io il primo credente che si pone dei dubbi e cerca di chiarirli a sé stesso e, se possibile, anche agli altri».
«Lei continua a stupirmi, padre. Per quanto la sua figura mi affascini, non riesco a trovare una coerenza tra la sua scelta di vita e le idee che non esita a manifestare. Posso farle una domanda brutale? Ma lei, veramente, chi è?».
«Più che brutale, è una domanda diretta, alla quale ho piacere di rispondere. Sostanzialmente credo di essere una persona dedita al bene, poiché convinta che non esista nulla di più nobile del bene fatto agli altri. E solo se ci si dedica a questo val la pena di vivere. E quando parlo di “bene” non intendo un sentimento astratto o, nel migliore dei casi, teorico, ma il prodigarsi innanzitutto materialmente per gli altri nelle piccole e grandi cose. Nell’assistenza ai malati come nell’educazione dei giovani, nel perseguire la giustizia terrena prima di quella divina, nell’aiuto a chi ne ha bisogno come nel rispetto per i diversi, per la condanna di ogni egoismo insieme alla giusta affermazione della propria individualità. La mia Chiesa dovrebbe dare maggior impulso a questo, piuttosto che impegnarsi in divieti anacronistici, come, per esempio, negare ai giovani rapporti sessuali prematrimoniali o vietare loro l’uso del preservativo. Che senso ha opporsi alla contraccezione in una società moderna? E condannare chi divorzia, che valenza etica può avere? Inoltre, per quale motivo mettere all’indice una coppia di fatto, se questa ha un comportamento corretto e irreprensibile? Quale significato si attribuisce al concetto di morte naturale? Se la vita appartiene al Signore, allora, l’uomo non dovrebbe intervenire con l’uso di macchine per prolungarla, altrimenti si tratta di un’ingerenza blasfema: per coerenza bisognerebbe opporsi all’uso di ogni strumento sanitario che ostacola il corso naturale dell’esistenza. E ancora, se la Chiesa è universale, perché non chiede di abrogare le leggi che regolano l’interruzione della gravidanza in Francia, in Germania, in Olanda o negli Stati Uniti con la stessa pervicacia usata in Italia?»
Avrei voluto dire qualcosa, ma quel frate era un fiume in piena. Parlava a me, ma sembrava rivolgersi al mondo.
«Io credo che l’unica modalità di credere e servire Dio» continuò «sia quella di perseguire il bene, perché Dio è amore, e sono convinto che solo attraverso l’amore l’uomo possa avvicinarsi con convinzione a Dio. La mia missione è l’affermazione dell’amore per il prossimo». Fece una pausa e prima di riprendere mi guardò dritto negli occhi. «Posso dirle di più e, la prego, cerchi di ben comprendere cosa intendo: la Chiesa in quanto tale non mi interessa, e nemmeno la Religione fine a sé stessa conta molto per me. Credo innanzitutto in Dio, in qualsiasi forma egli si manifesti a noi. E penso che Dio sia dentro ciascuno di noi. Egli rappresenta il bene in contrapposizione col male, che pure sono dentro di noi. Noi dobbiamo scegliere da che parte stare e fare i conti con la nostra coscienza».
«Lei, padre, mi lascia senza parole. Io non sono credente, ma… » dissi piuttosto disorientato.
«Se anche lei crede nel bene e nel suo valore, non siamo poi così distanti».
«Dice?» risposi come abbagliato da un luce.

mimmo

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