Il contrario

Lezione di filosofia al proprio figlioletto sul finire degli anni ’40

28 ottobre 1922 - La marcia su Roma

28 ottobre 1922 – La marcia su Roma

«E tu, papà, quando c’era Mussolini, eri fascista?»
«Io? No, caro. Li ho sempre odiati i fascisti, io».
«Ma hai detto che allora erano fascisti tutti?»
«Tutti vuol dire tutti; e non vuol dire tuo padre».
«A me pare, però, che tutti sei anche tu».
«Ti dico che non sono mai stato fascista. Stavo zitto per non andare in galera, questo sì. Ma la mia protesta la facevo: ogni anno, al 28 ottobre. E sai come? Ero scapolo allora, e andavo a cenare in una certa fiaschetteria, dove facevano anche da mangiare per pochi clienti fissi; ogni sera, prima che me ne andassi, il cameriere mi chiedeva che cosa volevo mangiare il giorno dopo, ed io, al 27 di ottobre, alla solita domanda, rispondevo: “Domani coniglio!”. E mangiavo coniglio, capisci, ogni anno».
«Ma se dici sempre che il coniglio non ti piace!»
«Sicuro che non mi piace; non mi piace adesso e non mi piaceva allora. Ma lo prendevo lo stesso, per affermare che il 28 ottobre, nel ’22 s’intende, gli italiani si erano comportati da conigli».
«Io avrei ordinato una cosa che mi piaceva. Andrei sempre in trattoria io, proprio perché si può ordinare quello che si vuole».
«Ma io affermavo un principio. E per i principi, caspita, si deve anche poter mangiare una cosa che non piace».
«Allora, papà, tu solo che mangiavi coniglio eri contrario; e tutti gli altri erano fascisti?»
«Sì. Naturalmente fa quelli che conoscevo io, fra le persone che frequentavo. Qualcuno magari c’era anche fra noi che brontolava, o che raccontava barzellette per prendere in giro i gerarchi o il duce; ma poi in definitiva finivano sempre per trovare che qualche cosa di buono i fascisti lo avevano combinato, e si lasciavano montar la testa con la storia dell’Africa italiana, dell’impero, dei colli fatali ecc. Quando dico che io solo era contrario, intendo dire che non mi hanno mai incantato; e che io ho aspettato con pazienza e fiducia, fino al giorno in cui sono affogati nella loro me… sì, voglio dire, fino al giorno in cui sono stati fatti fuori».
«Ma se tutti erano fascisti, chi li ha fatti fuori, papà? Non sarai mica stato tu, che eri il solo a non essere fascista!»
«Io? No. Diciamo che è stata la storia».
«Come la storia? La storia è quello che si racconta. La storia è fatta dalle cose; mica può la storia far qualche cosa, lei!»
«Si dice la storia per modo di dire. Il fascismo era un cumulo di sciocchezze. Quelli che ci credevano cominciarono a non crederci più appena le faccende si misero ad andar male. ma meno la gente ci credeva, peggio ancora andavano le cose. Per cui a un certo momento non ci furono più né fascismo né fascisti. Scomparsi, dileguati, dispersi! A dir la verità sono venuti a dare una mano anche quelli di fuori, gli alleati. Ma tutto sommato, il fascismo si era già liquidato da solo».
«Così hai vinto tu, papà! E adesso tutti ti danno ragione».
«Per il fascismo mi danno ragione, perché il fascismo non c’è più. Ma per il resto no; la gente mica la pensa come me. O, per dir meglio, sono io che non la penso come la gente. Perché, ricordati bene caro, io sono sempre stato contrario».
«Contrario a che cosa, papà?»
«Contrario a quello che dice la gente».
«Allora tu non guardi se una cosa è vera o no? Guardi solo come la pensano gli altri, e poi dici il contrario. Ma non mi pare mica giusto. Quando io faccio così, la mamma dice che sono un bastian contrario».

La verità svelata dal Tempo - G.L. Bernini - Roma, Galleria Borghese

La verità svelata dal Tempo – G.L. Bernini – Roma, Galleria Borghese

«Perché tu dici il contrario per testardaggine, per far arrabbiare la mamma. E la mamma ha ragione di sgridarti. Ma per me è diverso; io lo faccio perché aspiro alla verità. E la verità è sempre dalla parte opposta a quella di come crede la gente».
«Allora, papà, se la gente pensa una cosa, deve essere per forza sbagliata?»
«Sicuro; quando una cosa la pensano in tanti, è sempre sbagliata. La ragione, vedi, è che quando una cosa è sbagliata, la gente ci si butta sopra e la sostiene. Le cose sbagliate attirano la gente; e allora quando tu constati che tutti sostengono una cosa, puoi essere certo, sicuro, che è sbagliata. La gente è come le mosche.
Se c’è un bel mucchietto di mosche tutte concentrate su un punto solo, tu sai che la c’è dello sporco, e non hai neppure bisogno d’andare a vedere. Dello sporco, oppure diciamo delle sostanze in decomposizione. Ecco: anche le idee sono in decomposizione, quelle almeno che attirano tanta gente».
«Ma come fanno le idee ad essere in decomposizione?»
«Oh per questo si decompongono; invecchiano e si alterano».
«Non capisco».
«Metti l’idea di nazione, di patria. È un’idea che in passato ha fato fare delle cose buone, certamente. Con questa idea i popoli sono divenuti consapevoli della loro personalità, hanno cacciato via gli stranieri che li opprimevano, e hanno conquistato la libertà. Ci sono paesi che l’indipendenza non ce l’hanno ancora, e per i quali l’idea di nazione è anche ora un’idea di progresso. Ma in un paese come il nostro essa ha dato tutto il sugo che poteva dare. Ed è come un limone spremuto. Perché i problemi della patria, della nazione, sono problemi ormai risolti. Non c’è ad esempio da combattere per l’Italia, da difenderla; e allora continuare a parlare di patria, e soltanto di patria, significa rifiutarsi di affrontare altre questioni, quelle che premono adesso sulla vita del paese, oppure nascondere interessi sporchi».

Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi

«Però quelli che hanno combattuto per l’Italia erano in gamba! Metti Garibaldi».
«Certo, certo: Garibaldi, perdio! E chi lo nega? Ma supponi che Garibaldi potesse risorgere ora, tale e quale, dico, colla barba, col poncho, con la camicia rossa. E che si mettesse a fare imprese varie, come era suo costume: sbarca di qua, corri di là… Sì, dico, sarebbe fuori tempo, ecco. Del resto è proprio accaduto. In fin dei conti tutte quelle marce con cui è cominciato il fascismo… Ronchi, la marcia su Roma… qualche cosa di garibaldino ce l’avevano. Ma una caricatura erano, una buffonata. Perché si appellavano a idee che avevano fatto il loro tempo, o meglio si servivano di quelle per nasconderne altre che non si volevano apertamente dichiarare».
«Anche il professore a scuola ha detto che il fascismo in principio voleva continuare il Risorgimento».
«No, il tuo professore è una bestia. Ed è per giunta fascista. Il fascismo è stato una porcata e basta; ma ha preso a prestito certe parole che avevano avuto un senso in passato, e che poi erano invecchiate. Idee decomposte, come dicevamo prima».
«Ma così quello che era stato vero una volta non è più vero oggi?»
«Certamente»
«Perché allora noi dobbiamo imparare quello che insegnano a scuola? I professori insegnano quello che è vero oggi. E magari quando siamo grandi è tutto cambiato».
«Succede di sicuro. Anche a me è successo. Metà, se non più, di ciò che ho imparato a scuola oggi non conta. Ed uno che vuole tenersi al corrente deve continuare a studiare. Ma non credere per questo di cavartela e di avere una buona scusa per non fare niente a scuola. Si deve studiare la verità di oggi per poter comprendere come nasce la verità di domani».
«Non capisco. Una cosa o è vera o è falsa; come fa a nascere la verità?»
«Tu non capisci perché nessuno ti ha spiegato che cos’è lo storicismo».
«E che cos’è?»
«Bene, insomma, è un po’ complicato…; ma facciamo un esempio: tu, una volta, quand’eri piccolo, ti sei fatto regalare i pattini a rotelle. Ti ricordi?»
«Sì, mi ricordo, ci debbono essere ancora in soffitta».
«E li hai voluti proprio tu. Ti abbiamo chiesto che cosa desideravi e tu ha i detto che volevi i pattini. Per te in quel momento la cosa più importante erano i pattini».
«Ce li avevano gli altri ragazzi, e li desideravo anch’io, per fare sul marciapiedi il giro dell’isolato».
«Ma l’anno dopo non ne hai fatto più niente».
«Ma saranno divenuti piccoli. E poi mi sarò stufato. È un gioco stupido».
«Ecco: prima non era un gioco stupido, e poi è diventato un gioco stupido».
«Sarebbe questo lo storicismo? Ma questo è solo perché i gusti cambiano».
«Cambiano i gusti, cambiano le necessità cambiano i punti di vista dai quali si considerano le cose».
«Ma io ero piccolo, ed ora sono diventato grande».
«Naturale! Questi sono i cambiamenti che riguardano te; sono la tua storia personale. Ma ci sono cambiamenti, nelle necessità, nei gusti, nei punti di vista, che interessano non un solo individuo, ma un popolo, o l’intera umanità. E allora se si considera un’idea, non si può dire senz’altro se è giusta o sbagliata. Poteva essere giusta nel momento in cui fu pensata, se corrispondeva alla situazione storica del momento. E può essere sbagliata ora, se la consideriamo in relazione alla attualità della vita degli uomini».

Benedetto Croce

Benedetto Croce

«E lo hai inventato tu, papà, lo storicismo?»
«Non dire sciocchezze. Lo storicismo è la consapevolezza che il pensiero umano ha preso di se medesimo nell’età moderna. Contro il dogmatismo del passato, capisci; quando si riteneva che ci fosse una sola verità buona per tutti i tempi».
«Io però non sono tanto persuaso dello storicismo».
«Perché non hai il senso della storia».
«E poi, papà, mi sembra che lo storicismo ti dia torto».
«Perché poi?»
«Perché se è giusta l’idea del momento, quando c’era il fascismo doveva essere giusto il fascismo. E allora aveva ragione la gente; e non tu che sei sempre contrario».
«Ah! Bene, bene. Quello che hai detto adesso è proprio una maniera di intendere lo storicismo, ed è anche la più frequente, naturalmente, è la più comoda; ma pure la più balorda. Questo storicismo qui si risolve semplicemente nell’etica del successo, ecco. Chi vince ha sempre ragione, perché può vincere soltanto chi ha ragione. In fondo la pensava così anche Don Benedetto. Il quale poi, siccome il fascismo (che aveva vinto) non gli andava, inventò quella faccenda che la storia si era momentaneamente sbagliata. E noi, sì,… abbiamo dovuto aspettare vent’anni, perché la storia si accorgesse dell’errore compiuto, e si correggesse, togliendoci il duce dal gobbo!»
«Io non so niente di questo San Benedetto».
«Ma no testone! Non San Benedetto, Don Benedetto! È un modo confidenziale per indicare Benedetto Croce, il più grande filosofo moderno che l’Italia abbia avuto. Sulla faccenda della storia non sono d’accordo con lui. Ma era un antifascista, questo sì».
«E mangiava anche lui coniglio, papà?»
«No, almeno non so. Però pubblicava una sua rivista, La Critica. In fondo era lo stesso, perché, pur non dicendo niente contro il fascismo, era anche una silenziosa protesta. Ognuno, si capisce, protesta come può».
«E allora il tuo storicismo, papà, è diverso da quello di questo Don Benedetto?»
«Sicuro che è differente. Io, capisci, vedo le cose in anticipo. Bella forza dire: “ha ragione chi vince”! Uno sta alla finestra, e aspetta. Vincono i neri? Viva i neri! E ora, a cose fatte, vi spiego io perché i neri hanno ragione e perché dovevano vincere. Adesso invece vincono i rossi? Ma benissimo! Viva i rossi! Ed ora vi spiego perché, dopo i neri, dovevano per forza vincere i rossi. Pare una gran teoria, no? E invece non è altro che quello che fanno i gonzi: i quali sono sempre in ammirazione di chi ha la meglio. Parlano tanto della storia! Ma, se la verità fosse data nella realtà attuale, da dove verrebbe la spinta alla storia per progredire? Hanno vinto i neri, e perciò i neri hanno ragione; la verità dunque è nera, e buon notte ai suonatori: dai neri non si esce. Invece no, la spinta per il divenire della storia proviene dalla opposizione alla realtà attuale. E la verità è dunque di chi è contrario».
«Ma non capisco, papà».
«Come non capisci? È tanto semplice. Se i fascisti, per il fatto di aver vinto, avessero avuto ragione loro, dal momento che solo chi ha ragione può vincere, neppure il Padre Eterno avrebbe potuto toglierceli dai piedi. Altro che cinque moltiplicato dodici, come diceva Mussolini! Fascisti saremmo dovuti restare per tutta l’eternità».
«E tu invece, papà, come dici?»
«Io ho la mia teoria. Io penso che gli uomini sono sempre in ritardo rispetto alla verità. Anch’io dico che uno vince perché ha avuto ragione, ma dico insieme che appena ha vinto ha finito di aver ragione; ha torto. Più ha vinto e più ha torto. E invece la gente tutta lì ad applaudire, a dire sì».
«E perché quando uno vince comincia avere torto?»
«Continuerebbe ad aver ragione, se il mondo stesse fermo. Ma il mondo cambia; e allora, proprio per il fatto di aver avuto ragione prima, non più aver ragione adesso. È tanto chiaro!»

Matteo Renzi

«Ma se lui lo sa che il mondo cambia… »
«No, no. Non gli serve saperlo. Chi vince vince perché vuol far trionfare una certa cosa, un’idea, un principio. E si dice che ha vinto quando quella idea viene realizzata. Chi ha lottato per ottenere questo, si opporrà adesso a chi volesse cambiare. Prima combatteva per ottenere una cosa, adesso combatterà perché quella cosa non sia cambiata. Prima era per il cambiamento, per il cambiamento in una data direzione; ora sarà contro ogni cambiamento. Aveva ragione prima perché combatteva a favore della storia, avrà torto ora perché combatte contro la storia».
«Allora cambia sempre tutto. E quelli che prima avevano ragione, dopo non ce l’anno più, mentre quelli che avevano torto, dopo hanno ragione. È così papà?»
«Così sarebbe senz’altro se la gente restasse dello stesso pensiero; ma invece no. la maggior parte della gente cambia anche lei. Quelle carogne che stavano prima con quelli che comandavano, se questi sono sconfitti e vengono su degli altri passano a sostenere questi altri, capisci! Per esempio quelli che battevano le mani al fascismo, dove sono ora? In galera? Mai più. Sono con i padroni di adesso. E invece quelli che il fascismo mettevano in prigione o al confino, quelli dove sono? Comandano loro? Neanche per sogno! Sono ancora contro lo stato attuale delle cose».
«Ma allora, papà, è come se ci fosse sempre il fascismo!»
«Questo… forse no. Ma certo che le cose non sono mica cambiate molto».
«E se vincessero i comunisti, chi comanderebbe?»
«Qualche comunista di adesso magari ci sarebbe ancora. Ma certo diventerebbero comunisti tutti quelli che sono sempre stati con chi comanda; e così continuerebbero a comandare. Mi fanno ridere comunisti e socialisti, che stanno lì a discutere sull’esercizio del potere… Il potere, quand’anche riuscissero a fare la rivoluzione, non saranno mai loro ad esercitarlo! La verità, figlio mio, è che la differenza non sta tanto nei nomi che la gente si dà, quanto fra chi comunque combatte sempre contro la storia, perché si stia fermi, e chi invece combatte sempre e in ogni modo a favore della storia».
«Ma, papà, che cosa vuole la storia?»
«Ah questo, solo i profeti dicono di saperlo. Noi sappiamo che la storia non vuole che si stia fermi… Ma che cosa mi fai dire! Noi sappiamo che la storia è lo stesso evolversi del mondo. Ma in quale direzione mica si può sapere prima con assoluta certezza».
«E allora come si fa?»
«L’unica cosa sicura è che le cose debbono cambiare. Perciò, io dico, si deve essere contrari».
«Ma contrari a che cosa?»
«Contrari alle cose come stanno, contrari al parere della maggioranza, contrari alle idee della gente, contrari a chi vince. In questo modo non c’è rischio di sbagliare».
«Ma a me non piace, papà, essere contrario a chi vince».
«A nessuno piace. Ed è ben questa la ragione per cui il successo ha sempre successo. Ma la gente è sciocca, perché il successo lo si dovrebbe invece sfuggire, come la peste, come la morte. Il successo ha in sé i germi della catastrofe, e la gente stupida non lo vede».
«Sì, ma intanto, papà, chi vince vince. Sarà come dici tu che poi deve perdere, per quella faccenda della storia che non vuole stare ferma, ma chi sta con chi vince sta meglio. Invece tu… »
«Io, che cosa?»
«Sì, tu non stai mai con chi vince».
«No di certo; io sono contrario. Ma essendo contrario, sono sempre in anticipo rispetto a chi vince. E così io, capisci, in certo modo, vinco in anticipo».
«Ma non è bello vincere in anticipo, come dici tu. È bello vincere quando si vince. Perché nessuno sa che tu vinci in anticipo, e così non ti serve a niente. E invece per tutti tu sei quello che perde sempre».
«Di quello che pensano gli altri a me non importa un cavolo, e tu lo sai. Ma tu, stupidello, manchi di rispetto a tuo padre. E tuo padre, ricordatelo bene, è uno di quei pochi che, se non ci fossero, il mondo si fermerebbe. E se ne può infischiare tuo padre del parere degli altri, perché lui, che è sempre contrario, è di quelli che fanno andare avanti il motore della storia.

Cesare Musatti
(Il brano è tratto da “Chi ha paura del lupo cattivo?” – Editori Riuniti,1987)

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